
Il 25 agosto 1991 il tempo era soleggiato e la seducente striscia d’asfalto che si snoda sinuosa nella foresta vallone si preparava a ricevere il bacio dei bolidi, come ogni anno. Lì davanti, quella domenica, s’era imposto lui, uno dei suoi figli prediletti, il brasiliano Magic che sembrava poter vincere dovunque e sfidare chiunque con la sua McLaren, ma che, quell’anno, aveva dovuto arretrare di fronte a un ostacolo chiamato Mansell e alla sua Williams.
Però quel 25 agosto era tutto diverso, tutto era tornato prepotentemente come prima: Senna in pole, gli altri, tutti, a più di un secondo.
Quel giorno, accanto a Senna, partiva il Professore, mai domo e mai sazio; dietro stava in agguato il Leone, poi venivano i secondi – il fedele Berger e l’arrembante Alesi – quindi Piquet, la vecchia lenza. E tutti quelli che erano lì, con gli occhi fissi alle prime posizioni, pensavano a chissà cosa sarebbe successo alla partenza e in quale posizione avrebbero visto questi fenomeni gettarsi su per il Raidillon, nell’urlo dei loro motori. Qualcun altro guardava dall’altra parte, invece, verso il mucchio, verso coloro che correvano la gara degli altri, provando – forse – un misto di empatia e tenerezza per un novellino che esordiva quel giorno, proprio lì, a Spa.

Spa Francorchamps, la Signora delle Ardenne, non è mai stata tenera con il signor pilota qualunque e accetta di andare a braccetto solo con chi è davvero maturo, con chi può andare all’Università. La signora non sarà gentile con quel novellino, un rimpiazzo che quel volpone di Eddie Jordan ha ben pensato di infilare in macchina al posto di Bertrand Gachot, il pilota ufficiale bloccato nei guai in Inghilterra, dopo una notte burrascosa finita in un’udienza ancora più burrascosa. Qualcuno deve aver assicurato a Jordan che il ragazzo conosce bene la pista – è nato a poca distanza da qui, in Germania, vicino al kartodromo che apparteneva alla famiglia di Wolfgang Von Trips – altrimenti non si spiegherebbe. Solo una profonda conoscenza della pista dalle categorie minori potrebbe, infatti, spiegare quel tempo in qualifica, ottenuto all’esordio assoluto su una monoposto di Formula Uno. Settimo, all’esordio. A Spa Francorchamps.

La sua Jordan ha una livrea color verde bardata delle insegne dello sponsor, una bibita famosa, la 7Up. È praticamente una lattina alimentata da un potente motore Ford e, mentre tutti sembrano distanti, distratti da quella che si attende come una gara emozionante fra quelli là, piazzati nelle prime file, Michael Schumacher, l’esordiente, se ne sta buttato in un angolo, a bordo pista, nascosto nelle sue stesse mani. Qualcuno potrebbe pensare che a stento sappia come si sia ritrovato là, per un colpo di testa del caso, ma lui, invece, lo sa benissimo. Ha preparato tutto meticolosamente, fin da quando ha tirato le prime staccate nel kartodromo in cui suo padre fa il custode e se si trova là non è per caso, nossignore: è veloce, intelligente e smaliziato in gara ed è un ottimo collaudatore; chi è del mestiere lo sa e lo ha notato, permettendogli di correre quando non poteva economicamente permetterselo. Questo qualcuno, Willi Weber, credeva tanto nel suo talento da assicurare a Jordan, mentendo, che conoscesse bene il circuito pur di farlo ingaggiare come sostituto di Gachot, quando, invece, prima delle prove, lui, a Spa, non ci aveva mai girato. Quel settimo posto il qualifica era una conferma, oltre che un regalo per chi l’aveva sostenuto. Se Gachot non si fosse fatto arrestare a ridosso della gara, potendo quindi correre quel giorno al posto suo, pazienza: un’altra occasione sarebbe venuta. Non era il caso, era il destino che lo voleva.
Il suo Gran Premio del Belgio iniziò e finì giusto per dargli il tempo di assaggiare la pista, qualche centinaio di metri dopo la partenza, tradito dalla frizione. Avrà pensato al diavolo, il giorno che una lattina a motore diventerà tanto competitiva da vincere delle gare, pure se avessi quarant’anni e avessi appeso il casco al chiodo tornerei a pilotare per il solo gusto di gareggiarvi contro! Andandosene, mentre l’adrenalina scemava e lasciava il posto a un po’ di delusione, avrà promesso alla Signora della Ardenne che sarebbe tornato e l’avrebbe conquistata. Dicono che lei sorrise da sotto gli abeti e gli disse arrivederci a presto, allora.
Quel giorno, mentre Senna riprendeva l’implacabile cavalcata verso il terzo titolo del mondo, nell’abitacolo di una Jordan motorizzata Ford il giovane Michael divenne Schumacher, il dominatore di tutte le classifiche, l’uomo dei record ma soprattutto il re di Spa, per ben sei volte.
Oggi, venticinque anni dopo, la seducente Spa Franchorchamps aspetta che piloti e bolidi facciano la propria comparsa presso la sua casa, là, all’ombra delle foreste. Ci saranno principi e valletti, ma il re non ci sarà. E a questo, la Signora delle Ardenne, non riesce ad abituarsi.
Come noi.