
Lo sapevamo tutti e il Gran Premio del Messico lo ha sancito: Sebastian Vettel ha perso il Mondiale Piloti 2018.
Lo ha perso contro uno dei piloti più forti dell’ultimo decennio, Lewis Hamilton, il quale ha dimostrato di aver ben appreso la lezione, vale a dire come spuntarla in un campionato che comincia male, con avversari agguerriti che sembrano i più forti: con la velocità pura? Con la tensione alla perfezione? Dosando il talento e la cattiveria? Confidando nel team e nell’aiuto di certi maggiordomi? Con tutto questo, ma soprattutto con la pazienza. Accontentandosi dei quarti posti, di acchiappare qualche punto in più, di vedersi scippare le vittorie nelle sue Silverstone e Montreal, di navigare sottocosta in sicurezza invece di prendere il largo con baldanza. Pazienza: letteralmente “capacità di soffrire”. Resistere, per poi riprendersi tutto quanto non appena la fortuna – e le gomme – iniziano a girare nel verso giusto.
Lo ha perso in un modo che ricorda molto da vicino la piacevolezza di una coltellata alle spalle mentre si guarda il piĂą bel tramonto del mondo: a bordo di una macchina rossa, quella dei suoi sogni di bambino, quella del suo idolo e mentore; a cavallo di una stagione che sembrava finalmente essersi messa per dritto, senza candele capricciose o imbarazzanti qualifiche; nel pieno della maturitĂ personale e agonistica, non essendo piĂą un ragazzino con la “faccia da schiaffi” a bordo di un missile inarrivabile ma un giovane uomo consapevole di essere davvero un caposquadra – di quella Squadra – in un team alla rincorsa di un successo che sfugge da troppo tempo. L’incontenibile seppur composta tristezza mostrata sul podio di CittĂ del Messico dava la misura di quanto fosse infissa profondamente quella coltellata, di quanto il ragazzino con la “faccia da schiaffi” la trovasse irreale e crudele e di come il giovane uomo tuttavia la ignorasse, andandosene a spasso a complimentarsi con i vincitori rivali senza neanche levarsi la tuta da gara.
Lo ha perso contro dei nemici insospettabili: l’uomo e la macchina. Contro la macchina, improvvisamente poco reattiva, non prestazionale, regredita, mentre la rivale progrediva e guadagnava punti e sicurezza. Contro l’uomo che commette errori al muretto, nei settaggi, al banco di prova e nella gestione di quegli errori. Contro l’uomo al volante, che incamera quarti posti che non sono risultati utili ma vittorie sprecate, che cancella un trionfo nella ghiaia, che sbaglia ripetutamente e ritmicamente, quasi seguendo uno spartito infernale nel quale a ogni battuta d’arresto corrispondeva un acuto dei diretti rivali. Contro l’uomo che mostra una fragilità e un’umanità che, se da un lato fanno breccia nel cuore di qualche romantica, dall’altro poco spazio hanno nei cuori di coloro che si innamorano di questi piloti per il loro agonismo brutale. Infine proprio contro lui, l’uomo che sta dietro al televisore, che soffre, supporta e sopporta, o che, nascosto fra le selve di bandiere rosse nelle tribune di mezzo mondo, vede il sogno infrangersi e improvvisamente non è più disposto a concedere attenuanti, per cui si ribella, cerca un colpevole e inveisce.
Fuor di metafora, Sebastian Vettel ha perso gara per gara un Mondiale che sembrava alla portata sua e della Ferrari, in un modo che fa ancora più male perché sarebbe stato il Mondiale del riscatto per la squadra e della conferma per un pilota, che avrebbe visto sepolta da un drappo rosso ogni affermazione circa un talento “di seconda scelta”, circa il fatto che i benedetti dal Dio delle corse fossero altri, che la tempra fosse solo quella di un buon pilota molto bravo e fortunato ad approfittare di una Red Bull dominante, di un bravo ragazzo che si fa amare da tecnici e meccanici ma che non sarà mai nient’altro di più.
Sebastian Vettel ha perso il Mondiale Piloti, ma non ha perso il Mondiale della Ferrari.  Al di là delle speculazioni acchiappa-click, delle provocazioni a caratteri cubitali e degli scambi di cortesie fra utenti dei social, non si può affermare che chiunque – o comunque chiunque fosse all’altezza – avrebbe vinto il Mondiale su questa Ferrari, semplicemente perché è anche la Ferrari che ha perso questo Mondiale, non dimostrandosi all’altezza degli avversari come team e macchina. Miracoli non ne succedono, nemmeno a chi ha il piede fatato, come insegnano i campionati del passato recente.
In tutto questo gran girare di fine stagione, fra severissimi corsivisti armati di penne spietate e opinionisti di ogni genere e grado, con la consapevolezza di averci messo del tuo mentre quel coriaceo del tuo avversario va a prendersi gloria e record, quando quel ragazzino smanioso di duellare ti finisce sempre fra le ruote o quando perfino il tuo compagno di squadra in odore di pensionamento ritrova lo smalto dei bei tempi andati e consegue una vittoria storica e meravigliosa, mentre tu giri il remake di Inception nel ruolo della trottola, ecco, io mi sono chiesta quale sia stata la cosa più fastidiosa per Sebastian Vettel. E credo di avere la risposta: la solidarietà degli altri piloti. Ognuno di quei fotogenici caimani, che fossero le superstar da prima fila o gli scalpitanti comprimari ingabbiati in una carriera da centro gruppo, debitamente sollecitato ha espresso, in termini diversi ma comunque con apprezzabile eleganza, la propria comprensione al collega. Il quale di tutto avrebbe bisogno, a modesto parere di chi scrive, fuorché della vicinanza manierata di qualcuno che sta lì per batterlo in pista e vincere al suo posto. O di un team principal che strombazza l’intenzione di proteggerlo quando avrebbe dovuto proteggere la stagione dell’intera squadra più tempestivamente ed efficacemente di quanto abbia fatto.
In fin dei conti non è una novità : la Ferrari in crisi di risultati cambia tutto, assume un pilota tedesco per riportare il titolo a Maranello; qualcosa di buono accade, poi lui perde la testa e sperona il suo diretto rivale per il titolo il quale lo vince; si fa battere da un avversario di indiscutibile talento il quale era a bordo di una macchina stratosferica, gli va male ogni volta che si scontra con i gregari altrui mente il suo va in crociera a centro gruppo; tutti rimpiangono quelli che c’erano prima, vorrebbero sostituirlo con il figlio d’arte o con il rivale più accreditato e comunque c’è sempre qualcosa di sbagliato in quel che dice, nel suo atteggiamento o nel modo in cui si rapporta con la squadra. Forse ve lo ricordate anche voi come andò l’altra volta, infondo non è passato molto tempo… Se questo possa essere di buon auspicio per Sebastian Vettel? Ah, nemmeno se dominassi l’arte aruspicina di leggere il futuro nelle fumate bianche della McLaren potrei dare credito a una tale previsione. Diciamo solo che ne sarei contenta e non si tratterebbe di una questione di tifo: è solo che non mi va l’idea di una Formula Uno affare per pochi eletti, talentuosi figli di… caimani, dove non ci sia più spazio per coloro che nascondono il talento dietro la spessa corazza di un buon carattere.