
Alberto fu il primo. Seguì le orme paterne avventurandosi subito dopo lo scoppio del big bang delle competizioni a motori e contribuì alla nascita di due dei miti fondanti della Formula Uno: l’epopea dei cavalieri del rischio e la Scuderia, quella con la S maiuscola. Passarono gli anni e le galassie del motorsport si moltiplicarono, fra campionati, competizioni, categorie tutte differenti, mentre i campioni trasversali, capaci di vincere ovunque, lentamente sparivano, sostituiti da specialisti dalle carriere fulminanti, e ai cavalieri del rischio subentravano le icone pop. A Graham, Dick Dastardly, successe Damon, il Numero Zero, in un firmamento affollato di stelle che avrebbero riscritto la storia a forza di record. Ma l’universo della Formula Uno è un continuo divenire: nuovi astri si affermano mentre nuove tecnologie sempre più capillari promuovono alcuni pianeti e ne declassano altri: tornano dalle nebulose degli inizi i dominatori delle Frecce d’Argento, pronti a dominare ancora, mentre nuovi protagonisti si prendono la ribalta. L’ultimo è stato Nico: ha seguito Keke fino al culmine, per poi decidere di cambiare rotta.
Alberto, Damon, Nico così come Max e Kevin, senza dimenticare Giuliano ed Enzo.
Ascari, Hill, Rosberg così come Verstappen e Magnussen, senza dimenticare Alesi e Trulli.
Questo accostamento di nuove e vecchie stelle del cosmo motoristico possono dirvi tutto o niente, se ai loro nomi non si accostano i loro cognomi. Si tratta di padri e figli, accomunati dall’amore per le corse. Figli che hanno ripercorso le orme dei padri, con risultati diversi o ancora tutti da scrivere, figli che diventeranno nuovi punti di riferimento o che tramonteranno come comete all’orizzonte, chi può dirlo: per ora, li osserviamo a distanza, da dietro le barriere di un autodromo o dal filtro del televisore e degli altri mezzi di comunicazione di massa, servendocene a mo’ di cannocchiale. Fantastichiamo per loro un futuro, li immaginiamo al posto dei padri, nelle loro battaglie, ci lanciamo in confronti a volte ingenerosi per l’uno o per l’altro, ci alleniamo a notarne similitudini e differenze.
Da qualche tempo a questi nomi noti se n’è aggiunto un altro: ha dodici anni e si chiama Lorenzo, di cognome Patrese.
Nella scorsa stagione, è sceso in pista a bordo di un kart e ha indossato un casco a strisce bianche e blu. Osservando le foto, scattate a oltre trent’anni di distanza l’una dall’altra, è impossibile ignorare la suggestione per l’appassionato che rivede, in questo figlio della seconda giovinezza del vicecampione del mondo del 1992, lo stesso sguardo, la stessa riservatezza e la stessa misurata signorilità nell’esprimersi. Lo ricordo per mano al padre, nel 2014 a Imola, nel corso del Memorial organizzato a vent’anni dalla tragica scomparsa di Senna e Ratzenberger, godersi senza scomporsi lo sgangherato affetto di tifosi vecchi e giovani che arrivavano armati di riviste, foto, articoli – finanche figurine… – veri e propri “reperti storici”, come ebbe a dire lo stesso Riccardo.
Allora mi chiesi cosa pensasse quel bel ragazzino sorridente, vissuto al riparo dai clamori che un padre famoso può comportare; oggi mi chiedo cosa pensi suo padre, ora che, come tanti suoi “colleghi” genitori, ha scoperto in un figlio giovanissimo un precoce talento per uno sport universalmente pericoloso. Come risponde alle accuse, velate o urlate che siano, di un’incomprensibile, complice irresponsabilità nel mandare un bambino – piccolo, alle volte piccolissimo – a fare a ruotate a bordo di un kart a tutta velocità.
La risposta sta nel constatare che i giovani concorrenti dei campionati kart, dai quali tutti coloro i quali sono poi approdati alla Formula Uno hanno cominciato, sono bambini, ma non sono affatto piccoli. Hanno un istinto per la competizione e un senso della velocità che travalica la consapevolezza, molto ben presente, del rischio calcolato che corrono. A contatto con il ruvido dell’asfalto, l’odore delle gomme bruciate, lo scoppio degli inneschi dei motori sfoderano una determinazione incrollabile, oltre che una competenza quasi innata.
Per rendersene conto basta ascoltare le interviste nelle quali Lorenzo e Riccardo descrivono assieme il percorso compiuto nell’ultimo anno, le prime prove del campionato, la preparazione alle gare, gli scontri in pista e fuori pista e gli sforzi per recuperare lo svantaggio d’età rispetto agli altri concorrenti, perché Lorenzo, che ha iniziato a undici anni, è risultato un po’… attempato come esordiente, dal momento che si inizia verso gli otto, nove anni.
È un fatto, ormai: la galassia dei cavalieri del rischio ha finito per collidere con quella dei ragazzini terribili, riders sempre più giovani e smaliziati che approdano sempre più presto alla ribalta della massima serie, riscrivendo record e inondando i paddock di freschezza. Il prossimo campionato di Formula Uno vedrà allo start il più giovane vincitore di Gran Premi di sempre affiancato da una manciata di colleghi poco più che ventenni, senza considerare il fatto che la Ferrari ha sotto contratto uno che a ventisei anni aveva già quattro titoli mondiali nel carniere.
Il talento non si discute e la precocità non può essere altro che un vantaggio, nello sport come in tutti gli altri campi dell’attività e del sapere umano, ma questa constatazione non deve distrarci dalla considerazione, che sarà anacronistica e nostalgica tuttavia è ampiamente condivisibile, che l’approdo alla massima serie delle competizioni a Motore, la Formula Uno, un pilota debba meritarselo non solo con dosi massicce di precoce talento – e un ben congegnato mix di fortuna e marketing – ma forgiandosi come sportivo e come uomo passando dalle cosiddette formule minori.
E questo vale sia che si tratti del figlio di un ragioniere, sia che si parli del figlio di un pilota.
Per Lorenzo Patrese non è tempo, tuttavia, di sentire storie deprimenti sui precoci talenti bruciati, dei tanti Icaro lasciati colpevolmente volare troppo vicino al sole: se ne avrà voglia, gli basterà farsi aprire il locale nel quale la Red Bull ha ibernato i vari Vergne, Buemi, Algersuari, Pic e Kvyat, pronti a compiere l’entusiasmante salto nell’iperspazio della FormulaE.
Per Lorenzo Patrese è tempo di coltivare il proprio talento e di crescere protetto da un padre presente nella sua carriere tuttavia altrettanto attento a preservare il dono più grande che un genitore famoso può offrire ai propri figli: la normalità.
Per noi, invece, è tempo di seguire, con i nostri cannocchiali mediatici, il percorso della sua stella e di augurargli di vederla presto splendere accanto a quella del papà Riccardo, magari più in alto, sognando di rivedere sulla griglia di partenza di una gara di Formula Uno quel bel casco a strisce bianche e blu.
Con lo sguardo sempre rivolto verso le stelle, a cercare un futuro luminoso qualunque sia la strada che sceglierà, lui assieme a tutti gli altri giovanissimi campioni, e non verso i propri piedi, come diceva Stephen Hawking.