
“Basta, da oggi smetto di seguire la Formula 1”.
Ho sentito e letto questa battuta talmente tante volte che non saprei tenerne il conto. Le ragioni possono essere le più disparate: l’uscita di scena di alcuni campioni e di blasonate scuderie, l’esasperazione regolamentare, l’introduzione di dispositivi discussi o la latitanza dello spettacolo sono i motivi che vanno per la maggiore. Anche se a chi si definisce vero appassionato possono sembrare futili motivi, è indubbiamente provato che l’aver perso una figura iconica come Senna o aver subito la prolungata perdita di competitività di una Scuderia come la Ferrari ha causato una forte emorragia di spettatori alla Formula Uno, spesso per sempre. Potremmo ripetere l’esempio cambiando i nomi e sostituendo le epoche, la sostanza rimarrebbe la stessa. Oggi, con uno sguardo al 2018, l’introduzione del discusso Halo per proteggere le parti scoperte del cockpit di una monoposto rappresenta il nuovo oltraggio, di fronte al quale gli amanti della Formula Uno come competizione fatta di innovazione e bellezza non intendono venire a patti e preferiscono l’abbandono all’abitudine. Oggi, lunedì 18 settembre 2017, all’indomani di quer pasticciaccio brutto der via di Singapore, all’indomani del Gran Premio del Botto Rosso, tanti cuori feriti a morte si sono arresi, sconfitti dalle pieghe della fatalità e traditi dalle premesse beffarde di un campionato che sembrava, finalmente, alla portata.
Basta – hanno detto – da oggi smetterò di seguire la Ferrari. E la Formula 1.

Io no. Io non sono fatta della loro stessa materia, nemmeno di quella di cui sono fatti i sogni, se per caso ci fosse qualcuno in vena di citazioni poetiche. Sono fatta di concreta lega di ghisa, duttile, malleabile, che una volta fusa rischia di rompersi ma non si piega, mai. Non basteranno halo, botti, pensionamenti o parchi chiusi: io non smetterò mai.
Il seme della mala pianta, che non si riesce a estirpare, lo ha portato mio padre. Ex fabbro, ex militare, ex meccanico di aerei, ex pilota, per lui meccanica, aerodinamica e senso del pericolo erano pane quotidiano e la Ferrari la identificava con la Patria. Vide correre Nuvolari e seguì con trepidazione Lauda non perché lo trovasse particolarmente simpatico ma perché ne ammirava lo smisurato coraggio; Villeneuve gli piaceva, ma ne era più spaventato che affascinato. Amò senza riserve Alboreto e Alesi, ammirò Prost pur detestandolo perché non si dice alla Ferrari che è un camion. Senna gli arrivò al cuore anche per via del suo Brasile, nel quale proprio nei primi anni Novanta si trovò a lavorare rimanendovi legato per sempre. Schumacher dovette digerirlo, perché per lui era quel buzzurro tedesco che aveva soffiato il posto ad Alesi, ma quando imparò a conoscerlo non gli ci volle molto a dire che era di un altro pianeta, nonostante quel tale Hakkinen fosse bravissimo. Della nuova generazione, il preferito è stato sicuramente Alonso, uno che non molla mai. L’anno scorso, al momento dell’annuncio del ritiro, avrebbe scambiato molto volentieri Hamilton con Rosberg, ma si consola con la presenza di Ricciardo e Vettel.
Seguiva le gare quando non lavorava e quando qualcuno gli ricordava l’orario e il canale televisivo. Oggi è sempre sul pezzo, sa tutto di motori elettrici, ICE, turboibridi e quant’altro, anche se non si spiega come mai le gare non vadano tutte in diretta e chi diavolo sia Ericsson, ma nella casa e nei miei ricordi di bambina risuonano ancora i suoi salti sul divano e le sue accorate invocazioni Forza Alboreto, Forza Ferrarina!
Penso agli amici ventenni, a quelli che erano bambini felici davanti ai televisori rosseggianti di vittoria, nei primi, gloriosi anni duemila. A quelli che hanno sognato, giustamente, facendo il pieno di gioia e che sono entrati nell’età della ragione iniziando a masticare amaro i primi deragliamenti. A quelli che vivono l’età degli assoluti e che soffrono un vero e proprio male di vivere all’indomani di una deflagrante batosta come quella di Singapore. Penso a loro e ricordo i miei anni degli assoluti, l’oscura adolescenza di chi non è né bello né sportivo né alla moda, quando le uniche cose che vale la pena di ricordare sono le vittorie della Ferrari e te le segni nel diario segreto al posto dei languidi sguardi di quello della classe accanto. Non sto scherzando: nel mio diario c’era sul serio una sezione Questo è il più bel giorno della mia vita, che iniziai nel 1996, guarda un po’. L’elenco era pieno di roba tipo trionfo sull’acqua, prima pole position dopo millemila anni, doppietta, soprasso mondiale, venti punti a casa loro eccetera. Dovevi farti bastare le briciole e i vinciamo l’anno prossimo erano dolorosi mantra da contrapporre allo sguaiato irridere dei calciofili dalla memoria corta. Le rotture di Alesi quando era in testa, gli incidenti terrificanti, le crisi infinite: quelle erano coltellate vere. Perché non si vedeva la fine e gli inizi gloriosi erano sepolti in un passato indistinguibile.
Non è facile avere dodici anni, essere in una scuola media di periferia, sentire il tuo pilota di punta chiamare la tua Ferrari camion e il tuo professore di lettere affermare che Maranello è la vergogna dell’Italia. Ma io sono nata strana, ultima e lontana figlia di un meccanico in una famiglia di laureati, unica nel quale abbia attecchito il germe delle corse. Dite quello che volete, io non smetterò mai.
Mia madre detesta le macchine. A dire il vero detesta guidare, eppure ha imparato presto e bene, perché per lei il dovere veniva sempre prima non solo del piacere, ma anche delle opinioni personali. Tuttavia non è per dovere che conosce a menadito fatti e personaggi della Formula Uno ma per amore verso un marito e una figlia che la costringevano a dedicare molte delle sue domeniche pomeriggio alla cerimonia laica del Gran Premio. Da ragazza avevo un rito: acquistare un giornale sportivo all’indomani di ogni vittoria Ferrari e conservarne gli articoli in un album; mi convinsi che sarebbe stato di buon auspicio, così come appendere una bandiera di Maranello alla finestra ogni sabato, prima delle qualifiche. Chi comprò la bandiera? Mia madre. Chi riportava a casa i giornali? Sempre lei. Sono diversi anni che ho abbandonato il rito della bandiera e dopo aver riempito tre album ho detto basta anche a quello del giornale, perché erano gli anni della Meravigliosa Noia Rossa e la Ferrari non aveva più bisogno di me. Forse, però, ne aveva bisogno mia madre, alla quale è dispiaciuto un po’ non doversi più occupare di quella incombenza che, più che rinfocolare l’autostima della Ferrari, aiutava la mia tenendomi allegra in periodi difficili, fatti di ansie, scelte e dolorosi faccia a faccia.
Non sono io a dirlo, ma pare che abbia il dono della parola. Devono averlo inserito a manate in quella colata di ghisa dalla quale mi hanno formata, assieme a una copiosa dose di bizzarria. Quando ho ripreso a scrivere per me e per gli altri, non ho avuto dubbi sull’argomento: in quella famosa lega di ghisa doveva esserci una buona percentuale di amore per la Formula Uno. Oggi, giorno di forche caudine, giorno di cupa riflessione, io, che non sono una madre ma posso tranquillamente fare la zia, mi trovo a scrivere questo messaggio per rincuorare i miei “nipoti” intristiti, che vale come sventolare quella bandiera rossa, la bandiera del buon auspicio e delle promesse romantiche che al mercato mia madre comprò. Cos’è Singapore? Cos’è Montecarlo? Ce ne saranno altre. Altre vittorie ma anche altre coltellate. Non vorrete mica perdervele?
La Formula Uno non è solo una passione. È stato l’unico argomento del quale parlavo con mio padre e uno degli innumerevoli che condividevo con mia madre. È stato il cemento di tante amicizie, passate e presenti, quel quid in più che mi ha reso differente e speciale agli occhi di qualcuno. È quel che mi lega a una nipote e mi ha riavvicinato a una sorella, che detesta le macchine come mia madre e non sa chi diavolo sia Ericsson come mio padre.
Per questo io non smetterò mai, né di seguirla né di scriverne.
