
Oggi termina il campionato terreno di Sir John Surtees, immenso campione dei tempi che furono, l’unico a conquistare sette allori iridati nel Motomondiale e uno in Formula Uno. A bordo di una Ferrari. Un’icona a bordo di un’icona alla quale vogliamo rendere il nostro tributo.
Abbiamo motori elettrici che spingono nel silenzio auto che si guidano da sole. Abbiamo campionati che si decidono alla prima curva della prima gara, piloti sezionati da un’informazione morbosa ma quasi sconosciuti al pubblico che li sostiene, monoposto che sono opere d’ingegneria assoluta tanto complesse quanto instabili e scuderie che giocano in borsa mentre altre si scrivono il regolamento. C’è stato un tempo, invece, in cui piloti, costruttori e meccanici vivevano assieme le gare fra prati assolati e cassoni di camion, costruendo officine improvvisate che erano anche mense, unti dello stesso grasso e inebriati dallo stesso carburante, olii crismali di un rito pagano chiamato Formula Uno. I protagonisti di quell’epoca gloriosa sono quasi tutti andati via, a battagliare fra le chicanes dei campi elisi, e i testimoni delle loro imprese sono sempre di meno, così quando uno di loro saluta e se ne va, le sue memorie si perdono nel vento. Dicevano che John Surtees fosse figlio suo e allora oggi che se n’è andato è proprio al vento che chiederò.
Venne con la tramontana gelida dell’inverno, il giorno undici di febbraio del 1934 ed è partito col primo refolo di primavera, il giorno dieci di marzo del 2017, mentre i suoi giovani eredi, figli di un altro mondo e di un altro tempo, si allenavano in pista nei primi test ufficiali prima del nuovo campionato, a bordo di monoposto create per sfruttare e stupire l’aerodinamica, la scienza del vento. E a John Surtees, che del vento era il figlio, piaceva stare fra di loro, premiarli sul podio, lui, che veniva da un’altra epoca, quella delle leggende, e loro, che a quelle leggende si ispirano. John Surtees era diventato un uomo anziano di aspetto signorile e distinto, che deliziava gli appassionati con il suo sorriso disponibile e non disdegnava di salire, ogni volta che ne aveva la possibilità, su quei cavalli di metallo indomabili con i quali, da giovane, andava ad accarezzare il vento. E il vento, padre affettuoso, lo spinse sempre.
Di quel che era stato, John Surtees aveva conservato lo sguardo, vivo e penetrante, dell’uomo dalla volontà d’acciaio che fu pilota di moto, divenne pluricampione, poi s’accorse che gli servivano altre due ruote e divenne campione anche con le auto, di Formula Uno, e infine costruttore. Ed è l’unico, finora, ad aver indossato la corona in entrambe le categorie: fu campione del mondo con le moto e con le auto. E l’auto non era una monoposto qualunque: era la monoposto. Una Ferrari. Le leggende, infatti, si chiamano fra loro, si attirano, si incontrano o si scontrano: proprio come dimostra la storia comune di Surtees e della Ferrari, che prima si conobbero, poi si allearono, quindi si divisero e divennero avversari, ma non si separarono mai perché rimasero sempre dalla stessa parte, uniti nel rispetto dell’avversario, nella stima reciproca e nell’essere leggende. Chiedetelo al vento: ve lo confermerà.
Addio, cavaliere del rischio!
Te ne sei andato a marzo, quando il vento è incostante e beffardo, come il destino che s’era preso tuo figlio Henry, qualche anno fa. Oggi la nostra Formula Uno è uno sport globale, uno spettacolo itinerante conosciuto in tutto il mondo, ma ha perso la poesia del tempo dei suoi padri e dei suoi cavalieri, quando si stava tutti assieme attorno a un motore fumante e si correva nel vento. E allora sarà al vento che, quando vorrò raccontare di loro, che chiederò.
Buon viaggio.