
Per capire ancor meglio il vortice negativo nel quale si è andata ad infilare la Scuderia di Maranello, bisogna fare un salto all’indietro di sei anni e tuffarci nel 2014. L’inizio dell’era ibrida, delle power unit e del dominio Mercedes. Proprio riguardo quest’ultimo elemento, poco o nulla sembra essere cambiato. Le frecce d’argento hanno solamente cambiato colore ma continuano ad avere una superiorità tecnica ed organizzativa che, se allora poteva sembrare momentanea, adesso è preoccupante per gli avversari.
E la Ferrari? Si potrebbe fare il discorso contrario. 2014 in totale difficoltà. Una macchina, la F14-T, che è passata alla storia per la sua inguidabilità e per i miracoli di cui Fernando Alonso ci ha deliziati, a bordo di un mezzo non all’altezza. 2020. Sono passati sei anni, tanto, tantissimo in questo sport, e la Rossa fa peggio del primo anno dell’era ibrida. Incredibile e forse anche più triste di quanto si possa immaginare, considerando le risorse economiche a disposizione di Maranello.
Dopo tre gare, la situazione nel mondiale costruttori della Ferrari nel 2014 recitava 31 punti. Nel 2020 solamente 27. Pesa, certo, il doppio ritiro del GP di Stiria, ma attenzione a creare alibi ed attenuanti. Questo potrebbe essere il grande rischio, giustificare delle prestazioni così deludenti. Non c’è giustificazione o scusa che tenga di fronte a tanta pochezza. Si deve difendere la Ferrari scavando nei problemi per risolverli, di certo non giocando con i se e con i ma. Sarebbe totalmente controproducente.
I problemi sono tanti e gravi, dalla macchina alla dirigenza. La SF1000 è un progetto costruito su un’evoluzione del motorone Ferrari dello scorso anno, quello che aveva scatenato tante polemiche ed al quale sono state tagliate le gambe con le direttive tecniche della FIA. Così da motorone a motorino il passo è breve. Questo ha fatto sì che la macchina sia migliore sul carico aerodinamico rispetto alla Ferrari 2019, ma sbilanciata, con forti problemi di assetto che, di conseguenza, portano ad un anomalo consumo delle coperture come ha dimostrato la gara di Charles Leclerc in Ungheria.
Ma oltre la macchina c’è altro. Serve un cambio di rotta ai piani alti. La dirigenza è assente, quasi disinteressata. I tifosi chiedono risposte e non arrivano. O almeno a provare a darle è Mattia Binotto ma sono scarse, senza mordente, demotivate. Sì, in casa Ferrari è tempo di cambiare. La testa più prossima a cadere è proprio quella di Binotto, lasciato da solo seppur con le sue oggettive responsabilità e colpe. Ma sempre da solo. E tra la dirigenza chi potrebbe fare un passo indietro? Probabilmente nessuno. Manca umiltà e onestà intellettuale. Sembra anche la passione.
Poi si deve anche considerare di abbandonare l’idea del Made in Italy tra i tecnici. Un piano voluto dal compianto Sergio Marchionne che, però, adesso non sta dando i suoi frutti. Bisogna mettere da parte i sentimenti nazionalistici e riaprire un mercato tecnici anche all’estero. Magari in Inghilterra, dove gli ingegneri di talento non sono mai mancati. E’ triste, ma la realtà è questa. Se una cosa non funziona, si deve cambiare. E in Formula 1 davvero non si può perdere tempo. Specie se hai un nome pesante come quello Ferrari. Speriamo che il Drake non si stia “incavolando” troppo…