Sin dal 1 ottobre 1947, giorno che sancisce ufficialmente e legalmente la nascita della società Auto Costruzioni Ferrari, la Casa di Maranello ha legato a doppio filo la propria attività sportiva e la propria impareggiabile fama alle corse di durata. Ferrari e l’Endurance: una storia di sonanti vittorie, cocenti sconfitte. In ogni caso, sfide senza epoca. Se la Ferrari è diventata mitica e ammirata in tutto il mondo, lo deve, anzitutto e storicamente, ai successi colti nelle grandi corse di durata, su strada e pista. Solo per citare le più ricorrenti e memorabili “classiche” dell’Endurance mondiale: 9 successi assoluti alla 24 Ore di Le Mans, 8 alla Mille Miglia, 7 alla Targa Florio, 12 alla 12 Ore di Sebring (compresi i tre ottenuti dalla 333 negli Anni ’90), 5 Daytona sbancate (3h, 2000 km e 24 Ore; anche in questo caso, la 333 ci mette lo zampino…) e altrettante vittorie in quel di Spa-Francorchamps (500 e 1000 km), 2 Carrera Panamericana (1951-1954). Il circuito belga di Spa-Francorchamps, inoltre, vede trionfare le auto del Cavallino in due edizioni della 24 Ore (1949-1953).
La 24 Ore di Le Mans incarna, senza dubbio, la gara Endurance per eccellenza. Una storia che, fatte salve l’edizione del 1936 (annullata a seguito degli scioperi nelle industrie) e la forzata interruzione nel corso della Seconda Guerra Mondiale e dell’immediato dopoguerra, segna e scandisce il calendario del motorismo internazionale a partire dal 1923.
La storia, spesso, intreccia ricami curiosi e bizzarri, quasi a voler scrivere una imperitura sceneggiatura. La corsa della Sarthe, nel 1949, riallaccia quel filo suo malgrado interrotto nel 1940 e sino al 1948. A vincere in quella prima, storica edizione, all’indomani delle tragiche vicende belliche, è una Ferrari. Manco a farlo apposta, per usare la popolare espressione. Un Marchio nuovo, anzi nuovissimo, che fa capo ad Enzo Ferrari, volto e nome noto sin dai mitologici Grand Prix degli Anni ’30. Erano i tempi delle Alfa Romeo, della Scuderia Ferrari. Da quel 1949, dunque, la piccola Casa di Maranello balza agli onori delle cronache internazionali grazie a quella che era ed è la più importante corsa di durata: una ulteriore perla nella ancor breve vita della Ferrari che fa seguito alle prestigiosissime vittorie conseguite alle Mille Miglia e Targa Florio/Giro di Sicilia del biennio 1948-1949, corse su strada altrettanto ambite e celebrate.
Tra il 25 e 26 giugno 1949 va in scena la XVII edizione del Grand Prix d’Endurance les 24 Heures du Mans. Una edizione, e non potrebbe essere diversamente, i cui regolamenti tecnici e sportivi abbracciano e includono passato, novità, spirito di rinascita e adattamento. Un mix di vetture post e ante-guerra (49 i partenti) a darsi battaglia nelle sei classe suddivise per cilindrata (da 500cc a 5000cc). Il circuito è invariato (eccezion fatti i logici aggiornamenti e ammodernamenti), ereditato dal 1939. Dal 1923 al 1928, infatti, il tracciato della Sarthe misura 17,262 km, ridotti a 16,340 km dal 1929 al 1931. Dal 1932, il circuito della 24 Ore assume il tipico disegno – sebbene modificato più volte nel corso dei decenni – che, nei tratti generali, permane sino ad oggi. Viene, infatti, inaugurato il caratteristico segmento “Curva Dunlop-Esse de la forêt-Tertre Rouge”. La lunghezza è ulteriormente ridotta: 13,492 km. Rimarrà tale sino all’edizione del 1955.
La corsa si rivela pimpante e incerta. La battaglia tra la Ferrari 166 MM #22 condotta da Luigi Chinetti/Peter Mitchell-Thomson (II Barone di Selsdon, di fatto il finanziatore della spedizione Ferrari a Le Mans in quel 1949) e la Delage D6S-3L #15 (6 cilindri in linea di 3000cc di cilindrata) dell’equipaggio Henri Louveau/Juan Jover è particolarmente serrata. Alla fine, la spunta la vettura di Maranello, quella stessa 166 MM (acronimo di Mille Miglia) che, ad aprile, si impone proprio alla Mille Miglia grazie a Clemente Biondetti/Ettore Salani (vincitore anche nel 1948 su 166 S ma coadiuvato da Giuseppe Navone). Chinetti, in particolare, palesa forza e costanza fuori dell’ordinario: rimarrà al volante per circa 23 ore. Per il futuro importatore Ferrari negli U.S.A. – nonché fondatore della celeberrima Scuderia NART (acronimo di North American Racing Team) – si tratta del terzo successo assoluto alla 24 Ore di Le Mans: ai trionfi anteguerra conquistati nel 1932 e 1934 grazie all’Alfa Romeo 8C 2300 (in equipaggio rispettivamente con Raymond Sommer e Philippe Étancelin), ecco aggiungersi il tris targato Ferrari. Inedito, forse il più leggendario e sudato. L’equipaggio della Ferrari copre 3172,299 km (235 giri) alla media di 132,420 km/h, precedendo di un solo giro la Delage (Marchio acquisito, nel 1935, dalla Delahaye). Terza classificata, attardata di 11 giri, è la Frazer-Nash High Speed Replica Le Mans-Bristol/BMW #26 condotta da Harold John Aldington/Norman Culpan. Il giro più veloce in gara va alla francese Delahaye 175 S #4 condotta da Pierre Flahault/André Simon e gestita da Charles Pozzi: 5:12.5 alla media di 155,427 km/h. La vettura è spinta da un 6 cilindri in linea di 4464cc di cilindrata.
La corsa, purtroppo, è macchiata dalla morte di Pierre Maréchal, pilota franco-britannico che, in quell’anno, divide la competitiva Aston Martin DB Mark II (DB2-Prototype) #28 con Thomas Alastair Sutherland Ogilvy “Donald” Mathieson. Maréchal muore il 27 giugno a seguito dei gravi traumi riportati nell’incidente verificatosi a Maison Blanche.
La 166 MM di Chinetti/Lord Selsdon non è l’unica Ferrari presente a Le Mans nel 1949. Una seconda 166 MM (numero di gara 23), infatti, è condotta dall’equipaggio composto da Jean Lucas/”Ferret” (Pierre-Louis Dreyfus): dopo una gara in vetta, deve ritirarsi al 53° giro a seguito di un incidente quando al volante è impegnato “Ferret”. Sarà proprio quest’ultima auto a vincere, pochi giorni dopo, la 24 Ore di Spa-Francorchamps grazie a Luigi Chinetti/Jean Lucas.
Storica e ormai entrata nell’immaginario collettivo la Ferrari 166 MM, elegante “barchetta” che regala alla Casa di Maranello i primi successi in ambito internazionale. La compatta e leggera biposto (solo 650 kg a vuoto) è spinta da un 12 cilindri in V di 60° di 1995cc di cilindrata – collocato in posizione anteriore/longitudinale – in grado di erogare oltre 140 CV a 6600-7000 giri/minuto. Le misure di alesaggio e corsa sono pari a 60 mm x 58,8 mm, il rapporto di compressione è di 10:1. La distribuzione si avvale di due alberi a camme in testa (uno per bancata) azionati da catene e 2 valvole per cilindro. Presenti 3 carburatori doppio corpo Weber. Il cambio è a 5 marce. La vettura è carrozzata Touring – primo carrozziere a “vestire” le automobili prodotte a Maranello – e concepita da Gioacchino Colombo, padre delle prime Ferrari. In quel di Le Mans 1949, la Ferrari 166 MM è, senza dubbio, tra le automobili più all’avanguardia in pista, per stile, progetto – ben più recente e moderno rispetto ad altre auto presenti in gara, soprattutto francesi ed inglesi –, configurazione (modernissima in un periodo in cui ancora spadroneggiano le ultime Sport provviste di semplici parafanghi “motociclistici” a carenare parzialmente le ruote) e per prestazioni. Certamente, non mancano vetture altrettanto moderne e originali, anche di piccola cilindrata. Su tutte, la già citata Aston Martin DB2, la Simca Gordini T8, la Monopole Sport.
In più, come abbiamo visto in precedenza, Chinetti si rivela uomo chiave in questa prima spedizione Ferrari in terra di Sarthe: ottime, innate capacità organizzative, pilota veloce e affidabile e già vincitore della massacrante 24 Ore.
Il 24-25 giugno 1950, si disputa la 24 Ore di Le Mans. La Ferrari è presente alla Sarthe in forma non ufficiale. È ancora Chinetti, infatti, ad organizzare la spedizione in terra di Francia. Cinque le vetture messe in campo grazie e a disposizione di facoltosi gentleman driver, essi stessi proprietari delle esclusive vetture in gara: Peter Mitchell-Thompson (Lord Selsdon)/Jean Lucas sono al volante della 166 MM #28 (telaio 0052M), Porfirio Rubirosa/Pierre Leygonie conducono la 166 MM #26 (telaio 0050M), Yvonne Simon/Michel Casse partecipano alla corsa al volante della 166 MM Coupè #27 (telaio 0042M), Luigi Chinetti/”Heldé” (Pierre Louis-Dreyfus) sono al volante della nuova Ferrari 195 S Barchetta #24 (telaio 0038M), infine, Raymond Sommer/Dorino Serafini alla guida della blu 195 S Berlinetta Touring #25 (telaio 0060M).
La Ferrari 195 S è una evoluzione della 166 MM. Molto simile esteriormente, la 195 S sfoggia, tuttavia, una diversa motorizzazione: il 12 cilindri in V di 60° presenta, infatti, una cilindrata totale di 2341cc. Maggiorata anche la misura dell’alesaggio, che passa a 65 mm (misure di alesaggio e corsa, dunque, pari a 65 mm x 58,8 mm). Inalterata l’impostazione bialbero in testa (uno per bancata) e 2 valvole per cilindro. L’alimentazione avviene mediante 3 carburatori doppio corpo Weber. La potenza sale a 170 CV a 7000 giri/minuto.
Nonostante il giro più veloce in prova fatto segnare da Raymond Sommer in 5 minuti alla media di 161,90 km/h (in ogni caso, lo schieramento di partenza è stabilito, in ordine decrescente, in base alla cilindrata) ed una prima fase di corsa ai vertici, la 24 Ore di Le Mans 1950 si conclude, per la Ferrari, nel peggiore dei modi. Simon/Casse abbandonano dopo 25 giri ultimati, Rubirosa/Leygonie dopo 44 (rottura della frizione), la 195 S Berlinetta Touring di Sommer/Serafini cede dopo 82 passaggi, la 195 S Barchetta di Chinetti/Dreyfus esala l’ultimo respiro dopo aver percorso 121 giri, messa KO da una ulteriore rottura meccanica (trasmissione). Al 164° giro, anche Lucas/Lord Selsdon sono costretti al ritiro a seguito di un incidente (al volante vi è Lucas). A vincere è la Talbot Lago T26GS (6 cilindri in linea di 4483cc) #5 condotta dalla famiglia Rosier, Louis e Jean-Louis, padre e figlio. L’equipaggio francese ultima 256 giri, coprendo 3465,120 km alla media oraria di 144,380 km/h. Louis Rosier segna il giro più veloce in gara in 4:53.5 alla media di 165,49 km/h.
23-24 giugno 1951: la 24 Ore di Le Mans, con i suoi 60 partenti, delizia il folto pubblico appassionato. La Ferrari, dopo la vittoria del 1949 e la débâcle del 1950, si presenta più agguerrita che mai. Ben nove, infatti, le vetture schierate grazie all’impegno di privati, ad iniziare dal solito Luigi Chinetti. Ancora assente, pertanto, la Scuderia Ferrari in forma ufficiale e diretta. René Bouchard/Lucien Farnaud sono al volante della 166 MM Barchetta Touring #64 (telaio 0068M), Yvonne Simon/Betty Haig vanno a costituire un inedito equipaggio al femminile a bordo della 166 MM Berlinetta #32 (telaio 0042M). Tuttavia, il “piatto forte” dell’impegno del Cavallino in quel di Le Mans 1951 è rappresentato dalle nuove auto, la 340 America Barchetta e la 212 Export. I nomi di battesimo delle due vetture non lasciano dubbi: la Ferrari vuole espandersi in nuovi territori.
La Casa di Maranello è appena entrata in un periodo di transizione assai delicato: l’avvicendamento al timone tecnico tra Colombo e Aurelio Lampredi. Quest’ultimo, benché fautore di propulsori dal ridotto frazionamento, si cimenta nella realizzazione di nuovi motori seguendo il percorso tracciato dall’illustre predecessore con i suoi celebri V12. Grazie alla 340 America, la Ferrari offre una vettura di grossa cubatura; il 12 cilindri in V di 60° (alesaggio x corsa pari a 80 mm x 68 mm) presenta, infatti, una cilindrata di 4101cc. La potenza supera di poco i 220 CV a 6000 giri/minuto e ad un rapporto di compressione di 8:1. La 212 Export, infine, si pone ancora quale logica evoluzione della ormai nota 166. Il V12 di 60°, tuttavia, è stato maggiorato nella cilindrata, ora di 2562cc. Un nuovo telaio e nuove sospensioni supportano e sopportano la accresciuta cavalleria, la quale tocca i 165 CV a 7000 giri/minuto (alesaggio e corsa pari a 68 mm x 58,8 mm, rapporto di compressione 8,4:1).
Ebbene, le 340 America (vincitrice in aprile – nella versione Coupé Vignale – della Mille Miglia, grazie a Luigi Villoresi/Pasquale Cassani) sono affidate agli equipaggi di punta: Luigi Chinetti/Jean Lucas si alternano al volante della #15 (telaio 0032MT), “Heldé” (Pierre Louis-Dreyfus)/Louis Chiron sono impegnati alla guida della #16 (telaio 0116A), Johnny Claes/William ‘Bill’ Spear dividono la #17 (telaio 0118A), Eddie Hall/Giuseppe Navone è l’equipaggio designato della 340 America Barchetta #18 (telaio 0120A). Le 212 Export, dal canto loro, sono affidate agli equipaggi così composti: Jacques Péron/Norbert Jean Mahé sulla #29 (telaio 0096E), Charles ‘Chas’ Moran Jr/Franco Cornacchia sulla #31 (telaio 0100E), Jean Larivière/André de Guelfi sulla #30 (telaio 0078E).
La concorrenza è agguerrita ma le Ferrari, specie le V12 di 4000cc, puntano al “bersaglio grosso”. Invece, la 24 Ore di Le Mans 1951, per la Ferrari, si traduce sin dai primissimi giri in un’altra cocente delusione. Al 5° giro, Jean Larivière è protagonista di un violento e cruento incidente a Tertre Rouge: il pilota francese muore all’istante. Al 29° giro, giunge la squalifica della vettura condotta da Dreyfus/Chiron a seguito di un rifornimento di carburante non consentito dal regolamento (l’auto di Chiron era rimasta a secco in pista). Dopo 50 giri, si ritira la 166 MM Barchetta Touring di Bouchard/Farnaud (motore), dopo 125 passaggi è la volta della 340 America di Hall/Navone, la quale, grazie a Hall, si issa nella notte in terza posizione (batteria). Anticiperà, di poco, il ritiro della 340 America di Claes/Spear (frizione).
Alla fine dei giochi, Luigi Chinetti/Jean Lucas riescono ad acciuffare un onorevole 8° posto assoluto e di classe (3001cc-5000cc), dopo aver percorso 246 giri e 3328,160 km. Al 9° posto, attardata di 2 giri rispetto alla 340 America Barchetta #15, si piazza la 212 Export #29 di Jacques Péron/Norbert Jean Mahé. La vittoria va alla Jaguar XK-120C #20 condotta da Peter Walker/Peter Whitehead; l’equipaggio britannico ultima 267 giri (3611.193 km) alla media oraria di 150,466 km/h. Il giro più veloce in gara è segnato da Stirling Moss, (Jaguar XK-120C #22 condivisa con Jack Fairman) in 4:46.800, alla media di 169.356 km/h.
Nel 1952, finalmente, scocca l’ora della Scuderia Ferrari. Modifiche regolamentari rinnovano la corsa francese (carburante, rifornimenti, eccetera): su tutte, spicca il divieto di proporre vetture Grand Prix convertite alla buona in Sport (monoposto sfalsate o biposto), provviste, cioè, di piccoli parafanghi motociclistici a coprire appena le ruote. Questi elementi, da ora, dovranno essere obbligatoriamente integrati al resto della carrozzeria. 57 le vetture in gara.
Folta e ben assortita la partecipazione Ferrari in occasione della 24 Ore di Le Mans 1952 (14-15 giugno). La Scuderia Ferrari, al debutto in quel di Le Mans, schiera due vetture. Si tratta delle nuove 225 S Berlinetta Vignale e, soprattutto, della più spinta 250 S Berlinetta Vignale. La prima (numero di gara 30, telaio 0152EL) viene affidata a “Pagnibon” (Pierre Boncompagni)/Tom Cole Jr, la seconda, invece, all’equipaggio di punta nonché a due tra i piloti più quotati di quel periodo: Alberto Ascari/Luigi Villoresi (numero di gara 62, telaio 0156ET). Il V12 aspirato di 60° di Colombo-Lampredi tocca nuovi ed ulteriori livelli evolutivi. La 225 S è spinta da un siffatto V12 di 2715cc di cilindrata, erogante circa 210 CV a 7200 giri/minuto (alesaggio e corsa pari a 70 mm x 58,8 mm, rapporto di compressione di 8,5:1). La 250 S, dal canto suo, vanta un V12 di 2953cc, in grado di erogare 230 CV a 7500 giri/minuto (alesaggio e corsa pari a 73 mm x 58,8 mm, rapporto di compressione di 9:1).
Chinetti schiera tre auto, tutte della serie 340 America: Luigi Chinetti/Jean Lucas sulla #12 (telaio 0204A), André Simon/Lucien Vincent sulla #14 (telaio 0202A), “Heldé”, (Pierre Louis-Dreyfus)/René Dreyfus sulla #16 (telaio 0116A). Quotata la vettura messa in pista dalla Ecurie Rosier: la 340 America Vignale Spider #15 (telaio 0196A) è affidata ai valenti Louis Rosier/Maurice Trintignant. In realtà, la Ecurie Rosier schiera una seconda 340 America, la #7; tuttavia, la rottura del motore avvenuta nel corso delle prove causerà il prematuro ritiro dell’equipaggio Jean-Louis Rosier/Jean Estager. Lo squadrone Ferrari è chiuso dalla 212 MM Coupé #33 (telaio 0070M) condotta da Charles ‘Chas’ Moran Jr/Franco Cornacchia.
Quasi ad emulare le gesta di altre illustri vetture Ferrari, la 250 S si presenta a Le Mans forte del successo conseguito, in maggio, alla Mille Miglia (Giovanni Bracco/Alfonso Rolfo). In quell’occasione, la Ferrari domina avversarie che portano il nome di Mercedes, Lancia, Jaguar.
Come sempre, anche la 24 Ore di Le Mans 1952 è viva e ricca di colpi di scena sin dalle prime battute. Tutti i pretendenti alla vittoria assoluta patiscono problemi e clamorosi ritiri. Le Ferrari di Ascari e Simon partono a spron battuto ma, dopo pochi passaggi, la 250 S condotta dal campione milanese inizia a lamentare problemi alla frizione. È la prima auto del Cavallino a cedere: la gara di Ascari/Villoresi dura appena 3 ore. Due ore più tardi, è la 340 America di “Heldé”/Dreyfus a soccombere: un’altra frizione in panne. E per la serie “non c’è due senza tre”, ecco che dopo 6 ore di corsa muore una terza Ferrari: è la 340 America di Rosier/Trintignant, anch’essa vittima della delicata e inaffidabile frizione monodisco. La 340 America di Simon/Vincent si issa nelle posizioni di vertice, ma un’uscita di strada di Vincent a Mulsanne costa parecchie posizioni all’ottimo equipaggio francese. La rimonta sarà feroce. La 225 S di “Pagnibon”/Cole Jr abbandona a metà gara, seguita dalla 212 di Moran Jr,/Cornacchia. È una ecatombe. Frattanto, Chinetti/Lucas, anch’essi nelle posizioni di vertice, sono squalificati: decisivo, in tal senso, si rivela un rifornimento effettuato in anticipo rispetto alla finestra regolamentare prescritta (debbono essere percorsi almeno 28 giri tra un rifornimento e l’altro).
La 24 Ore si conclude. La squadra Ferrari acciuffa un onorevole 5° posto assoluto grazie a André Simon/Lucien Vincent su Ferrari 340 America Berlinetta Vignale #14. Il giro più veloce in gara va ad Alberto Ascari su Ferrari 250 S Berlinetta Vignale #62: 4:40.5 alla media di 173.159 km/h. La battaglia per il successo assoluto è stata tesissima ed aperta a molteplici contendenti. Alla fine, il Daimler Benz AG fa doppietta con le sue Mercedes-Benz 300 SL W194 (6 cilindri in linea di 2996cc) #21 e #20: freddezza, organizzazione, piloti attenti, cambi pilota ad ogni rifornimento ed una vettura costante e veloce consentono alla Casa tedesca di conseguire tale prestigioso risultato. Herrmann Lang/Fritz Riess si aggiudicano la corsa in 277 giri, pari a 3733,800 km percorsi (media oraria di 155,575 km/h). Al 2° posto, si classifica la 300 SL condotta da Theo Helfrich/Helmut Niedermayr, distaccata di un solo giro. Ma la scena è tutta per “Pierre Levegh” (Pierre Eugène Alfred Bouillin). Il forte pilota parigino – che avrebbe dovuto dividere la sua Talbot Lago T26 GS Spider #8 con René Marchand – guida per 23 ore consecutive. Alle 12:00 della domenica, ha già accumulato 5 giri di vantaggio sulle Mercedes. La vittoria sembra cosa fatta. Ma ad un’ora dalla fine, la vettura cede tra Arnage e Maison Blanche. Troppa la stanchezza (Levegh aveva mangiato solo due arance, un po’ di acqua e assunto pasticche stimolanti): non riesce più a cambiare le marce correttamente né a spingere i pedali. Il motore si rompe. È esausto: cammina e parla a malapena.
A Levegh non riesce il gioco che, al contrario, Luigi Chinetti e Louis Rosier hanno saputo portare a termine con astuzia e nervi saldi. Il primo, nel 1949, guida per 23 ore (Lord Selsdon sarà al volante della 166 MM #22 per appena un’ora), Rosier, nel 1950, concede al figlio Jean-Louis solo due giri di pista, immediatamente successivi alla rapidissima sostituzione – durata appena 48 minuti – dell’albero a camme che comanda le aste del 6 cilindri francese. Sono circa le 6 del mattino.
Nel 1953 si aprirà ufficialmente l’era del Campionato del Mondo riservato alle vetture Sport (World Sportscar Championship). Con esso, l’impegno della Ferrari alla 24 Ore di Le Mans conoscerà fortuna e gloria…
Scritto da: Paolo Pellegrini





