Quest’anno, per la Ferrari, sono settanta. Settant’anni di una storia irripetibile, unica. Settanta sono tanti e, se la Ferrari è così tanta, lo deve anche a coloro che hanno vestito le tute rosse con il cavallino rampante. Auguri, Ferrari, ma soprattutto auguri a Michael Schumacher.
I ragazzi giovani forse non lo sanno, ma quella pista a forma di deforme elefante su cui, a stagioni alterne e quando ci sono i soldi, si corre il Gran Premio di Germania, l’Hockenheimring, vent’anni fa era un laccio d’asfalto che stringeva i cuori di decine di migliaia di appassionati ai sontuosi alberi del Baden-Württenberg, testimoni dell’ultima, fatale avventura terrena del grande Jim Clark. I ragazzi giovani forse non lo sanno, ma venti anni fa, il 27 luglio, un pilota italiano partiva in prima fila: la sua monoposto era gialla come il sole di quel luminoso luglio e s’intonava alla perfezione al suo sorriso, caldo e spontaneo. Quella domenica, però, Giancarlo Fisichella e la sua Jordan gialla furono battuti dalla Benetton di Berger e da un detrito, che gli causò una foratura durante l’ultimo giro. I ragazzi giovani forse non lo sanno, ma quel detrito conficcato nella gomma di Fisichella all’ultimo giro mentre lottava per la vittoria fece male come una coltellata a chi, dall’Italia, seguiva quella gara sperando di vedere lassù sul podio il suo smagliante sorriso ma era, invece, costretto a osservarlo, mesto e incredulo, a bordo pista, accanto alla sua monoposto ferita. E poi successe. I ragazzi giovani forse non lo sanno ma lui arrivò con la sua Ferrari, rossa come il destino, si fermò e lo prese a bordo, portandolo a spasso per tutto il giro d’onore. Era il 27 luglio 1997 e, per me, quello fu il giorno in cui Schumacher divenne Michele.
Avevano provato a spiegargli che correre per la Ferrari non era come correre per le altre scuderie. Non si trattava, banalmente, di essere pagati, tanto, per onorare un contratto e, se le cose non vanno come previsto, si applica una clausoletta e amici come prima. Qui non era questione di amicizia, ma di amore. Quell’amore immortalato da Saffo, che ti prende e ti squassa così come fa il vento con le querce sui colli. Un amore totalizzante, reciproco, unico, che devi guadagnarti, non solo da parte della Scuderia, ma anche da parte di una folla di seguaci meravigliosamente folle e gelosa, una folla che ama l’auto rossa a prescindere da quanto sia abile chi la guida. Ma lui, lui era Michael Schumacher e non doveva dimostrare a nessuno la sua abilità di guida. Forse, all’inizio, non capì subito di cosa si trattava, ma gli fu chiaro l’8 settembre 1996, quando sentì l’amore totalizzante di quella folla dal gradino più alto del podio del Gran premio d’Italia. E lui, che era Michael Schumacher e correva col numero uno, sentì di essere salito in cima ai loro cuori.
Avevano provato a spiegargli che correre per una Ferrari che vagava smarrita nei meandri di una profonda crisi di motivazioni e risultati non sarebbe stato facile. La Ferrari era un brandello d’immortalità divina plasmata da mani umanissime, era un contenitore di storie leggendarie bellissime e tragiche, era il collante di vite diverse fra loro da oltre cinquant’anni e, anche se era cambiata negli anni così come era cambiata la Formula Uno, era uguale a se stessa da tutto quel tempo. Vagava alla ricerca della vittoria dal lontano 1979 e probabilmente si era persa. Ma lui, lui era Michael Schumacher, era nato il 3 gennaio come J.R.R. Tolkjien e, come quest’ultimo diceva, era certo che non tutti coloro che vagano si sono persi.
Avevano provato a spiegargli che correre per quella Scuderia non era una cosa qualunque: pilota più monoposto, gare, vittorie, tifosi felici. La gente, qui, fa il tifo per la macchina e nessun pilota, nemmeno se si chiama Michael Schumacher e porta in dote il numero uno, farà breccia nei loro cuori semplicemente vincendo, ma dovrà capire il senso profondo di essere parte della Ferrari e dimostrare loro di esserne degno. Doveva essere Schumacher ma diventare un po’ Michele, insomma.
Ce n’erano tanti, quando firmò per la Ferrari, che non gradirono affatto l’arrivo di quel tedesco ambizioso e calcolatore al posto del fedele Berger e, soprattutto, del genuino e amatissimo Alesi. Ecco, vediamo ora che saprà fare, costui. E lui li lasciò attoniti in quella prima, faticosa, eroica stagione a bordo del Cavallino, quando la pioggia di Barcellona lavò via un bel po’ di scetticismo e il podio di Monza sciolse l’abbraccio della tifoseria più emotiva. Confesso: io ero una di loro. Io non gradii. Io resistetti a Barcellona e a Monza: ero rimasta attonita sotto la pioggia ma non mi piegai alle lusinghe di quell’abbraccio. Non era Ayrton, né tantomeno Gilles: del resto, lui stesso non aveva mai voluto assomigliare a nessun altro. Però, per me, non era nemmeno Michele o, almeno, non lo era ancora.
E poi venne il 27 luglio 1997, quel Gran Premio di Germania che, fra qualche mese, compirà vent’anni. Michael Schumacher, quel giorno, non vinse la gara ma giunse secondo, al posto proprio di Giancarlo Fisichella. Ne ha vinte novantuno eppure se mi chiedono quale sia il momento della storia di Schumacher uomo e pilota, al quale sono più legata, in pratica quando, per me, Schumacher è diventato Michele, il mio, il nostro Michele, io non avrei esitazioni a indicare quel Gran Premio di Germania, una gara che non vinse. Quel gesto disinteressato, quel voler fare da taxi a un collega, ben più acerbo e segnatamente meno importante di lui, mi trasmise un messaggio: io sono qui e mi prendo cura di tutti, dei piloti sfortunati vestiti di giallo e delle truppe smarrite vestite di rosso. Io sono salito su una Ferrari per portarla al traguardo e ci riuscirà anche se dovessi portarcela in braccio. Credimi, io ho capito che significa. Io sono Schumacher ma tu puoi chiamarmi Michele.
I ragazzi giovani forse non lo sanno ma essere diventato il mio, il nostro Michele non significò, per Schumacher, che gli perdonassimo Jerez ’97, che volessimo accoppare Coulthard per lui dopo Spa ’98 o che trepidassimo dopo l’incidente di Silverstone ’99. Non significò nemmeno l’essersi conquistato quel pezzettino d’immortalità per essere diventato il pilota più vincente dell’era moderna e averlo fatto a bordo di una Ferrari. Significò essere diventato una parte di noi, delle nostre vite. Qualcosa di cui ci fu grato con quella genuina semplicità che lo ha reso grande. Il grande Schumacher, il nostro Michele.
Non è possibile accettare che il destino abbia scelto di incarcerarlo nel suo stesso corpo. Non è possibile accettare di arrendersi alla fatalità. Soprattutto oggi, 3 gennaio, che è il suo compleanno. E questo i ragazzi più giovani lo sanno.
Auguri, Michele.
