Davide Valsecchi è il nuovo campione mondiale di GP2. E già qui, si aprono mille dibattiti e mille osservazioni. Anzitutto, concedere alla GP2 – né più, né meno che un insipido monomarca – la titolazione mondiale è profondamente sbagliato. Se la GP2 è un mondiale, cosa si doveva dire della Formula 2 e Formula 3000 degli anni ruggenti?
Ok, a parte questa vena polemica rispetto ad uno dei tanti, troppi monomarca per vetture formula proliferanti in tutto il mondo (soprattutto in Europa), c’è da dire che il nostro Davide Valsecchi ha meritato il titolo: merito, appunto, del bravo e veloce Davide e dell’esperto team DAMS. Dopo Giorgio Pantano, è il secondo italiano a vincere la serie cadetta.
Ed ora viene il bello. O il brutto. Che fare? Ovvio: tutti i piloti di formule ambiscono, sin da neonati, alla Formula 1 (che noia!). Ambizione legittima che, tuttavia, non fa i conti con la dura realtà. La GP2, da quando esiste, ha sfornato validi piloti. Del resto, la GP2 è stata istituita appositamente affinché le scuderie di Formula 1 pescassero nel bacino offerto dalla serie minore. Non a caso, alcuni team di F1 hanno creato uno “junior team” di GP2 allo scopo di coltivare – terminologia aberrante quando si tratta di piloti – i “campioni del futuro”. Tuttavia, non è stata e non è la sola GP2 a proporre gagliardi piloti: insomma, la GP2 non ha il monopolio del vivaio internazionale.
Come spesso è accaduto e accade, i piloti italiani subiscono un trattamento ingeneroso dall’ambiente della Formula 1, categoria la quale – soprattutto oggigiorno – non nasconde una marcata insofferenza nei confronti dei piloti italiani.
Davide Valsecchi, classe 1987, rischia seriamente di fare la stessa fine toccata in sorte a tanti, troppi piloti – italiani e non solo – la cui primaria ambizione è correre in Formula 1. Attenzione: non esiste solo la Formula 1. Il desiderio di arrivare in Formula può – sportivamente parlando – uccidere e logorare.
Valsecchi è ormai un veterano delle cosiddette categorie propedeutiche alla Formula 1: Formula Renault 2000, World Series by Renault, quindi, tanta, tanta, tantissima GP2. Insomma, una prima metà di carriera spesa a destreggiarsi in tre monomarca, di cui due (World Series e GP2) gemelli, speculari, doppioni.
Destino non certamente edificante – la colpa, ovviamente, non è dei piloti ma di chi organizza simili campionati – che ricalca da vicino molte altre carriere di piloti moderni. Ci viene in mente un altro bravo italiano sempre in odore di Formula 1 ma mai arruolato: Davide Rigon.
Rigon, classe 1986, si destreggia tra Formula Azzurra (monomarca addestrativo, e ci può stare), Formula 3 Italia, Formula 3000 (monomarca), Superleague Formula (monomarca), GP2 (monomarca). Recentemente, il pilota di Thiene è stato chiamato a guidare la Ferrari F2012 Formula 1 nei recenti test per i giovani piloti. In passato, inoltre, aveva guidato la Minardi F1.
Insomma, gli anni passano e questi pur bravi e capaci piloti passano la propria carriera saltellando da un monomarca all’altro; in mezzo, c’è spazio per qualche ora di test alla guida di una Formula 1 – quasi sempre dei test-spot o premio, come Valsecchi con Lotus-Caterham – e per qualche competizione extra formule.
Nuotare – o tenersi a galla – nella gelatina dei monomarca riservati alle vetture formula serve a poco. Campionati dal valore tecnico inesistente (non c’è competizione tecnica poiché monomarca) e che continuano sterilmente ad accavallarsi, generando un salasso in termini di risorse economiche, tecniche ed umane. Vi sono piloti che spendono anni a fare la spola: dalla WSR alla GP2 passando per la Auto GP. E via, il circolo ricomincia.
Spinti e motivati da un unico obiettivo: arrivare alla soglia della Formula 1!
Valsecchi rischia di fare la fine di Rigon – una eterna promessa non sfruttata appieno da team militanti in campionati di massimo livello – e di Giorgio Pantano, campione GP2 ripudiato e misconosciuto dalla Formula 1? Speriamo di no, con tutto il cuore.
Come noto, in questo 2012 i piloti italiani sono scomparsi dalla Formula 1. Fuori Trulli e Liuzzi (ma almeno Vitantonio è impegnato con ottimi risultati in Superstars e, da un paio di corse, nel FIA World Endurance Championship al volante di una Lola B12/80 Coupè LMP2 del Team Lotus), di italiani nemmeno l’ombra.
E come noto, ai piloti italiani non mancano talento e professionalità: ciò che manca loro sono i denari, sponsor “pesanti” e potere contrattuale. In più, mettiamoci quella tanto inguaribile quanto irritante esterofilia che caratterizza la Scuderia Ferrari da decenni, e il patatrac è servito.
Come detto in più circostanze, il motorismo nazionale e internazionale brulica di eccezionali e valenti piloti italiani (o italici, nel caso di Edoardo Mortara). Piloti che, dati e risultati alla mano, non hanno nulla da invidiare ai più quotati e generalmente considerati driver stranieri, molti dei quali, peraltro, vengono a farsi le ossa in Italia o militano in team italiani.
Valsecchi, Rigon, Luca Filippi (quest’ultimo pilota senza dubbio vincente ma che in GP2 sta diventando vecchio…) e molti altri. In questi “molti altri” vogliamo, anzi, dobbiamo inserire anche Fabio Francia (classe 1981), figlio del grande Giorgio: un campione che meriterebbe palcoscenici internazionali di primo livello; non so, roba tipo il FIA WEC. Stiamo parlando di un autentico fenomeno che in pochi, pochissimi conoscono e hanno preso in considerazione.
La carriera dei piloti italiani è continuamente in bilico e messa in discussione. Purtroppo.
Auguriamo a Valsecchi e soci di realizzare il sogno di una vita: correre in Formula 1, magari vincere in Formula 1.
Tuttavia, non possiamo esimerci dal considerare i fatti. E i fatti sono i seguenti. Per un pilota italiano, correre in Formula 1 è sempre più complicato. Non solo è ormai difficile – per non dire impossibile – entrare a far parte di scuderie di prima fascia, ma anche solo essere ingaggiati (anzi, scelti: i soldi li porta il pilota!) da team di seconda fascia.
A questo punto, intervengono fattori culturali. Concentrare l’attenzione e gli obiettivi professionali solo ed esclusivamente sulla sola Formula 1 è errato. Esistono, infatti, scenari e orizzonti motoristici ugualmente (anzi, maggiormente) gratificanti, benché sia la F1 a calamitare e fagocitare brutalmente – attraverso un costante “lavaggio del cervello” che si perpetua da molti anni – la quasi totalità della attenzione mediatica europea.
Insomma: cari piloti, cercate altrove fama e successo. Insistendo con la sola F1, si rischia di gettare alle ortiche una intera carriera, cioè una vita.
Davide Valsecchi, quindi, fa bene – finché può – a restare aggrappato al treno che conduce al mondo dorato e patinato della Formula 1. Ma se butta male, caro Davide, cambia aria. E alla svelta.
Scritto da: Paolo Pellegrini
