
I primi Gran Premi di questo campionato si sono contraddistinti per la mole di azione e di colpi di scena che andavano a sovvertire esiti apparentemente già scritti. Nonostante il riproporsi della sfida mondiale Mercedes-Ferrari, il tutto arricchito da una Red Bull non ancora all’altezza in qualifica ma molto reattiva in gara, Liberty Media ha pubblicamente ammesso un calo negli ascolti TV F1. E’ stato proprio Chase Carey, Presidente della Formula 1, a rivelarlo alla testata Independent alla vigilia del Gran Premio di Spagna.
Il calo di audience è quantificato nella misura del 4-6% ed è dovuto a una flessione nel numero degli spettatori televisivi in due mercati chiave per la Formula 1, l’Italia e il Brasile. Risultati che non appaiono particolarmente sorprendenti per il nuovo boss della Formula 1, che ne ha analizzato le motivazioni: “Questa flessione è dovuta a due fattori, in realtà due nazioni. In Italia, abbiamo portato la Formula 1 ancor più in esclusiva sulla pay-tv, quindi è stato questo ad avere probabilmente l’impatto maggiore. Il Brasile ha visto il ritiro di Felipe Massa dalla Formula 1, chiaramente la sua presenza nello sport aveva un’influenza sugli ascolti TV F1”.
Il Brasile e l’Italia, se considerato il numero di spettatori televisivi, sono appunto i due mercati più importanti per la massima categoria motoristica. Il calo verificatosi proprio in queste due nazioni sembra essere la causa del trend negativo degli ascolti TV F1, che prosegue anche in questo 2018: “Attualmente, nella maggior parte delle nazioni sulle quali andiamo in onda, diciamo le prime venti, gli ascolti stanno aumentando ma l’impatto in quei due mercati porta il totale generale a diminuire”.
Secondo un report di F1 Global Media, nel solo 2016 sono stati 77,5 milioni gli spettatori in Brasile, rendendolo così il mercato più importante per volumi assoluti di diffusione. A seguire l’Italia che, con i suoi 32 milioni di telespettatori, contribuiva a portare il totale a livello mondiale a 390 milioni. Nel 2017, il calo negli ascolti TV F1, scesi a 352,3 milioni, è stato giustificato da un metodo più accurato nel calcolare l’audience.
Se considerati gli ultimi dieci anni, i telespettatori sono calati del 41,3%. L’origine di una discesa così massiccia è da ricondursi principalmente alla transizione graduale alle pay-tv, che attraverso ingenti investimenti riescono a presentare offerte per i diritti che sono fuori portata per le televisioni gratuite. D’altra parte, la qualità della copertura così come l’esclusività in sé dell’evento trasmesso sono caratteristiche attrattive per i potenziali abbonati.
Il bacino di utenza limitato raggiunto dalle pay-tv può scontentare anche i team, che divengono meno allettanti nel raccogliere sponsor, sempre interessati alla visibilità del loro marchio. Inoltre, la stessa considerazione va estesa ai costruttori impegnati in Formula 1, categoria che rappresenta una vetrina di popolarità e promozione dei loro stessi brand e prodotti. D’altro canto, le risorse raccolte dalla FOM per i diritti televisivi sono condivise con i team in una misura pari al 68% sotto forma di premi in denaro.
La transizione alle pay-tv è stata voluta e implementata già dalla precedente gestione targata Bernie Ecclestone. Trascorsi ormai alcuni anni, potrebbe essere maturo il momento di compiere riflessioni sugli esiti più o meno positivi o negativi di questa decisione. Da un lato, se è stata una scelta che ha seguito le logiche del business, quanto sta funzionando davvero nell’aumentare i profitti e la popolarità del brand Formula 1? Oppure, se è stata una preferenza motivata in nome dell’anima sportiva della Formula 1, quanto è stata lungimirante e vantaggiosa?
A un anno ormai dell’insediamento di Liberty Media, il cui obiettivo dichiarato è quello di rendere la Formula 1 il marchio più riconoscibile al mondo, a che punto siamo?