
Oggi, 7 aprile 2018, è sabato di qualifiche. Gran Premio del Bahrain, una sfarzosamente anonima scatola di sabbia, ma pur sempre di Gran Premio si tratta, dunque le mille anime della Formula Uno si mobilitino pure. Ma se almeno una volta vi siete emozionati guardando il Gran Premio di Gran Bretagna o quello di Germania, oggi, 7 aprile, dedicate un briciolo della vostra emozione a Jim Clark.
Il 7 aprile 1968, esattamente cinquant’anni fa, Jim Clark volò via dalla sua esistenza terrena durante le prove di una gara ad Hockenheim. Non sentì il vento del Maggio Francese né vide l’uomo passeggiare sulla Luna, non vide il compagno di squadra e avversario Graham Hill aggiudicarsi la Tripla Corona o una monoposto a 6 ruote vincere una gara di Formula Uno, né un titolo del mondo piloti assegnato postumo. Tutti eventi storici ma legati a epoche troppo remote, a ricordi in bianco e nero, tramandati da immagini sfarfallanti a bassissima definizione, che niente o poco hanno in comune con le emozioni in alta definizione che lo spettacolo della Formula Uno offre oggi a chi, dei bei tempi andati dei cavalieri del rischio, ha solo sentito parlare. Se pensate, però, che per questi motivi la storia di Jim Clark sia soltanto uno dei rumorosi racconti a base di gomme bruciate, sfrigolio di olio motore e stridio di cambi meccanici, troppo polveroso per poter risultare attuale, vi sbagliate, perché neppure un restauro iconoclasta, che ha abbandonato all’oblio della natura il vecchio tratto della Östkurve di Hockenheim, è riuscito a seppellire e cancellare la leggenda di Jim Clark, che proprio in quel tratto terminò la sua avventura sulle piste degli uomini per andare a correre in quelle degli immortali.
Due mondiali piloti vinti nel ’63 e nel ’65, 72 Gran Premi disputati, 25 gare vinte, 32 podi, 33 pole position e 28 giri veloci, solo per quanto riguarda la Formula Uno; a questi, aggiungete 5 vittorie al Gran Premio di Gran Bretagna, un record eguagliato solo da Alain Prost e da Lewis Hamilton lo scorso anno. Se i numeri vi dicono poco e se siete dell’idea che i record abbiano poco senso una volta che vengono battuti, sappiate che Clark è ancora l’unico pilota che abbia vinto il campionato del mondo di Formula Uno e la 500 Miglia di Indianapolis nello stesso anno (1965), oltre a essere il primo europeo su una macchina europea (una Lotus) ad esservi riuscito. E se pensate che sciorinare questi dati sia solo un freddo esercizio nozionistico, che non può trasmettere nulla dell’anima del campione allo spettatore che ama emozionarsi di fronte agli eroi delle piste, dovete sapere che il pubblico di Monza, emotivo per antonomasia, lo portò in trionfo al termine del Gran Premio d’Italia del 1967, dove giunse terzo per un guasto che lo privò di una spettacolare vittoria, che sarebbe arrivata in rimonta dopo che per una foratura si ritrovò doppiato. E dovete anche sapere che, quando fu confermata la notizia della sua morte, uno speaker radiofonico di Los Angeles chiese a tutti gli ascoltatori che volessero ricordarlo di andare in strada e accendere i fari delle proprie auto: dicono che la Città degli Angeli si illuminò di migliaia di luci in suo onore, tanti erano gli appassionati di motori che portavano nel cuore quel campione venuto dall’altra parte dell’Atlantico.
Che corresse in Formula Uno, a Indy, nella Tasman Cup o nel Tourist Trophy, Jim Clark sapeva essere veloce con qualsiasi tipo di vettura, anche se colse i suoi successi iridati nella massima serie esclusivamente a bordo delle Lotus di Colin Chapman. Abituò il suo pubblico a corse su ritmi stremanti, vittorie a colpi di giri veloci, record sul giro frantumati e distacchi impietosi, incarnando il concetto stesso di velocità pura e di pilota dal talento naturale, qualcosa che fu possibile ritrovare solo in uno che si chiamava Ayrton Senna. Un bel colpo per il figlio di un fattore scozzese, che avrebbe dovuto intendersi solo di pecore e invece sapeva accordare la propria anima al nitrito dei cavalli meccanici.
Oggi la Formula Uno ci parla di piste nel deserto, di nuovi padroni che non vogliono più vedere le belle ragazze sulla griglia di partenza, di aureole meccaniche che dovrebbero proteggere le teste dei piloti – o le coscienze dei capi – in caso di incidente e di immagini in alta definizione aggiornate di minuto in minuto. Se avete un minuto, magari distrattamente, fra le pause delle qualifiche del Gran Premio del Bahrain, prima che il 7 aprile 2018 scriva l’ennesimo nome nell’albo d’oro dei pole setter di tutti i tempi, prendetevi il tempo di pensare a Jim Clark, che correva in un tempo in cui un pilota, che sognava di tagliare il traguardo da vincitore per prendersi un bacio da splendide donne come Monica Vitti, non aveva nemmeno un guard rail a proteggerlo, ma poteva seguire lo scorrere della pista guardando, in alto, l’andamento delle cime degli alberi e gli sprazzi di cielo azzurro. E che volava sulle ali di una Lotus assieme ai cuori di tanti appassionati, che lo seguivano ai bordi delle piste da una sponda all’altra dell’Oceano.