Prendete in considerazione un arco di tempo di dieci anni, dal 1996 al 2006. Poi scegliete la Scuderia italiana che ha fatto la storia della Formula 1 e provate a fare il nome di un certo Micheal Schumacher.
Il risultato sarà eccezionale: cinque titoli mondiali, centosettanta Gp e settantadue vittorie. Forse il più grande palmarès che si possa leggere in F1, arricchito da record su record. Poi fate un salto di nove anni, dal 2006 al 2015.
Prendete di nuovo la stessa Scuderia dal Cavallino Rampante, questa volta con qualche vittoria in meno ma con una grande voglia di rivincita. Fate un giro nel box e sentirete parlare tedesco, una lingua che ormai è stata associata all’idea del trionfo. La Ferrari e Sebastian Vettel, la Rossa di Maranello e il campioncino di Heppenheim.
Basta davvero poco per far accendere di nuovo la passione nel cuore degli italiani, perché il ricordo delle vittorie senza rivali di Schumi è ancora vivo nell’animo dei ferraristi. Vettel arriva alla Ferrari dopo quattro mondiali vinti di fila, dal 2010 al 2013, e dopo un quinto posto nell’ultimo campionato ottenuto non senza qualche difficoltà . Già da ragazzino le sue strade si sono incrociate con la realtà italiana. Partendo dal suo debutto, avvenuto il 17 giugno 2007 alla guida di una Toro Rosso come sostituto, l’anno successivo fu confermato dalla casa di Faenza. E proprio il 2008 è l’anno in cui ottenne la sua prima vittoria in Formula 1. E dove se non in Italia? Gran Premio di Monza, gara dominata dall’inizio alla fine e gradino più alto del podio.
Come se non bastasse, è diventato anche il più giovane pilota a vincere un Gran Premio, con i suoi ventuno anni e qualche giorno. Nel 2009 viene promosso in Red Bull e dopo un anno di transizione inizia ad accumulare vittorie, mondiali e record. Uno di questi è condiviso con Schumacher, ancora lui: entrambi infatti hanno ottenuto il maggior numero di vittorie in una stagione. Nel 2015 arriva alla Ferrari: ancora una volta un tedesco su una Rossa. Il sogno è quello di sentire ancora una volta prima l’inno tedesco e poi quello italiano, oggi come allora. Ci sono sia il talento che la voglia di ritornare grandi.
A noi tocca solo aspettare e continuare a tifare, con il sogno di tornare a parlare tedesco dal gradino più alto del podio. Quello mondiale.
