
Rio de Janeiro compare all’improvviso con le sue linee sinuose, le sue luci e il suo frastuono carnevalesco, che si sente dappertutto: nei viali alberati dei quartieri di lusso, dove giganteschi alberi pieni di fiori hanno intrecciato archi da un lato all’altro delle carreggiate con le loro radici avventizie, come pure negli anonimi stradoni di periferia, un monumento a un progresso fatuo che non ha cancellato la vergogna delle favelas ma le ha solo rese un posto trendy per turisti che vogliono lavarsi la coscienza. L’abbraccio del Cristo Redentore copre una baia variegata da oltre duecento isole, talmente tortuosa in alcuni punti che i primi esploratori portoghesi che la navigarono, in un lontano mattino di gennaio, furono portati a credere di trovarsi nel delta di un fiume invece che in una insenatura oceanica, così chiamarono fiume il loro primo avamposto: fiume di gennaio, Rio de Janeiro. Da lassù, dalla cima del monte Corcovado, persino il Maracanã sembra piccolo, perso in una città enorme, come il povero Oronzo Canà in balia di Giginho e Bergonzoni; voltandosi verso le montagne, invece, si vede una selva verde cupo incombente che pare di sentire crescere, una foresta feroce come un predatore, che rimane lì, in agguato, pronta a fagocitare la città in qualunque momento. E ovunque strade che sembrano portare in nessun posto, le stesse sulle quali i cugini Coimbra de la Coronija Y Azevedo si facevano beffe dell’uomo chiamato Tango nel Paese del Samba. Al di là dell’onnipresente mitologia calcistica, oltre la consunta immagine di ragazze bellissime che ballano su spiagge sterminate, Rio de Janeiro è, dunque, una città che ci sembra di conoscere e che faceva già parte del nostro patrimonio di memorie ben prima che fosse sede dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi poi.
Già , le Olimpiadi. Per quelli come noi, i malati di automobilismo, le Olimpiadi sono quella manifestazione che ha richiesto, per far posto al villaggio olimpico, di smantellare lo storico circuito di Jacarepaguá, per intenderci: quello da dietro le cui cancellate un giovanissimo Ayrton Senna prendeva la decisione di donare il suo cuore alla Formula Uno, dopo avervi sentito risuonare l’urlo magnetico del motore turbo della Ferrari di Gilles Villeneuve.  Per quelli come noi, quelli che amano l’automobilismo e i suoi eroi, le Olimpiadi sono quella manifestazione alla quale prenderà parte Alex Zanardi.
E ora ditemi, vi prego: cosa dovrei scrivere, io, su Alex Zanardi? Cosa, senza ripetere zuccherose litanie in lode dell’uomo invincibile che non si fa fermare dalle disgrazie della vita; cosa, che non sia un giĂ detto, sul miracolo di un uomo capace di farti riconciliare con il mondo, perchĂ© se esistono persone come Alex Zanardi allora ne vale ancora la pena; cosa, che non sembri il solito pappone sulla disabilitĂ che non è un handicap ma solo una diversitĂ (ne riparliamo alla prossima barriera architettonica, di diversitĂ – NdA). Cosa, considerando che un libro(1) se l’è giĂ scritto da solo e contiene tutto, ma proprio tutto, e leggerlo ti fa sentire meglio.
Beh, se proprio devo, allora scriverò questo: non è vero che Alex Zanardi è un uomo eccezionale. Alex Zanardi è un uomo normale. Prima di riservarmi lo stesso trattamento di un vetteliano capitato per sbaglio in un forum di alonsisti, riflettete: non è proprio la sua adamantina normalitĂ , il suo trasmettersi senza alcun filtro a spettatori e tifosi come un uomo normale, padre, marito, che ha riorganizzato la sua vita come tanti altri uomini fanno quando devono affrontare una menomazione fisica? E non era forse, non è, la sua normalitĂ di atleta della porta accanto, che era solito commentare episodi di gare con lo stesso tono che avrebbe usato uno di noi – come quella volta che Villeneuve vide la Madonna in bicicletta o quando non combinò niente di buono quasi avesse avuto un gatto nero appollaiato sull’ala posteriore – che ce lo fece amare quando correva in Formula Uno?
Normale, pensateci, non è vilipendio. Perché cosa c’è di più straordinario se non lottare per la propria normalità ? Per tornare a casa dalla propria famiglia, per passare il proprio tempo all’aria aperta godendosi gli amici, per lavorare come tutti  gli altri, per essere, infine, considerati persone oltre che appendici della propria menomazione, per non sentirsi più dire ah poverino quello, chissà come farà ora. Cosa c’è di più normale che restare con tanta forza attaccati alla vita, quando sei rimasto con solo un litro di sangue nel corpo? La risposta è nella storia di ognuno degli atleti (para)olimpici di Rio 2016: ascoltatele tutte, non solo quella di Zanardi. Troverete che, prima che simboli, vogliono essere uomini e donne. Uomini e donne che puntano a dare il meglio di sé. Come loro intendono vincere medaglie e battere record, noi dovremmo perseguire quell’obiettivo nella nostra vita di tutti i giorni e dare il meglio come studenti, operai, impiegati, dottori, presidenti di scuderie da corsa eccetera.
A proposito degli eroi dell’automobilismo, Alex Zanardi riporta nel suo libro (1) i suoi pensieri all’indomani dell’incidente di Senna a Imola:
“I piloti sono incoscienti, non coraggiosi. Sai che esiste una possibilitĂ ma sei convinto sia estremamente remota e che, anche se capitasse, non toccherĂ mai a te.”
Nessun eroismo,quindi, ma una pretesa d’immortalità , un egocentrismo fatale. Ancora una volta una considerazione impregnata di quella normalità che rifugge i panegirici ma guarda la realtà . Una realtà che “(…) dimostrò che restiamo esseri piccoli e insignificanti, esseri di passaggio (…)”
E così, in questi giorni a cavallo di metà settembre 2016, poco più di vent’anni dopo quella cosa inspiegabile al Cavatappi di Laguna Seca – se quello fatto dai signori su due ruote è un sorpasso, trovatemi voi la definizione di quello fatto su quattro ruote; citofonate a Bryan Herta per consulenza – e quindici anni dopo quel suo secondo compleanno, come lo definisce lui, su un oscuro ovale tedesco, Alex Zanardi prenderà parte alle sue gare olimpiche nell’Handbike e, dopo gli ori di Londra, cercherà di regalarci altri allori …
Se trovate che in tutto questo non ci sia niente di normale, nonostante io sia stata molto convincente, non preoccupatevi: io per prima non ho convinto me stessa. Caro Alex, cos’altro aggiungere? Concluderò con un saluto poetico, alla maniera degli antichi Greci:
O Alessandro Zanardi, normalissimo fra gli eccellenti, eccellentissimo fra i normali, per conquistarmi ti bastò quel gatto nero sull’ala posteriore, il resto è storia. Va’ e batti quest’altro record, per me, per noi, normalissimi fra i normali.
(1) … però, Zanardi da Castel Maggiore!  di A. Zanardi con G. Gasparini, Baldini & Castoldi, 2003