Quella che si appresta a finire potrebbe essere l’ultima stagione in F1 di Michael Schumacher. La seconda vita sportiva del tedesco è stata un fiasco, ma attenzione a bollarlo come “vecchio”. La sua carriera potrebbe non essere al capolinea…
Il Michael Schumacher post 2006 – ossia, post titoli in Ferrari – non trova pace. Prima marchiato a fuoco come “traditore” da mezzo popolo ferrarista (stampa compresa), poi si ritrova protagonista, anche suo malgrado, di una seconda parte di carriera oggettivamente poco convincente al volante delle Mercedes (o Brawn GP verniciate di argento, a voi la scelta).
Del resto, decifrare appieno la carriera “atto secondo” di Schumacher è difficile. Tuttavia, l’impressione iniziale rimane vivida: questo secondo spezzone di carriera, infatti, puzza tanto di mossa pubblicitaria architettata dalla Mercedes e dai vertici manageriali della Formula 1 – leggi Bernie Ecclestone – allo scopo di gettare nella mischia il campionissimo ex Jordan, Benetton e Ferrari. Un tentativo – naufragato miseramente – atto a rinvigorire una Formula 1 ingorda e sempre a caccia di personaggi, idoli e rivalità.
Schumi, come volevasi dimostrare, non ha brillato. In questo 2012, però, ha fatto vedere ancora una volta lampi di talento cristallino: del resto, la classe non invecchia mai. Fantastica la inutile pole-position conquistata a Monaco; una pole virtuale, ahinoi, “macchiata” dai soliti, scellerati, bacchettoni e inquisitori provvedimenti disciplinari. Una stagione, quella di “Kaiser Schumi” sinora appena sufficiente, costellata da numerose disavventure.
In quel di Singapore, appunto, l’ultima “sfortuna” firmata Schumi: sbaglia il punto di frenata e tampona Jean-Eric Vergne. E apriti cielo.
Ed ecco che, puntuali come un orologio svizzero, si sollevano i cori perbenisti. Dopo anni, secoli, millenni spesi a ricordare quanto Schumacher curi in maniera maniacale e certosina la propria forma fisica, improvvisamente la stampa e gli appassionati “espertoni” sparano l’ultima, fiacca cartuccia: “Schumacher non vede bene, non è in forma”. Non solo: c’è chi afferma che gli odierni GP di Formula 1, incentrati sui pit-stop e condizionati da pneumatici caratterizzati da rapido degrado, non concilino la tipologia di guida di Schumacher.
Affermazione, questa ultima, vera in parte. Ma sgombriamo il campo. Anzitutto, Schumi, fisicamente parlando, è ancora un giovincello. Pertanto, gli errori di guida, gli incidenti e le disavventure cui è incappato in questi non felici anni di Mercedes non dipendono da un presunto deperimento fisico.
La questione relativa agli pneumatici e al modo in cui essi condizionano i GP e interagiscono con lo stile di guida dei piloti è decisamente interessante. Schumi – lo ha dichiarato apertamente in più occasioni – non ama gli attuali pneumatici Pirelli. Pneumatici – è bene ricordarlo – voluti, bramati e promossi dai team, dalla FIA, da Ecclestone e, in ultima battuta, dai piloti stessi.
Schumi, però, non si è mai realmente adattato e assuefatto a questi pneumatici. Allo stesso tempo, è errato ritenere che Schumacher si “addormenti” in gara poiché siffatti pneumatici richiedono una guida generalmente più morbida e gentile (specie per quanto concerne le mescole soft e supersoft), contraddistinta, cioè, da stint – si fa per dire – meno veloci e tirati “alla morte”.
Le ragioni, dunque, che partecipano all’insuccesso di Schumacher sono molteplici: scarso adattamento agli pneumatici Pirelli, vetture obiettivamente non costantemente competitive (anche Nico Rosberg, salvo qualche ottima sfuriata iniziale, è ricaduto nell’anonimato assoluto), infine una condizione mentale e motivazionale non delle migliori.
Sembra che Schumi – fisicamente ancora in gran forma – palesi una insufficiente concentrazione per mancanza di motivazioni derivanti dalla nuova esperienza in Formula 1. L’impressione iniziale, quindi, si rafforza: una nuova vita sportiva nata in maniera piuttosto sospetta e frettolosa e che si è malamente trascinata per mancanza di reali motivazioni, traguardi, ambizioni. Infine, non è da escludere una certa, latente ritrosia da parte di Schumacher a rischiare più del dovuto. Del resto, Schumi, in Formula 1, ha vinto di tutto e di più.
L’approdo di Hamilton alla Mercedes al fianco di Rosberg e il contemporaneo ingaggio di Perez alla McLaren al fianco di Button sono mosse di mercato che, certamente, possono definitivamente estromettere Schumi dalla Formula 1.
Ma, come noto, Schumi è uno che, nella sua vita, deve dare il gas: con un pedale o con una manopola, poco importa. Ma se la F1 dovesse abbandonare irrevocabilmente Schumacher, quale categoria potrebbe rappresentare l’immediato futuro sportivo per il campione tedesco?
Naturalmente, stiamo parlando di scenari futuri e fantamercato, tuttavia le ruote coperte potrebbero costituire lo sbocco ideale. Chissà, il FIA World Endurance Championship può rappresentare l’ultima avventura motoristica di Michael Schumacher. Insomma, un cerchio che si chiude, in quanto è stata proprio tale disciplina motoristica a proporre – tra la fine degli Anni 80 e i primi 90 – il nome di Michael Scumacher quale giovane promessa dell’automobilismo internazionale. A Peter Sauber e alla Mercedes – allora partner nel team Sauber-Mercedes militante nel Mondiale Gruppo C – l’intuizione di aver scommesso sul futuro campione del mondo di Formula 1 con Benetton e Ferrari.
Michael Scumacher è un pilota al tramonto? Certamente, lo scorrere inesorabile degli anni costituisce un freno fisiologico alle prestazioni di un pilota ma, più in generale, di un qualsivoglia essere vivente. Tuttavia, la storia delle corse – di ieri e di oggi – ci insegna che le motivazioni e nuovi traguardi sono il miglior carburante nelle mani dei piloti, giovani e meno giovani. Senza di essi, il pilota è solo un “impiegato del volante”. Non a caso, il motorismo, oggi come ieri, brulica di ultraquarantenni e ultracinquantenni (e anche oltre…) capaci di far vedere i proverbiali sorci verdi a parecchi ventenni impomatati, profumati e col capello “fico” che già si sentono divinità scese in terra.
Nelle ruote coperte, probabilmente, Schumi potrebbe ritrovare serenità, voglia di fare, motivazioni. In fondo, l’ambiente delle ruote coperte è più alla mano, genuino e non palesa e soffre l’inutile carico di pressioni esistente nel mondo della Formula 1.
Un obiettivo? Eccolo servito: puntare alla vittoria alla 24 Ore di Le Mans, trionfo che Schumacher ha solo sfiorato nel 1991 e che, alla fine, gli è sfuggito di mano. Stavamo parlando di realistiche motivazioni, giustappunto…
Scritto da: Paolo Pellegrini
