La notizia era nell’aria, ma è stata resa ufficiale solo negli scorsi giorni: la Formula Uno correrà dall’anno prossimo in Arabia Saudita, sul circuito cittadino di Jeddah. La notizia ha suscitato reazioni negative tra molti appassionati, che non sono però stati gli unici a esprimere rammarico per la decisione di Liberty Media.
L’ingresso dell’Arabia Saudita nel calendario, effettivamente, non coglie di sorpresa gli addetti ai lavori; i capitali degli sceicchi già dagli anni ’80 sono parte integrante di molti team, e il main sponsor Aramco che appare su tutti i circuiti da questa stagione è la compagnia nazionale saudita di idrocarburi.
Nessuna sorpresa dunque, ma gli interrogativi sono tanti. In particolare, ci si chiede quale sia la ratio con cui Liberty Media, team e piloti prendano la decisione di esporsi in campi non certo sportivi per poi venire puntualmente smentiti dai fatti.
Già , perchè il Regno dell’Arabia Saudita non è un paese come gli altri. Si tratta di una vera e propria dittatura, in cui il re governa a suo piacimento senza dover rendere conto a nessun parlamento.
Va da sè che la libertà individuale in quel Paese sia prossima allo zero. Minoranze etniche, culturali e religiose non sono nemmeno tollerate. Le donne hanno solo da poco ottenuto la possibilità di avere la patente e quindi guidare una macchina, ma si è trattata di una concessione più propagandistica che reale.
La spinta riformista data dal Re Salman è stata piĂą una mossa “pubblicitaria” e l’e-prix di Sanya è parte di tutto ciò. Ora, da anni la F1 corre in paesi in cui la libertĂ personale è limitata come Cina, Bahrain e Turchia.
Perchè allora questa ondata di indignazione? Chiunque abbia visto un Gran Premio in questa stagione ha la risposta sotto agli occhi.
“We race as one” è lo slogan che campeggia ovunque, anche sulla Safety Car. Arcobaleni che vogliono significare inclusione, uguaglianza e dialogo sono stati inseriti sulle carrozzerie di tutti i team. Il momento dedicato alla lotta per i diritti civili in tutto il mondo è stato arricchito dalla cerimonia prima del via, con tanto di piloti in ginocchio e magliette con la scritta “End Racism”.
La Mercedes, addirittura, ha cambiato il colore della sua vettura, passando dal grigio al nero, molto probabilmente su suggerimento di Lewis Hamilton, attivissimo in questo settore, portatore di messaggi meritori e altamente condivisibili.
Mercedes e Hamilton, appunto; quelli che si sono messi in prima linea nella lotta al razzismo in ogni sua forma. Sono stati applauditi per questo; non va sottovalutato il loro sforzo, per il coraggio avuto e per tutti i significati sottesi alla loro azione.
In questi giorni, però, Wolff e Hamilton sono scivolati su quella che è una vera e propria buccia di banana. Le loro dichiarazioni sul prossimo Gran Premio dell’Arabia Saudita sono a dir poco imbarazzanti.
“Lo sport deve unire, aiuteremo a rendere il paese migliore”, ha detto il manager austriaco.  “Alcuni miei amici ci sono stati e mi hanno parlato di posti bellissimi. Prima di parlare devo conoscere bene quale sia il problema, non so molto relativamente alle violazioni dei diritti civili in Arabia”, ha invece dichiarato Hamilton.
Leggendo queste dichiarazioni, riportate anche da Motorsport.com, viene da chiedersi se Hamilton usi la sua connessione internet solo per farsi selfie con il cane e per dare voce ai suoi proclami. Come fa una persona come lui, sempre in giro per il mondo, a dire che non sa molto sulle violazioni dei diritti civili in Arabia? Come si fa, nel 2020, a non sapere nulla sulla situazione femminile in quel paese?
Intendiamoci, nessuno si è fatto l’illusione che i soldi in F1 fossero finiti in secondo piano. Le corse esistono se ci sono i capitali, e, al giorno d’oggi, i paesi arabi sono tra quelli che ne hanno la maggiore disponibilità .
Ciò non toglie che le belle parole e i bei gesti visti in pista e sui social in questi mesi, purtroppo, siano proprio solo questo: belle parole e bei gesti, nulla di concreto in più. Inutile girarci intorno, ci si aspettava una presa di posizione più netta, in particolare da coloro che si fanno portatori di messaggi simili.
Inoltre, c’è un altro aspetto da sottolineare: dopo un 2020 passato a correre in Europa su piste come Imola, Portimao e Mugello, c’è veramente bisogno di andare nell’ennesimo circuito cittadino senza anima e senza storia?
In conclusione, la Formula 1 non cambia di una virgola da quello che è sempre stata. Uno sport costoso che dipende dai capitali degli sponsor, che vanno accontentati. La delusione scaturisce dal continuo invio di messaggi che sembrano valere solo ed esclusivamente in base all’interesse e alla visibilità .
Quanto fatto vedere finora in pista, dunque, perde ogni credibilità dopo l’annuncio di Jeddah in calendario. Mercedes a questo punto farebbe bene a tornare a correre nel classico grigio, e Hamilton smettere di atteggiarsi a leader e esempio per un mondo migliore, perchè proprio non ci siamo.
Infine, resta la domanda iniziale: che fine fa lo slogan “We race as one”?. Restano belle parole, solo parole. Purtroppo.
