
Da quando la Formula 1 ha riammesso nel proprio calendario il Gran Premio del Messico nel 2015, la tappa centro-americana è tornata a rivestire prepotentemente un ruolo cruciale per le sorti dei campionati. Essendo prevista nella seconda metà della stagione, ogni pilota sa che anche il minimo punto conquistato qui può rivelarsi determinante ai fini della propria rincorsa al titolo iridato.
Ne sa qualcosa Lewis Hamilton, che proprio a Città del Messico vinse il suo quarto titolo mondiale lo scorso campionato, ed oggi è ad un passo dalla conquista del suo 5° sigillo in carriera.
Ma il ritorno della Formula 1 in terra messicana ha un valore ed un significato più profondo della semplice reintroduzione nel calendario dopo un lungo periodo di assenza (prima del 2015 infatti, non si disputava un GP in Messico dal 1992). Qui infatti si sono scritte pagine importanti della storia di questo sport, in particolare per la presenza di una curva leggendaria, che faceva tremare le gambe al solo pensiero di doverla affrontare : la Peraltada.
Oggi, purtroppo, questo tratto che faceva tremare le gambe ai piloti al solo pensiero di doverlo affrontare, è stato sostituito con una sequenza di curve lente ricavate all’interno dello stadio, con una parte terminale che si ricollega all’uscita dell’ex Peraltada.
Una bella soluzione, per carità, soprattutto per il colpo d’occhio caratteristico e per il “muro umano” di tifosi che accompagnano il vincitore alla bandiera a scacchi. Eppure, il progetto adottato per “saltare” la vera Peraltada non ha mai consolato del tutto i veri amanti di questo sport, che in cuor loro avrebbero fatto volentieri a meno dell’effetto scenico per riavere indietro una delle curve più difficili, affascinanti e pericolose che la storia della Formula 1 ricordi.
Siamo certi che anche gli stessi piloti, uomini assetati di velocità e di emozioni forti al volante, non si sarebbero chiamati fuori all’idea di sfidare una curva così rischiosa e maledettamente bella allo stesso tempo. Ma la sicurezza, come spesso accade, viene prima di ogni cosa, e niente e nessuno può assecondarla.
E allora oggi la vecchia e cara Peraltada è solo una lingua di asfalto che riposa in pace e che vive grazie ai fasti di un passato glorioso, come tante altre curve o tracciati che hanno lasciato un segno nella storia.
Ma com’era quella curva? Quanto si poteva davvero ritenere pericolosa, e quanto era sfiancante per le monoposto? Domande a cui cercheremo di dare una risposta ripercorrendo il mito della Peraltada ed il coraggio dei piloti che hanno avuto l’onore di sfidarla, ed uno di loro in particolare, come vedremo più avanti.
L’INFERNO PRIMA DEL TRAGUARDO
Costruito ed inaugurato nel 1962 con il nome originario di “Magdalena Mixucha”, il circuito di Città del Messico venne ricavato dall’omonimo parco pubblico con l’intenzione di accogliere, di lì a poco, le vetture di Formula 1.
Una delle caratteristiche che colpì sin da subito fu la particolare conformazione dell’ultima curva del tracciato che collegava il rettilineo “Recta del Ovalo” con quello del traguardo, ovvero la Peraltada.
Essa presentava un banking molto simile alla Parabolica di Monza, ma decisamente più accentuato. Non a caso infatti, i piloti più temerari e talentuosi riuscivano a percorrerla in piena accelerazione, ma solo a tre condizioni:
avere un coraggio non indifferente, possedere un bilanciamento ottimale della vettura e soprattutto rispettare una traiettoria ben precisa. Il minimo errore nell’impostazione della curva avrebbe fatto scartare la monoposto nella parte più sporca della pista, aumentando le possibilità di finire contro le barriere ad altissima velocità. Al contrario, l’interpretazione perfetta della curva avrebbe assicurato un vantaggio cronometrico fondamentale per il pilota, soprattutto durante le qualifiche nella lotta per la pole position.
Un tratto veloce ed pericolosissimo dunque, ma anche severo con i pneumatici. Il banking della Peraltada (che negli anni venne progressivamente ridotto per motivi di sicurezza) era infatti lo “spauracchio” principale per la tenuta delle gomme, che qui venivano messe duramente alla prova per le ripetute sollecitazioni.
La sostituzione dei pneumatici era un elemento fondamentale da tenere in considerazione per la strategia di gara, pena un consumo rapido ed aggressivo delle gomme. L’esempio più evidente capitò nel 1990, quando Ayrton Senna dovette ritirarsi della corsa per lo scoppio di un pneumatico, eccessivamente messo alla frusta dall’inferno della Peraltada.
“BELLA E LETALE”
La curva era quindi un tratto affascinante che esaltava il talento del piloti più famosi del circus. Ma spesso, dietro alla bellezza della Peraltada, emergeva anche l’insidia in tutta la sua crudeltà, trasformandosi in una vera e propria trappola letale.
Nel 1962 infatti, in occasione della prima gara sul nuovo circuito di Città del Messico, si consumò il dramma: nel corso delle prove, in un appuntamento non valido per il mondiale di Formula 1, l’idolo di casa Ricardo Rodriguez finì fuori pista proprio alla Peraltada a bordo di una Lotus privata, morendo tragicamente sul colpo.
Quando nel 1971 la stessa terribile sorte toccò anche al fratello Ricardo, Pedro, gli organizzatori del Gran Premio del Messico decisero di intitolare il circuito alla memoria degli sfortunati fratelli Rodriguez.
Dal 1972, infatti, l’impianto è conosciuta in tutto il mondo con il nome di “Autodromo Hermanos Rodriguez”.
In seguito a quel doloroso episodio, la curva venne ritoccata nel tentativo di dimunuire la sua pericolosità. L’intervento si rivelò determinante per evitare altri drammi in Formula 1, ma non cancellò del tutto il rischio di incidenti. Non a caso, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, altri “botti” si verificarono proprio alla Peraltada, ma senza conseguenze per i piloti coinvolti.
Nel 1987 fu Derek Warwick a disintegrare la sua Arrows contro le barriere, mentre l’anno successivo, nel 1988, il francese Philippe Alliot “imitò” lo schianto del britannico al volante della Larrousse.
Entrambi, oggi, possono ancora testimoniare quei secondi paurosi. Se non fosse stato per quel weekend di Imola del 1994, anche un campionissimo come Ayrton Senna avrebbe potuto raccontare quello che gli accadde alla Peraltada nel 1991, quando si cappottò nella ghiaia dopo esser stato tradito da una traiettoria errata.
Ironia della sorte, sia la curva del tracciato messicano che quella del “Tamburello” ad Imola (dove perse la vita il brasiliano), sono i due tratti universalmente riconosciuti come i più pericolosi ed insidiosi che la storia di questo sport ricordi.
LA CURVA OGGI
Nel 1992 si tenne la 16° edizione del Gran Premio del Messico, in una gara passata alla storia per la conquista del primo podio in carriera di Michael Schumacher. In quel periodo pochi avrebbero immaginato che l’appuntamento con la gara messicana non si sarebbe più presentato per molti anni, e ancor meno persone avrebbero pensato che quella sarebbe stata l’ultima apparizione della curva Peraltada nel suo disegno originale.
A seguito di diversi problemi finanziari, la Formula 1 sparì da Città del Messico per ben 22 lunghissimi anni, tornando in calendario soltanto nella stagione 2015.
Diversamente dai GP disputati nelle precedenti edizioni, la modifica più importante nell’opera di restyling del tracciato (apportata dall’ingegnere tedesco Hermann Tilke) coinvolse proprio la Peraltada.
Il leggendario tratto venne infatti rimpiazzato con una serie di curve lente, al termine delle quali ci si ricollega alla parte terminale della vecchia curva.
Ancora una volta, l’intervento fu dettato da motivazioni strettamente legate alla sicurezza: “Non avevamo sufficiente spazio all’esterno per garantire una via di fuga consona agli standard di sicurezza”.
Con questa dichiarazione di Tilke, che servì per giustificare l’esclusione della vecchia curva, venne quindi firmata la “condanna a morte” di uno dei tratti più simbolici della storia della Formula 1.
NIGEL MANSELL: L’UOMO CHE COLLEGA IL PASSATO AL PRESENTE
Oggi la Peraltada, di fatto, non esiste più. La curva tanto temuta in passato è oggi un lembo d’asfalto conservato per tenere viva la memoria di una Formula 1 lontana, caratterizzata da vetture e uomini appartenenti ad epoche diverse.
Ma una curva così non poteva esser lasciata ai posteri solo con le testimonianze dei gran premi che furono, con le immagini un po’ sgranate dei filmati che conserviamo nel cuore e nella memoria.
Andava collegata al presente in un modo originale, particolare, e non con una semplice e piccola ricongiunzione tra la nuova e la vecchia curva.
Se oggi la Peraltada non esiste più, allora perché non ribattezzare l’ultima curva del tracciato (l’unica scampata alle modifiche) con il nome di chi ha avuto il coraggio di affrontarla nel modo più eroico e coraggioso?
Per questo motivo, infatti, l’ultimo tratto del circuito di Città del Messico è stato ribattezzato come “Curva Nigel Mansell”. L’inedita decisione di attribuire il nome di una curva ad un ex pilota assolutamento vivo e vegeto è presto detta, e siamo certi che sia una scelta condivisa all’unanimità:
il “Leone d’Inghilterra” fu infatti protagonista di un manovra a dir poco impressionante portata a termine proprio alla curva Peraltada.
Nell’edizione del 1990, quando Mansell era al volante della Ferrari, l’inglese diede una dimostrazione del suo infinito coraggio superando all’esterno la McLaren di Gerhard Berger.
La mossa, oltre ad esser passata alla storia come una delle più difficili e spettacolari di sempre, è stata rispolverata dagli organizzatori 25 anni dopo per dedicare la nuova curva della pista a Mansell, proprio nel punto in cui realizzò quel sorpasso incredibile.
Ecco perché la figura di Nigel Mansell è perfetta per ricollegare la leggenda della Peraltada con il ritorno del Messico nella Formula 1 odiera.
Una frase pronunciata da un tale di nome Ayrton Senna, ci ricorda ancora oggi quanto il pilota britannico incarnasse un mix di abilità al volante e determinazione fuori dal comune: “Se Mansell è in giornata e ha l’auto giusta, è impossibile cercare di tenerlo dietro. Ti sorpasserà, anche sopra la testa, ma ti sorpasserà”.