
Arriva un momento in cui per aver successo nelle corse non bastano più l’essere baciato da un talento superiore, l’avere le spalle coperte da una scuderia-mamma che ti coccola, una certa benevolenza della Dea Bendata e quella natura genuinamente … cazzara che smuove le simpatie del pubblico: il fatto è che ci sono altri ventuno piloti in griglia, ognuno scesa in pista per piazzarsi avanti agli altri, che parta primo o ultimo, ognuno con i suoi personali conti aperti con il karma o con il compagno di box.
Il fatto è, banalmente, che non esisti solo tu. No, non sto parlando con te, Max, di cui tutti immaginiamo il disappunto quando mamma Red Bull non s’è mostrata commossa dal tuo lamentare che là davanti un – giustamente – ringhioso Ricciardo si ostinasse a starti davanti benché tu fossi più veloce e ha scelto – forse – di non intervenire fino alla fine. E brava la Red Bull per come ha gestito lo spogliatoio: ne è passata di acqua sotto i multi-21! Brava anche nel suo essere sempre in agguato, non solo con i suoi aggressivi assetti rake, per cogliere quei ribaltamenti di fronte – chiamateli sfortune o ruote che girano – che possono decidere di bastonare i dominatori quando meno te lo aspetti: in Spagna è successo al giro 1, in Malesia al 41. In entrambi i casi a terminare al numero uno al posto dei numeri uno è stata una monoposto della Scuderia anglo-austriaca: del resto è risaputo che, se le fai un regalo, Red Bull ti porge le maaaaaani (e ringrazia).
Onore al merito ai vincitori, in ogni caso: in questa Formula Uno, infatti, nulla accade veramente per caso, perché, salvo apocalissi inenarrabili e alquanto poco probabili, ci sono monoposto destinate ad arrivare comunque nei primi posti. Abbiamo a che fare con un campionato a due velocità , nel quale buona parte dello schieramento compete per posizioni dalla sesta in giù mentre tutti gli altri corrono a parte, con una talmente marcata superiorità del mezzo che, anche se finiscono sbattuti nelle retrovie per alterne vicende, in un quarto di giro sono già nei punti e di lì all’alta classifica è solo una questione di chilometri. Un po’ com’è successo a Rosberg questa domenica, ad Hamilton a Spa o a Vettel a Singapore.
Sebastian Vettel, appunto: ecco a voi lo strano caso del dottor Vettel e del signor Seb, da driver of the day a donkey of the year in un paio di settimane. Era con te che parlavo, all’inizio, caro Sebastiano. Flagellato da una stagione che ha promesso senza mantenere come un’amante infida, vittima di una Ferrari che segue un percorso altalenante, a onde, invece di procedere dritta verso il bersaglio, perso per strada il vantaggio competitivo di una buona sorte che sembrava prediligerlo fin dall’inizio della carriera – a volte anche sfacciatamente – l’innamorato della Rossa rimbalza qua e là in questo flipper 2016, beccandole ora dalla sfortuna, ora dalle incertezze del team, ora dai suoi errori, che tanto più gravi sembrano perché a commetterli non è un novellino smanioso ma un campione concentrato e maturo. Il fatto è che in questa Formula uno dove, come dicevamo più sopra, è tutto scritto fin dai test invernali, la necessità non aguzza l’ingegno ma l’azzardo: in una scuderia in condizioni di necessità , come questa Ferrari ondivaga che patisce in qualifica e in gara, per un peccato originale non gravissimo ma insanabile, il pilota non ha altra scelta che inseguire lo spunto in partenza, cercando una manovra piratesca che, se fosse riuscita, ammettiamolo, adesso staremo tutti a magnificare e invece siamo concordi nel biasimare. Purtroppo in griglia non esisti solo tu, errare è umano e, questa volta, i commissari hanno scelto di sanzionare, caro Sebastiano. Così, a raccogliere un magro bottino di speranze frustrate e soddisfazioni strozzate resta il solo Kimi Raikkonen, quarto, troppo lontano per beneficiare del disgraziato guasto alla power unit di Hamilton – la ruota gira, dicevamo, per cui ogni tanto andate arrosto pure voi – e troppo in affanno per riprendersi il podio nonostante la penalizzazione inflitta a Rosberg, mentre, dall’alto delle sue quindici posizioni recuperate dalla partenza, un mai domo Fernando Alonso, forse, se la ride.
Arriva un momento i cui, per avere successo nelle corse, tutti i tasselli devono andare a posto: power unit, telaio, qualifica, passo gara, testa, cuore e fortuna. Quello sarà il momento che tu e la tua innamorata Rossa, caro Sebastiano, dovrete cogliere, speriamo al più presto, per il bene della competizione. Senza sbagliare.