Il bubbone, prima o poi, doveva scoppiare. Scoppiare, appunto, termine mai così appropriato come in questi tempi.
Come noto, lo scorso GP di Gran Bretagna, disputato sul tracciato di Silverstone, ha sancito l’ennesima figuraccia “made in Formula 1”. Un carosello di pneumatici posteriori sinistri esplosi letteralmente in aria: le gare di Hamilton, Massa, Vergne e Perez compromesse nel risultato, un pessimo ritorno di immagine della F1 e della Pirelli, sicurezza in pista messa seriamente e gratuitamente a rischio da pneumatici in formato fuoco artificiale.
Di chi la colpa? Della Pirelli? Della FIA? Dei Team? Di Ecclestone? La risposta è semplice: la colpa, signore e signori, è di tutti.
Iniziamo dal peccato e dal peccatore originari: la mancanza di “spettacolo”, duelli e sorpassi e i provvedimenti presi dalla FIA. Ecco, dunque, entrare in scena i primi imputati: spettacolo e FIA.
Prima dell’era “conta dei sorpassi” a fine gara (cioè, quella che viviamo oggi), la F1 veniva da anni in cui duelli in pista ce n’erano pochissimi. Una F1 ingabbiata dalle strategie-box (cambio gomme e rifornimenti) che, di fatto, hanno spento e sopito il confronto in pista: i piloti preferivano superarsi in pit-lane grazie a strategie ormai unificate. La FIA correva ai ripari in modo alquanto grottesco.
Non solo cambiando radicalmente l’aspetto delle vetture (anno 2009), ma anche introducendo artifici che, carta canta, non hanno arrecato alcun beneficio. Anzi, hanno peggiorato una situazione già critica: ci riferiamo al KERS (il sedicente “salva-sorpassi” ormai messo nel dimenticatoio), al DRS (il profilo alare posteriore mobile, artificio che spesso non funziona e quando funziona sminuisce l’atto e l’arte del sorpasso, specie se messo a segno da piloti del calibro di Hamilton, Alonso e soci), infine, ai pit-stop obbligatori e forzosi e alle gomme Pirelli, fornitore unico succeduto alla giapponese Bridgestone.
La Formula 1 moderna, alla perenne ricerca di uno “spettacolo” caciarone e cafone da offrire ad un pubblico appassionato sempre più incolto e poco esigente, perseguiva la linea de “il-pit-stop-fa-spettacolo”. Lo “spettacolo” offerto dalla F1, in sostanza, si riduceva e si riduce ad una mera sequela di cambi gomme (anche 3-4 per singola vettura in un’ora e mezza di gara!), convinta com’è – la Formula 1 moderna – che il pit-stop sia fonte inesauribile di situazioni adrenaliniche.
Già, ma cosa intendo per “Formula 1 moderna”? Ebbene, tutte quelle persone che vanno a comporre questi organismi: FIA, ad iniziare dalle persone di Max Mosley prima e Jean Todt dopo (e a cascata, ci infilo bellamente dentro tutti i burocrati-legislatori che amministrano e reggono la Federazione Internazionale dell’Automobile), e i Team tutti, nessuno escluso. Questi ultimi, infatti, hanno promosso prima e avallato poi l’odioso presupposto tecnico che recita “pit-stop è bello”.
E si giunge ai giorni nostri, alla stretta attualità. A questo punto, entra in scena la Pirelli. Che colpe ha la Pirelli? Il gommista italiano è colpevole in misura al contempo uguale e minore rispetto alla FIA e ai Team.
Si parta da un presupposto: la Pirelli non è “scema”, sa perfettamente come si realizzano pneumatici durevoli e performanti, possiede tutta la tecnologia di questo mondo per produrre pneumatici con la “p” maiuscola. Non bisogna pensare che la Pirelli si sia rimbecillita.
La Pirelli è stata incaricata dalla FIA di realizzare gomme appositamente, specificatamente e volutamente fragili, dalla durata breve e dalla usura intenzionalmente rapida e imprevedibile. Dunque, sotto questo punto di vista, la Pirelli, apparentemente, ha poche colpe: se ci fossero state Michelin o Bridgestone al posto della Pirelli avrebbero agito nello stesso modo.
In realtà, la Pirelli è colpevole in egual misura rispetto alla FIA. Entrare in Formula 1 a queste condizioni è da imprudenti. Per la serie “ti hanno detto di buttarti da un burrone e tu ti ci butti allegramente”. Anzitutto, la Pirelli non ha mai parlato di cifre, ossia di costi di produzione di siffatte gomme: e in una epoca in cui i bassi costi rappresentano una ossessione, continuamente sbandierati quando al ribasso, gatta ci cova…
Non solo. La Pirelli ha “tirato troppo la corda” in piena autonomia decisionale. Quando Team e piloti rientravano nella strategia di uno o al massimo due pit-stop, i vertici sportivi e manageriali della Pirelli hanno sempre affermato che si trattava di “pochi pit-stop”. Come fare, allora, per aumentare il numero di pit-stop, quindi aumentare il sedicente “spettacolo”? Realizzando pneumatici ancor più fragili, ovvio. Ed ecco, allora, la carcassa a trama di acciaio in luogo di quella in Kevlar (che, però, tornerà presto al fine di guarire il malato grave con un cerotto…), mescole ancor più morbide (anche le hard, di fatto, equivalgono a soft).
I fatti di Silverstone, però, ci dicono che la corda è stata tirata in modo a dir poco eccessivo. La Pirelli, nell’intento di assecondare la FIA, è stata capace di realizzare pneumatici che gridano vendetta di fronte all’intero Pantheon.
Come reagisce il pubblico di fronte a tale, tragicomica situazione? Le vignette che spopolano nel web ne sono una prova. Il pubblico generalista potrebbe ritenere che la Pirelli non sappia più realizzare pneumatici per la Formula 1. Si chiama “pessimo ritorno di immagine”.
Ancora oggi si afferma che le corse costituiscano il marketing per eccellenza, nel bene e nel male…
Ovviamente, chi è più addentro alla categoria, conosce la realtà dei fatti; tuttavia, il pessimo ritorno di immagine c’è, si vede e si tocca, è un fatto incontrovertibile.
La Pirelli, a questo punto, si barrica dietro uno “scaricabarile” davvero infantile. Il gommista italiano, infatti, accusa anzitutto i Team di uso sconsiderato ed errato dei propri pneumatici (angoli di campanatura eccessivi, imprudente inversione delle gomme in caso di asimmetria degli pneumatici, pressioni sballate, ecc). Come dire, i nostri pneumatici sono complessi, sono particolari, siete voi che non li sapete usare e gestire. La Pirelli, però, così facendo, non si rende conto che si sta dando la celeberrima e proverbiale zappa sui piedi.
Il fatto che i Team debbano seguire rigide indicazioni del gommista circa gli angoli di camber da adottare costituisce l’ennesima vergogna “made in Formula 1”. Come accadde a Monza, la Pirelli consiglia caldamente ai Team determinati angoli di camber: pena, l’esplosione degli pneumatici. Un fatto che la dice lunga sulla qualità – evidentemente scarsa – degli pneumatici Pirelli.
Va da sé che i Team dovrebbero essere più liberi per quanto concerne le modalità d’impiego degli pneumatici, posto il fatto che saranno i team stessi, in accordo con gli esperti tecnici del gommista o dei gommisti in caso di apertura a più fornitori, a ricercare il miglior compromesso.
Insomma, la Pirelli dichiara di non aver riscontrato anomalie; anzi, dà la colpa ai Team, come abbiamo visto, e ai cordoli di Silverstone, obiettivamente realizzati in maniera non adeguata (il gradino tra cordolo e asfalto-erba-erba sintetica andrebbe evitato). Se ne lava le mani: scaricabarile, appunto.
La Pirelli dice che va tutto bene e che tornerà alla carcassa in Kevlar solo per facilitare il compito ai Team nella gestione delle gomme.
Ma se andasse davvero tutto bene (puntando il dito contro Team e fattori esterni, vedi cordoli), perché è stata concessa la possibilità ai piloti titolari di partecipare ai test di Silverstone che andranno in scena dal 17 al 19 luglio, test inizialmente riservati esclusivamente ai “giovani piloti”?
A questo punto, rientrano in gioco FIA e Team ed il loro carico di ipocrisia.
FIA e Team, come la Pirelli, recitano la parte dei “finti tonti”, ossia di quelli che se ne lavano le mani di fronte ad una imbarazzante situazione tecnica-sportiva che essi stessi hanno pesantemente contribuito ad instaurare.
La FIA, come suo solito, scarica ogni responsabilità sulla Pirelli, affermando di “volerci vedere chiaro” e augurandosi che “simili cose non accadono più”. Ma… ma come? Non era stata la FIA a promuovere e volere, fortemente volere pneumatici dal degrado repentino e fragili allo scopo di aumentare i pit-stop, quindi lo spettacolo e magari gli incidenti in gara (che al pubblico generalista piacciono tanto…)?
Anche i Team non fanno una figura edificante. Coloro i quali hanno promosso e avallato le scellerate delibere tecnico-sportive della FIA, coloro i quali, sino al GP di Silverstone 2013, non si sono poste il problema di partecipare ad un campionato mondiale di F1 ridotto a brandelli (di gomma e non solo…), coloro i quali ancora oggi non si preoccupano della sicurezza andata a pallino grazie (si fa per dire) a pneumatici pericolosi come petardi e delicati quanto cristalleria, ora, e solo ora, si accorgono che questa situazione non può andare avanti e pretendono un netto cambio di rotta.
Team, cari team, i pit-stop obbligatori e le gomme di burro non sono novità di questo 2013!
In sostanza, i Team manifestano un interesse utilitaristico verso la situazione gomme: finché va tutto bene, meglio tacere, quando i propri piloti iniziano a vedersi compromessi GP a causa della pochezza delle gomme, a quel punto e solo a quel punto iniziamo ad alzare la voce. Come accade coi calci di rigore nel calcio: un rigore ingiustamente e mal concesso dall’arbitro a proprio favore non merita critiche, ma in caso contrario l’arbitro diventa corrotto, venduto e pure cornuto.
Adrian Newey è l’uomo, tra i membri di Team, che più si è esposto: da inizio anno, critica le gomme Pirelli. Sì, d’accordo, fa bene: ma perché svegliarsi ora? Forse perché la Red Bull RB9 in questo 2013 ha avuto più di un cruccio? Dall’altro lato, Newey accusa Ferrari e Force India (al Team di Maranello e alla Scuderia anglo-indiana vanno bene le attuali gomme), ma tutti sono contro Mercedes (e te lo credo!).
Ecco, appunto. Addentrandosi ancor di più nella vicenda gomme, si scoprono molteplici altre simulazioni degne di avanspettacolo di basso livello e si annusa il puzzo di favoritismi alla Mercedes. Basti ricordare la vergognosa gestione del caso “Pirelli-Mercedes” e del test fintamente clandestino: la FIA sapeva ma ha lasciato fare (alla F1 serve una Mercedes vincente, ergo…), la Pirelli sapeva perfettamente che con quel test stava infrangendo le regole parimenti alla impunita Mercedes. Una sceneggiata messa in scena da attori consapevoli di infrangere le norme e che hanno mentito sapendo di mentire. Alla fine, tarallucci e vino per tutti, ampi sorrisi e occhiolini.
E gli appassionati, coloro i quali seguono le vicende della Formula 1 come si pongono di fronte a simile macelleria? Beh, il pubblico è diviso in due: chi ama i pit-stop e le gomme che si tagliano con grissino (specie quei giovani che non hanno conosciuto la vera Formula 1) poiché, secondo loro, fattori di spettacolo, chi, al contrario, odia, fortemente odia questo stato di cose.
Il “caos gomme” non nasce oggi. È solo l’ultimo sfogo epidermico palesato dal malato Formula 1, frutto di anni e anni di continue, reiterate nefandezze tecnico-sportive. Tutti sono colpevoli.
E ora, come sempre accade in queste circostanze, tutti i carnefici recitano il ruolo di vittime. È un fuggi-fuggi generale, uno scaricabarile degno della più infima politica, un “si salvi chi può” al quale partecipa anche certa stampa sinora e ancora incredibilmente compiacente e servile nei confronti di FIA e Pirelli.
Il “caos gomme” non nasce oggi. È come un vulcano pronto ad eruttare.
In pochi, da anni, hanno cercato e cercano con umiltà e infinita pazienza di mettere in guardia gli appassionati dal vulcano in procinto di eruttare, in tanti, al contrario, hanno costruito e costruiscono ville e piscine alle pendici del vulcano. Chiara l’antifona, no?
La lava seppellirà i secondi. Solo i primi si salveranno.
Scritto da: Paolo Pellegrini
