
Di sicuro non passerà alla storia come uno dei GP più avvincenti ed accattivanti, eppure le premesse c’erano tutte. Due Mercedes imprendibili: una, quella di Nico Rosberg, in pole position e troppo veloce per tutti e l’altra, quella di Lewis Hamilton, costretta alla rimonta e al decimo posto in griglia per una Q3 da dimenticare.
C’erano anche le Ferrari, a un centimetro dalla prima fila perchè Sergio Perez sarebbe stato arretrato di cinque posizioni. Ma sul filo del rasoio la RedBull di Daniel Ricciardo ha deciso di mettersi tra le Rosse e la velocissima Freccia d’Argento. E poi gli errori – tanti – visti durante le libere che hanno costretto molti alla via di fuga o al contatto diretto con le barriere. Il lungo rettilineo, i mille sorpassi possibili, la parte tecnica del circuito e l’incognita safety car: qualsiasi cosa per mettere a rischio la prima posizione.
Nico Rosberg è stato sconvolto dalla solitudine dei primi. Una malattia, anzi una sindrome, tipica di chi è decisamente imprendibile ed oltre la concorrenza. Di chi parte davanti ed arriva davanti, senza sapere cosa sta accadendo alle sue spalle, tra quelle ventuno vetture che vorrebbero essere al suo posto ma che in realtà non riescono nemmeno a seguirlo con lo sguardo. Troppo veloce, troppo lontano. Troppo.
Quella stessa solitudine che ormai da un po’ di tempo aveva abbandonato chi partiva dalla prima casella è tornata prepotentemente di moda, annullando tutte le incognite dei giorni pre-gara ed abbracciando il biondino della Mercedes dal semaforo verde al podio. Eppure alcuni ci avevano provato, ma si sono fermati tutti a un passo – lunghissimo – da lui. Sebastian Vettel ha fatto tutto ciò che poteva, fermandosi “solo” al secondo posto, ad una sola cifra dall’uno. Sergio Perez quello stesso uno che segnava i podi stagionali della Force India lo ha cancellato, collezionando il bis di terzi posti in campionato.
Ha accompagnato i numeri uno per molti anni, occupando ampiamente la loro carriera come a volerne sottolineare la superiorità. Ha contribuito a fare la storia di questo sport, annoiando sì ma regalando spesso gioie indescrivibili. E domenica a Baku è entrata di diritto nelle vite di Rosberg e dell’Azerbaijan.
Fuori i secondi: la solitudine dei primi ti proietta in un altro universo, lontano dagli avversari e a stretto contatto con il trionfo per tutto il GP. Ti allontana dagli altri perchè sei diverso. Semplicemente più forte, più veloce. Perchè sei di più.
E se il tedesco cercava quelle garanzie che a inizio anno lo hanno portato in testa al mondiale, nei sei chilometri del tracciato le ha ritrovate. Per diventare il migliore c’è tanto da lavorare. Servono gare all’altezza, battaglie da stravincere con degli avversari anche più forti di te. Serve tanto lavoro in pista, feeling con la vettura e fame di vittoria. Ma oltre a ciò bisogna anche saper annoiare, e Rosberg è riuscito in questa impresa.
Quella di Nico a Baku #F1aFavola (lett. “Fu una favola”). Noiosa sì, ma con un lieto fine.