
Non so com’è, ma è accaduto. Il cataclisma, l’evento. E noi, vittime dell’horror vacui che ci prende a ogni campionato di Formula Uno che finisce, garruli, esultiamo: abbiamo qualcosa, qualcosa di clamoroso con cui cavalcare la grande onda del momento!
Nico Rosberg, il campione del mondo in carica, si è ritirato. Man mano che le ore passano, passano anche le fasi emotive che caratterizzano la reazione a un evento diciamo di rottura: lo stupore, la non accettazione, il dispiacere/la contentezza, l’accettazione. Su tutte, il bisogno compulsivo di dire la propria e speriamo che, a differenza di come è andata per la fine del campionato, ci sia risparmiata l’ultima, ossia la rissa con la fazione avversa. Perciò, Signore, è stata una svista, abbi un occhio di riguardo per il tuo editorialista, verrebbe da dire parafrasando il grande Ivan Graziani. Ma svista non è.
Cos’è, davvero, che spinge una persona fuori dal comune, un pilota di Formula Uno, a lasciare il proprio mondo? Nico Rosberg, leggerezza da ragazzo della porta accanto e aplomb da gran signore, è stato chiaro: quando raggiungi la tua vetta, coroni il tuo sogno di bambino, pesi da una parte la soddisfazione e dall’altra i sacrifici, non solo tuoi ma anche delle persone che ami. Quando vedi dove il piatto pende, inizi a pensare di aver compiuto la grande impresa della tua vita ma realizzi anche che la tua vita non è solo lotta di gomme, di drs, di power unit e di nervi con altri agguerriti rivali, perché ne esiste un’altra, di vita: nella dimensione familiare, in tutto quello che è stato altro dalla Formula Uno. Per qualcuno, l’unica vita che conta è quella in pista. Per altri, quando la gloria effimera di una carriera sarà stata risucchiata dai nuovi fenomeni e dalle regole di quello che è sempre meno sport e sempre più spettacolo, l’unica vita che conta è quella che resta, quella che si è stati capaci di costruire accanto alla pista. Nico Rosberg ha deciso di lasciare il suo mondo, un mondo che gli appartiene fin dalla nascita, essendo un figlio d’arte, per andare alla scoperta di un nuovo mondo e lo farà senza rimpianti, appagato.
Già, l’appagamento. Abituati, nella storia recente, ad assistere a sequenze di dominio con titoli in successione, a gustare carriere lunghissime – non solo quelle di Button e Massa o del grande Schumacher, ma anche quelle di Raikkonen e Alonso – potrebbe riuscirci difficile accettare che dopo un solo alloro, con a disposizione il mezzo più vincente del lotto, ci si senta appagati. Un vero campione – dicono in molti – ha sempre fame; a un pilota qualunque, invece, basta qualunque cosa perché sa di non riuscire a ripetersi. Posto che una posizione del genere, a parere di chi scrive, svuota di valore un traguardo per contro ampiamente meritato, come il titolo del mondo vinto da Rosberg, un campione non si misura solo dall’appagamento. Ci sono molti modi di essere un campione: c’è chi lo è diventato senza vincere niente, chi è fatto per battere record, chi sarà sempre insuperabile nonostante altri abbiano vinto di più e per più tempo e c’è anche chi ha deciso di andarsene all’apice, scegliendo la via più pericolosa: l’alternativa.
Jackie Stewart e Alain Prost insegnano che il coraggio necessario a lasciare da vincenti pesa quanto il coraggio di rimanere a lottare accettando di essere perdenti. Nico Rosberg possiede quel particolare tipo di coraggio, quello di chi ha conosciuto la ribalta del palcoscenico e ora è pronto a sedersi in platea, accanto alla moglie e alla figlia.
Nico Rosberg è fortunato perché ha realizzato il suo sogno da bambino. Cosa volete che gliene importi di quanto dura questo sogno, se un anno solo o cinque, sei? E, soprattutto, a che vale realizzare un sogno se non si ha nessuno con cui goderselo? Nico Rosberg lo sa, conosce il valore delle persone importanti e ha deciso di non sprecarlo. È la sua scelta, è la sua vita, da una parte e dall’altra della pista.
Parafrasando ancora Ivan Graziani, caro il mio Nico Rosberg, con il tuo italiano niente affatto incerto, certe cose le sapevi dire: garbato, paziente, aperto e disponibile. Sarà una bella vita, Nico, ti invidieremo e un po’ ci mancherai.
P.S. E grazie, Nico, per aver consentito, a me e a questo blog, una share da record con il nostro articolo all’indomani del Gran Premio di Abu Dhabi!