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    Il Gp di Monaco di Formula 1 non è e non sarà mai una gara anacronistica

    Paolo PellegriniBy Paolo Pellegrini21 Maggio 2019Nessun commento7 Mins Read
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    Una moda sempre più dilagante, una malattia contagiosa, un comune sentire che, a quanto pare, “fa-tanto-figo” e “alternativo”. Si entra nella settimana che conduce all’atteso LXXVII Grand Prix Automobile de Monaco: il Gran Premio che vale una carriera, una corsa che — assieme alla 24 Ore di Le Mans e alla oggi decaduta Indy 500 — va a costituire la cosiddetta “Triple Crown”, la Tripla Corona. Monaco è la Formula 1. La Formula 1 è Monaco. Questo dice la storia, questo raccontano i fatti. Incontrovertibili.

    Tutto ciò, purtroppo, non è sufficiente. Ed ecco che i commenti negativi ed i giudizi contrari al GP di Monaco abbondano e si moltiplicano, oggigiorno amplificati dalla grancassa dei social network. “Fa figo”, appunto. Contro il GP di Monaco ed il tracciato del Principato se ne leggono di ogni genere, quasi vi sia una gara a chi la “spara” più grossa. “Anacronistico,”, “ridicolo”, persino “pericoloso” e, come si suol dire, chi più ne ha, più ne metta.

    A nostro avviso, criticare Monaco costituisce un madornale errore di valutazione, storico e sportivo.

    Il circuito di Monaco, benché modificato in alcuni tratti nel corso degli Anni, rappresenta ancora un solido legame con la Formula 1 delle origini, vivido allaccio al passato e alla storia più nobile dell’automobilismo sportivo. Monaco è, carta canta, il tracciato cittadino più famoso al mondo. E, senza dubbio, tra i più caratteristici e riusciti. Bellissimo, unico, immortale, affascinante, inconfondibile: palazzi, abitazioni, barche e l’intera città ancora svettano distinguibili, affatto annichiliti dalle soffocanti, altissime reti di protezioni le quali, oggi, cingono a mo’ di carcere di massima sicurezza le odierne piste cittadine.

    Monaco incarna quel legame che la odierna Formula 1 — la cui essenza tecnica è stata e sarà, in larga parte, snaturata da contestabili, spesso scellerate, scelte regolamentari — non deve, nel modo più categorico, abbandonare e rinnegare. Rinnegare Monaco equivale a rinnegare la F1 stessa.

    Per queste ragioni, Montecarlo deve sopravvivere al tempo e ai suoi detrattori. Nomi quali Sainte Devote, Beau Rivage, Massenet, Casino, Mirabeau, Portier, La Rascasse non debbono e non dovranno mai smettere di risuonare all’interno delle cronache della Formula 1.

    Le strade del Principato, oggi come ieri, costituiscono una delle più grandi sfide per auto e piloti. Come tutti i tracciati cittadini, anche Monaco esalta, anzitutto, la concentrazione dei piloti, massimale in ogni istante. E, parimenti a tutti i circuiti cittadini non particolarmente veloci, anche Monaco esalta quegli aspetti tecnici che, ad esempio, passano in secondo piano in tracciati veloci quali Monza. Del resto, l’alternanza tra tracciati stradali (veloci o più guidati) e cittadini (più o meno veloci) è uno dei parametri che determina, oggi come in passato, la bontà di un calendario di un qualsivoglia campionato. Nella IndyCar si passa dai veloci Speedway e Super Speedway, quali Indianapolis e Pocono, ai più lenti cittadini quali, ad esempio, St. Petersburg e Long Beach; in F1 si va da Spa-Francorchamps e Monza a Monaco. Dov’è il tarlo? Dov’è il fattore “anacronistico” nella suddetta alternanza di tipologie di circuiti e medie sul giro? L’alternanza tra tracciati stradali e cittadini ha sempre caratterizzato la F1, nonché arricchito i contenuti tecnici e sportivi in ogni era della F1 stessa. Perché voler rinnegare, esibendo argomentazioni prive di contenuti, questo importate aspetto tecnico-sportivo qualificante, in ogni sua epoca, la Formula 1 e, più in generale, l’automobilismo sportivo, dalle origini sino ai giorni nostri?

    Evidentemente, rinnegare e relegare in soffitta il tracciato di Monaco appare operazione quanto mai avventata. Al contrario, il Gran Prix di Monaco va preservato e consegnato alle generazioni future quasi fosse un reperto archeologico di incommensurabile valore.

    Anacronistico, ripete la fazione anti-Monaco. Siamo sicuri? I dati smentiscono tale affermazione. Nel 1950, le migliori vetture di F1 segnavano, a Monaco, medie sul giro di poco superiori ai 100 km/h; a Monza potevano superare i 190 km/h di media. Dieci anni dopo, nel 1960, le monoposto di F1, a Monaco, sfioravano i 120 km/h di media in qualifica; a Monza, le medie salivano sino a superare i 223 km/h. Nel 1965, ultimo anno della “Formula 1500”, le F1 limavano ancora le medie sul giro: oltre 122 km/h a Monaco, oltre 225 km/h in quel di Spa-Francorchamps. Nel 1985, quando i motori Turbo spadroneggiavano ai danni degli aspirati di 3000cc, le F1 raggiungevano i 148 km/h di media a Montecarlo e gli oltre 259 km/h di media a Silverstone. Nel 1988, al tramonto dei motori Turbo di prima generazione e al secondo anno di vita degli aspirati di 3500cc, le medie si attestavano sui seguenti valori: oltre 142 km/h a Monaco, oltre 245 km/h a Silverstone.

    E oggi? Nel 2018, la pole-position del GP di Monaco è stata segnata ad una media di 169,654 km/h (Daniel Ricciardo, Red Bull RB14-Renault); a Monza, la media sul giro della pole-position (Kimi Raikkonen, Ferrari SF71H)ha toccato i 263,588 km/h. Insomma, passano gli anni ma le proporzioni tra Monaco ed i tracciati più veloci rimangono pressoché inalterate. Domanda: se in passato correre a Monaco non era ritenuto anacronistico, perché lo dovrebbe essere oggi?

    E non è tutto. Monaco, oggi, nell’era dello “spettacolo-a-tutti-i-costi”, è sinonimo di “poco spettacolo” e “pochi sorpassi”. Evidentemente, le caratteristiche del tracciato monegasco non assecondano (e non hanno mai assecondato) manovre di sorpasso, anche quando l’inseguitore potrebbe sopravanzare l’inseguito. La sede stradale stretta e la sequenza di curve fanno sì che il gatto abbia vita difficile contro il fuggitivo topo. Anche in questo caso, non possiamo non porre la medesima domanda: dov’è il tarlo, dov’è la stortura? È mai possibile che la sfida in F1 si traduca e si concretizzi solo in “sorpassi” (peraltro enormemente facilitati e dopati dall’uso del DRS) e in circuiti che facilitino questa sorta di “pornografia del sorpasso” fine a se stessa?

    Crediamo, invero, che la bellezza di Monaco risieda proprio nella sua intrinseca idiosincrasia al sorpasso facile, magari servito su un DRS d’argento, come avviene oggigiorno. Può non succedere nulla o può accadere che un pilota sbagli o che l’atro riesca ad indovinare la stoccata del secolo, la manovra della vita. Già, perché un sorpasso a Monaco vale una stagione. Un sorpasso che diventa il sorpasso.

    Il duello Senna-Mansell, datato 1992, parla da solo: come raggiungere l’orgasmo del motorismo senza assistere ad un solo sorpasso. Una sequenza finale di giri durante la quale Senna, tallonato da un indiavolato Mansell, riesce a difendersi con classe ed astuzia tra quelle strade e quei guard-rail che lo hanno visto per cinque anni consecutivi (dal 1989 al 1993) vincitore. È Monaco, bellezza.

    Vi è, inoltre, un fenomeno curioso. Coloro i quali osteggiano il GP di Monaco sono, sorprendentemente, gli stessi che detestano gli odierni tracciati, cittadini o permanenti, e le trasferte asiatiche, considerate prive di tradizione e appeal. La contraddizione appare tanto lampante quanto bizzarra.

    Per fortuna, il GP di Monaco è e sarà parte integrante della F1 ancora a lungo. La geniale intuizione di Antony Noghes vive dal 1929. Da Williams Charles Frederick Grover-Williams a Daniel Ricciardo. Dalla Bugatti T35B alla Red Bull RB14-Renault. Il GP di Monaco non viene disputato dal 1938 al 1947 e negli anni 1949, 1951 e nel biennio 1953-1954. Nel 1952 sono le vetture Sport (e non le monoposto di F1) a dar vita alla corsa.

    Nelle strette strade del Principato è passata la storia della F1. Un circuito che ha visto trionfare non solo i più grandi interpreti della F1 e dell’automobilismo sportivo in generale, ma ha visto anche uscire sconfitti i più grandi campioni delle quattro ruote: basti pensare a Jim Clark, Mario Andretti, Nelson Piquet e Nigel Mansell, mai vincitori a Monaco.

    Circuito pazzo, quello di Monaco. E solo un circuito pazzo può generare gare altrettanto pazze. Numerosi i GP di Monaco dallo svolgimento e dall’esito condizionati da incidenti (immancabili) ed un meteo sovente birichino: indimenticabili i GP di Monaco 1982 e 1996, edizioni in cui nemmeno un mago della caratura di Gandalf sarebbe stato capace di azzeccare il vincitore.

    La F1 ha bisogno, più che mai, di simboli e bandiere. E Monaco, alla stregua di Monza, Silverstone ed altri tracciati entrati nella mitologia della F1 e del motorismo nella sua globalità, incarna il simbolo stesso della F1. Un simbolo che vale molto di più di un logo rinnovato o di uno sfavillante GP in notturna in una qualsivoglia città asiatica.

    Ecco perché, nel 2019, ancora gridiamo fieramente “lunga vita al GP di Monaco!”.


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    Paolo Pellegrini, Classe '82, amante della velocità a 360°, che sia un'auto, una moto, un aereo o i 10 secondi di un 100 metri. Disegnatore di auto e moto da corsa estreme.

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