
Un ricordo dell’ultima gara vinta dal campione tedesco nel 2006 con la Ferrari.
1 Ottobre 2006, terzultimo appuntamento del Mondiale F1. Shangai, Cina. Pista bagnata, umidità al 90%, 21 i gradi dell’aria, altrettanti quelli dell’asfalto. 56 giri da fare per un totale di trecento e passa chilometri totali. Prima fila tutta giallo azzurra Renault con Fernando Alonso e Giancarlo Fisichella.
La Ferrari. Qualifica amara, opaca. Michael Schumacher costretto alla sesta piazza, e Felipe Massa ventesimo. Renault favorita.
Eccolo il teatro alla partenza. Premesse non favorevoli e promesse di rimonta si mischiano in pista, nella testa e nelle mani del pilota. In queste condizioni vengono fuori i campioni; quelli in erba ancora da scoprire (Senna su Toleman sotto la pioggia al GP Monaco ’84 per esempio), e quelli che come Michael si confermano. In fondo niente da confermare, si dirà, per uno che come lui aveva già vinto sette titoli iridati. Ma il nostro, comunque, non è tipo dal alzare il piede dal gas.
E così, intorno alle 9.30 ora italiana, sul primo gradino del podio c’è lui, Schumi, a sigillare una vittoria non prevista col suo tradizionale saltello, contornato dalle facce di circostanza della coppia Renault giunta al secondo e terzo posto. (Per la cronaca il campionato, piloti e costruttori, sarà appannaggio del team francese).
E’ l’epilogo di una gara emozionante in cui un Michael inconsapevole del fatto che quella cinese sarebbe stata la novantunesima ed ultima sua vittoria, fa un riassunto delle sue qualità di guida. All’ottavo giro supera la Honda dell’ex compagno Barrichello, al tredicesimo infilza Button teammate di Rubens, giungendo alla trentunesima tornata a mettere gli scarichi della F248 davanti allo spagnolo Alonso, per sorpassare, al quarantaduesimo, volando sul cordolo interno della prima curva alla fine del rettilineo, Fisichella appena uscito dal pit stop.
Un saggio di fine stagione e di fine carriera coi colori del cavallino rampante fatto di classe, determinazione, tempismo, regolarità e pulizia di guida che hanno reso il pluriridato di Kerpen già un mito mentre ancora era al volante. A dieci lustri di distanza i numeri e le statistiche fanno ancora impressione; 91 vittorie, oltre 150 podi, quasi 1600 punti conquistati, 68 pole, 71 giri veloci e si potrebbe proseguire ad elencare.
Ma non bastano la fredda chiarezza dei dati e la nitidezza delle statistiche per incorniciare la carriera di Michael. La decade rossa dal 1996 al 2006 che ha visto il tedesco riportare il Cavallino sul tetto del mondo rimane per tutti i tifosi indimenticabile non solo e non tanto, forse, per quei cinque titoli piloti a ripetizione ottenuti tra il 2000 e il 2004 – col supporto di un team straordinario – ma anche grazie alla tenacia e alla fiducia nella squadra dimostrata durante gli anni di risalita dal suo arrivo a Maranello nel ’96. Infatti bisognerà aspettare il 2000 per il suo primo Mondiale piloti agguantato finalmente dopo quattro stagioni. E che in casa Ferrari latitava dal 1979.
Caratteristiche di un uomo-squadra che nessuna statistica riuscirebbe ad inquadrare e misurare. Talento ed emozioni che invece il cuore ed i ricordi dei tifosi e degli appassionati, della Ferrari ma non solo, hanno colto, conservato, anche a distanza di dieci anni, soprattutto a distanza di dieci anni.
Dieci anni e …sentirli. Tutti. Con la gioia e la nostalgia per quello che è stato sull’asfalto, con la rabbia per quello che non sarebbe dovuto accadere quel giorno sulla neve.
Forza Schumi. Michael, forza.