
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? È questa la domanda che ci si sta ponendo in casa Ferrari dopo il Gran Premio di Azerbaijan, quarta prova del mondiale 2018 e ultima prima del ritorno in Europa. Il team di Maranello era arrivato a Baku con molte certezze ma anche con qualche dubbio, soprattutto per i lunghi rettilinei che caratterizzano questo tracciato cittadino.
La Power Unit Ferrari si era dimostrata all’altezza nelle prime gare, non solo in termini di potenza, ma anche di consumi e, su una pista di questo tipo, questi due fattori sono vitali; motivo per il quale, nonostante l’avvio di stagione tutt’altro che eccezionale, non era assolutamente da escludere un possibile “colpo di coda” da parte della Mercedes, la quale si era dimostrata sempre al top in questi due campi nel corso delle passate stagioni. Invece la SF71H è riuscita a passare anche l’esame Baku, dimostrandosi ancora una volta come la vettura di riferimento per il resto della griglia, capace di fare la differenza nel secondo settore, quello più guidato, e di difendersi egregiamente anche sui lunghi rettilinei, nonostante un set-up aerodinamico più carico rispetto alle Frecce d’Argento. Prendendo in considerazione questo punto di vista, è chiaro che il bicchiere della Ferrari è completamente pieno, in relazione ad un weekend che ha visto la SF71H conquistare la pole position (con il potenziale per una prima fila tutta Rossa, sarebbe stata la terza consecutiva) e dominare la gara, anche con una certa tranquillità, sino alla seconda Safety Car.

È chiaro che, però, il bicchiere non può essere completamente pieno visti i punti (non) portati a casa nonostante il potenziale della vettura. Ci sono delle cose che non hanno funzionato e che hanno influito sul risultato finale, che siano essi piloti e strategia. Gli errori di Kimi Raikkonen al sabato sono costati parecchio sia alla sua gara che al team, perché avrebbe dato la possibilità agli strateghi della Scuderia italiana di giocare un 2 vs. 2 contro le Mercedes, invece di dover gettare Vettel da solo nella mischia. Ma è un peccato soprattutto per la gara del finlandese, in quanto era evidente che avesse il potenziale per puntare alla pole position: la spiattellata sulle gomme supersoft in Q2 e l’errore all’ultima curva nel Q3 hanno però impattato pesantemente sulla sua gara, costringendolo a partire dal sesto posto e, per giunta, su mescola ultrasoft. Un incidente al primo giro, in cui il campione del mondo 2007 era assolutamente incolpevole, ha poi ulteriormente complicato la sua corsa, costringendolo ad un pit stop forzato per cambiare l’ala e modificare la strategia, passando alle gomme soft, mescola che poi ha dimostrato di non funzionare a dovere per tutte le vetture. Il secondo posto finale è più fortuna che merito, però bisogna anche sapersi trovare al posto giusto e nel momento giusto, come lo era in quel momento il finalndese. È chiaro che la sua gara poteva andare molto diversamente senza gli errori del sabato, perché il potenziale mostrato era davvero di alto livello.
C’è poco da recriminare per quanto riguarda invece Sebastian Vettel, autore di una grandissima gara nonostante l’errore finale. Pole position al sabato, corsa dominata fino alla seconda Safety Car alla domenica, oltre alla prima ripartenza gestita con grandissima intelligenza, da pilota di talento qual è il tedesco. La differenza in quel di Baku la stava facendo lui, guidando senza il minimo errore e gestendo la gara nelle migliori condizioni. È difficile comprendere, però, la strategia adottata dalla Ferrari durante la corsa per il quattro volte campione del mondo, troppo protettiva e che ha permesso a Bottas di sfruttare la finestra per una possibile Safety Car. Al momento del pit stop (giro 30, con ancora 21 tornate da completare), i tempi di Vettel ottenuti su supersoft usata si stavano dimostrando ancora competitivi, non solo rispetto ad Hamilton, in quale aveva effettuato il pit stop qualche giro prima montando la soft – anche a causa dello spiattellamento in curva 1 -, ma anche nei confronti dell’altra Mercedes di Valtteri Bottas. Nel post-gara Vettel ha così cercato di spiegare le motivazioni che hanno spinto gli uomini di Maranello ad effettuare il pit stop: “Valtteri doveva per forza adottare quella stategia [andare più lungo sulla supersoft, ndr]. Ero contento di fare il mio pit stop nel momento in cui abbiamo pittato. Molto dipendeva dal lungo rettilineo. Lewis era dietro di noi e su questa pista anche quando sei a circa 3 o 3 secondi e mezzo si guadagna molto nell’ultimo settore, perché la scia, anche se sei molto distante, fa davvero la differenza. Quindi ho parlato con il team alla radio e ci siamo detti ‘Okay, non rimaniamo fuori troppo a lungo, non aspettiamo che Lewis prenda il ritmo con le gomme nuove, uscendo [dopo il pit di Vettel, ndr] con soli 2/3 secondi su di lui. Evitiamo che possa entrare nella finestra per prenderci la scia’. Quindi il nostro piano era quello di fare il pit e lo abbiamo seguito. Valtteri ovviamente non aveva nulla da perdere, stava spingendo e non aveva nulla da perdere. Ed è lì che ha fatto la gara, sperava in Safety car e c’è stata una Safety Car”. Rimane quindi difficile da capire la mossa Ferrari, che in quel momento non aveva alcuna necessità di richiamare il tedesco ai box, quando da lì a pochi giri si sarebbe anche aperta la finestra per montare le ultrasoft, soprattutto nel momento in cui era chiaro che la mescola soft non stava dando i risultati sperati, non solo con Hamilton, ma anche con Raikkonen. Vettel ha ben sottolineato come su questa pista la scia possa davvero fare la differenza, ma è importante ricordare che il tedesco in quel momento aveva virtualmente circa 8 secondi (5 se non consideriamo la finestra in cui è possibile utilizzare la scia di chi ti precede) di vantaggio sul rivale inglese, un gap sufficiente per rimanere in pista e aspettare l’evoluzione della gara, non solo dal punto di vista delle strategie, ma anche per la possibile entrata di una Safety Car, ipotesi che non era assolutamente da escludere considerando come le due Red Bull di stessero dando battaglia.

Noi abbiamo provato a fare alcune ipotesi sulle motivazioni che hanno spinto gli ingegneri a richiamare Vettel ai box:
- Che in Ferrari si aspettassero un calo della supersoft improvviso da lì a pochi giri? Possibile, anche se molto improbabile. Al momento del pit stop, i tempi del tedesco erano ancora molto competitivi, come possibile notare dall’immagine sovrastante. Non vi era alcun avviso di un possibile segnale di drop della gomma, nonostante la strategia Pirelli consigliasse prima della gara di effettaure solo 20 tornate prima di effettuare il passaggio al compound più duro.
- Che le gomme di Vettel stessero iniziando a risentire dei 30 giri fino a quel momento completati? Dagli onboard e dalle riprese esterne era evidentemente che verso fine stint il pilota della Rossa avesse del graining sull’anteriore destra, il quale avrebbe potuto compromettere la sua prestazione. Un bloccaggio in curva 4, proprio con l’anteriore destra, avrebbe oltretutto ulteriormente aggravato la situazione dello pneumatico. Come per la prima ipotesi, però, i tempi davano testimonianza di come in realtà Vettel fosse ancora competitivo e abbastanza costante. Anche se fosse stato al limite (cosa che magari avrebbe potuto portare ad un lungo o ad un errore) sarebbe bastato rallentare leggermente il ritmo per arrivare alla finestra del pit stop che gli avrebbe permesso di montare la mescola ultrasoft, in modo da essere avvantaggiato e coperto nell’ultima parte di gara.
- Si aspettavano che i tempi di Hamilton migliorassero improvvisamente? Anche questa opzione è possibile ma, come per le precedenti, guardando i tempi non sembravano esserci particolari segnali che potessero portare a tale conclusione. Nel corso della gara la mescola soft non si era dimostrata all’altezza anche con Raikkonen ed infatti Hamilton aveva recuperato soli 2 secondi su Vettel in 7 giri. Anche se ipotizzasimo una perdita di uno/due secondi per il tedesco, in attesa di mandare in temperatura le gomme, appare chiaro che ci fosse comunque un chiaro margine di sicurezza che avrebbe permesso di gestire l’inglese della Mercedes o di proseguire in attesa di montare la ultrasoft.
L’errore più grande della gara forse è stato compiuto proprio in questo frangente, perché si è lasciato Vettel esposto al pericolo Safety Car, come è poi effettivamente avvenuto. Con un Bottas che stava chiaramente adottatndo una strategia simile a quella della Ferrari in Australia, ovvero rimanere fuori il più a lungo possibile nella speranza di un imprevisto, oltre a giocare la carta della ultrasoft, ci si doveva tutelare, anche perché la stessa gara di Vettel poteva beneficiare dal proseguire ed andare più lungo. Chiariamoci, senza Safety Car questo “errore” di strategia probabilmente non avrebbe comportato nessun grosso problema, perché Vettel avrebbe avuto modo di gestire il finale di gara nonostante un Bottas agguerrito sulle ultrasoft, soprattutto perché quella stessa mescola aveva dimostrato nel corso della gara di avere bisogno di qualche giro per raggiungere le corrette temperature di utilizzo (vedasi Verstappen che è riuscito a completare un overcut su Ricciardo, il quale montava gomme ultrasoft). Purtroppo per la Ferrari il GP di Baku si è rivelato più complicato del previsto, tra gomme che hanno dato riscontri molti differenti rispetto al venerdì, strategia, sfortuna e Safety Car, per un Gran Premio e una vittoria che stava davvero meritando. Inutile recriminare più di tanto sull’errore di Vettel negli ultimi giri, con una staccata al limite in curva 1: Sebastian doveva provarci e si trovava in una situazione difficile, in cui Hamilton era riuscito a prendergli la scia. Il tedesco sapeva di avere una vettura che gli avrebbe permesso di vincere e, sicuramente, se non ci avesse provato lo avrebbe rimpianto. Il bloccaggio può capitare, specialmente se a gomme e freni freddi.
Difficile dire se il bicchiere della Ferrari può considerarsi mezzo pieno o mezzo vuoto. Quel che è certo è che la Rossa lascia l’Azerbaijan con dei rimpianti, inutile nasconderlo visto quanto mostrato durante tutto il corso del weekend e quanto si stava guadagnando sul campo, però può guardare con ottimismo ai prossimi appuntamenti guardando questo inizio di mondiale, conscia di avere una vettura che per ora si è dimostrata la migliore del lotto, sia in qualifica che in gara, con il caldo o con il freddo e su diverse tipologie di tracciati.