
Quando lo scintillante sipario del Gran Premio di Montecarlo scenderà a decretare la fine dello spettacolo, riportando alla sua normalità dorata il Principato, dall’altra parte dell’Oceano la calda ebbrezza degli amanti della velocità stenterà a contenersi nell’attesa del via della 500 Miglia di Indianapolis. Sarà un incrocio di destini e di mondi: da un lato, quello degli ovali, della velocità senza compromessi e delle mischie sfiorando i muretti; dall’altro, quello dei circuiti vecchi e nuovi, delle sofisticate architetture su quattro ruote e delle gare senza sorpassi. Mondi diversi e contrapposti, uniti idealmente, in questa occasione, dall’avventura di un pilota del campionato di Formula Uno in trasferta per tentare la scalata a un alloro d’altri tempi – la Tripla Corona – e per ritrovare la propria essenza di corridore.
Cinquant’anni fa non c’erano le dirette televisive ma solo qualche sporadica, eroica ripresa e poche, centellinate foto che contribuirono a creare un’aura di leggenda attorno a piloti-gentiluomini e a un’élite votata alla velocità e al rischio. Le monoposto erano un mostro di metallo e carburante che ruggiva in un vestito di lamiera rivettata unito a quattro ruote, laddove l’idea stessa di frenare era vissuta come una fastidiosa sovrastruttura e la sicurezza un orpello che si lasciava agli altri. La maggior parte della gente – inclusi gli stessi appassionati di automobilismo – viaggiava poco o niente, consumando l’intera esistenza nei luoghi di nascita, eppure le due sponde dell’oceano erano più vicine, perché fra gare di velocità, di durata, in salita o a tappe, fra ruote coperte o scoperte e fra auto da pilotare da soli o in coppia non c’erano chissà quante barriere. Cinquant’anni fa non c’erano mondi diversi ma un mondo solo: quello delle corse, abitato da piloti che andavano e venivano da una parte o dall’altra con naturalezza. Perché i piloti erano piloti e basta: guidavano qualunque cosa, gareggiavano su qualunque pista e andavano ovunque ci fosse un limite da superare o un trofeo da vincere. E i nomi che si sentivano cinquant’anni fa erano quelli del mito: Ferrari, Lotus, Brabham.
Lorenzo Bandini era un italiano su una Ferrari, un figlio del popolo fra i gentiluomini, che cinquant’anni fa, nel maggio del 1967, era sbarcato a Montecarlo fresco di vittoria nella 24 Ore di Daytona e nella 1000 Km di Monza, pronto a prendersi la vittoria per diventare re nel Principato e poi festeggiare, qualche giorno dopo, nel leggendario Catino di Indianapolis, magari a valle di un’altra vittoria. Basterebbero queste poche parole per dare l’idea di quanto sia potente, meravigliosa e devastante la storia di Lorenzo Bandini se pensiamo a cosa quella storia contiene: il riscatto della sofferenza personale, l’affermazione di un carattere amabile e signorile che sapeva diventare roccioso in gara, il valore assoluto di un talento riconosciuto da campioni e avversari. E poi l’amore incondizionato per l’unica donna della sua vita, la giovane e bella Margherita, e il sodalizio, personale e professionale, con la Ferrari e con Enzo Ferrari stesso. E sì, infine, anche la straziante morte in gara, in uno spaventoso rogo che spiegò con ferocia a tutti cosa significava davvero correre allora per le strade di Monaco.
Il Gran Premio di Monaco, cinquant’anni fa, era una sfida a trecento all’ora su ciglio dello sfinimento, una battaglia di cento giri esaltante quanto distruttiva, nella quale si lottava contro gli avversari e contro la stanchezza, in quel che il grande Villeneuve avrebbe definito Un circuito di montagna con una città intorno. Immaginate, se riuscite, quei cento giri su quelle macchine. Avrete un’ idea di cosa volesse dire essere un pilota di Formula Uno, gareggiare ora su un ovale, ora su una strada, ora su una pista. Immaginate un italiano su una Ferrari, un italiano umile e vincente su una monoposto rossa che veniva direttamente dalle officine dove si costruivano i sogni. Avrete un’ idea di cosa significasse essere Lorenzo Bandini.
E del perché amiamo questo sport, la 500 Miglia di Indianapolis e il Gran Premio di Monaco.