
Oltre a Felipe Massa, il Gran Premio di Abu Dhabi 2016 è stata l’ultima gara in carriera per un’altra grande firma della Formula 1: Jenson Button. Il pilota inglese, campione del mondo nel 2009, ha salutato ufficialmente la compagnia in seguito al ritiro avvenuto in gara e, a meno di clamorosi colpi di scena, la notte di Abu Dhabi è stata teatro della sua ultima apparizione in Formula 1.
A sentire le parole di Button in avvicinamento al weekend decisivo per l’assegnazione del titolo, quella appena conclusa è stata la sua ultima stagione in Formula 1 da pilota ufficiale. In realtà però, la sua attività nella massima serie proseguirà in qualità di test driver, sempre per la McLaren, team con il quale ha appeso il casco al chiodo. La scuderia inglese, motorizzata Honda, ha promosso il belga Stoffel Vandoorne al suo posto in qualità di pilota ufficiale per il campionato 2017, affiancando così lo spagnolo Fernando Alonso.
Anche se Button ha già fatto sapere in conferenza stampa di non aver più intenzione di rientrare nel circus, il contratto che lo lega alla McLaren potrebbe riservare una remota sorpresa: nel caso in cui Vandoorne o Alonso non dovessero prendere parte ad uno o più week-end di gara nel 2017 (per qualsiasi ragione), il sostituto momentaneo sarebbe proprio Jenson Button, il quale trascorrerà comunque il 2017 in qualità di collaudatore a Woking.
Escludendo ogni possibilità di ritorno in qualità di pilota ufficiale, l’inglese lascia comunque un ricordo indelebile tra gli appassionati di Formula 1, che per ben 17 stagioni lo hanno visto sfrecciare sulle piste di tutto il mondo, culminando la propria carriera con la vittoria del titolo mondiale nel 2009.
Con 305 gran premi disputati, il britannico occupa il terzo posto della classifica all-time dei piloti con il maggior numero di partecipazioni. Davanti a lui ci sono soltanto Rubens Barrichello (323) e Michael Schumacher, che a sua volta precede Button (terzo ed ultimo pilota a superare quota 300 presenze in F1) di sole due lunghezze. Terzo posto occupato anche nella speciale classifica dei piloti con il maggior numero di partecipazioni ai campionati del mondo: in questo caso Button condivide il record di 17 stagioni disputate con il padovano Riccardo Patrese, mentre davanti a loro spiccano ancora i nomi di Barrichello e Schumacher (con 19 campionati a testa) e Graham Hill (18).
Per il resto, i numeri individuali parlano chiaro: 1 titolo mondiale, 15 vittorie, 8 pole position, 8 giri più veloci e 50 podi conquistati, per un totale di 1235 punti accumulati in tutta la sua carriera.
Cifre a parte, Jenson Button è stato uno dei piloti più talentuosi della Formula 1 del terzo millennio, capace di ottenere risultati di rilievo anche quando il mezzo non gli consentiva di essere sempre competitivo. Non ha mai sfigurato nei confronti con i propri compagni di squadra, alcuni dei quali già campioni del mondo e con maggior esperienza nella massima serie, e non è mai stato al centro di pesanti polemiche con i propri colleghi o team.
Scende dunque definitivamente dall’abitacolo uno dei campioni più “silenziosi” di sempre, capace di saper cogliere al volo le occasioni e di non arrendersi mai di fronte alla sfortuna agonistica. Un campione del mondo appunto, ma anche uno dei piloti più abili nelle condizioni climatiche e di pista più avverse, tanto da vantare non solo ottime prestazioni sul bagnato, ma anche il fatto di aver vinto il gran premio più lungo e più interrotto della storia della Formula 1: quello del Canada nel 2011.
Un uomo legato alla famiglia ed ai propri affetti, come difficilmente si riesce ad intravedere in altri eroi del volante che praticano questo sport entusiasmante, ma anche pericoloso e difficile.
Un individuo che rappresenta la classica aplomb inglese, e per questo molto stimato e rispettato in patria. Non a caso, grazie anche alla vittoria iridata nel 2009, nello stesso anno gli è anche stata conferita da Sua Maestà la Regina la prestigiosa onorificenza di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico “per meriti sportivi”.
Per tutte queste cose, e per altre ancora, la figura fissa di Sir Button nel paddock mancherà a molti, anche se lui proseguirà la sua passione e la sua vita nel mondo delle corse, a discapito dei suoi 36 anni compiuti (e guai a dargli del vecchietto).
Jenson Button: la giovane promessa
Nato a Frome nel 1980, Button è figlio d’arte. Suo padre John (presenza fissa nei box e scomparso due anni fa) era stato a sua volta pilota di rally, indirizzando il figlio alla carriera automobilistica. Le potenzialità di Jenson affiorano sin da subito, e nel corso di tutti gli anni ’90 vince a mani basse il campionato di kart, di Super A (il più giovane di sempre) e la Formula Ford Inglese.
Il nome del giovane britannico rimbalza sui taccuini dei migliori osservatori internazionali, compresi alcuni team di Formula 1. Alla fine del decennio infatti Button svolge alcuni test privati per McLaren e Prost, senza ottenere sbocchi nella massima serie. Nel 1999 però, succede qualcosa. La Williams infatti non rinnova il contratto ad Alex Zanardi, con il bolognese che lascia quindi un sedile libero nel team inglese per la stagione 2000. A contendersi il posto sono due piloti: Jenson Button ed il brasiliano Bruno Junqueira, e nel confronto convince maggiormente proprio Button.
Così facendo l’inglese fa il suo esordio da pilota ufficiale di Formula 1 proprio con l’avvento del terzo millennio, diventando anche uno dei più giovani piloti di sempre ad esordire in Formula 1.
La stagione del debutto si rivela subito una sorpresa: pur chiudendo all’ottavo posto in classifica mondiale, Button conquista 12 punti complessivi, giungendo ad un passo dal podio nel Gran Premio di Germania. Con una stagione tutto sommato positiva, l’inglese viene ceduto in prestito alla Benetton, con la speranza di accumulare più esperienza possibile.
Nel 2001 quindi, l’inglese si trasferisce nel team anglo-italiano di Flavio Briatore, con l’obiettivo di tornare competitivi. La stagione è però fallimentare, complice una vettura scarsamente affidabile ed un team in pesante crisi finanziaria. A salvare la Benetton dal baratro ci pensa la Renault, la quale rileva la scuderia e le fa cambiare il nome in “Renault”, con la casa francese che rientra dunque da un lungo periodo di assenza in qualità di team ufficiale per il 2002.
L’intervento della Renault si fa sentire, tanto che nel 2002 Button sfiora più volte il podio. In Malesia poi, ad un giro dalla fine, l’inglese si fa superare dalla Ferrari di Schumacher, perdendo così l’occasione di conquistare il primo piazzamento a podio in carriera. La sua stagione è comunque positiva, tanto che stabilisce il miglior risultato in campionato con un 7° posto e 14 punti conquistati (all’epoca il sistema di assegnazione dei punti era diverso da quello che conosciamo oggi).
Nonostante le buone prestazioni, Briatore non rinnova la fiducia a Button, preferendo al suo posto un pilota che in futuro avrebbe poi condiviso lo stesso team con Button: Fernando Alonso.
L’era con la BAR
Non avendo più un sedile in Renault, Button firma un accordo con la BAR per il 2003, togliendosi di dosso anche il contratto che lo legava con la Williams dal 2000. La nuova sfida con il team anglo-americano è entusiasmante, ma allo stesso tempo difficile. L’inglese infatti deve confrontarsi con un compagno di squadra scomodo come Jacques Villeneuve, campione del mondo 1997. Contrariamente alla aspettative generali però, e con team ancora lontano da alti livelli di competitività, l’inglese riesce a far meglio del compagno canadese in diverse occasioni. Anche in questa stagione il podio viene sfiorato in varie occasioni, e nel corso del campionato Button è costretto a saltare il Gran Premio di Monaco per riprendersi da un brutto incidente.
Al termine del mondiale migliora ulteriormente il suo punteggio stagionale, con 17 punti conquistati.
Grazie alle sue buone prestazioni, la BAR si presenta nel 2004 come uno degli antagonisti più temuti dalla Ferrari, all’epoca quasi imbattibile. Nella classifica piloti di quell’anno il terzo posto viene conquistato proprio da Jenson Button, primo della lista tra i piloti che non vestono la tuta rossa della Ferrari. L’inglese stavolta sale sul podio, facendolo per ben dieci volte nel corso dell’intera stagione. Il primo piazzamento tra i migliori tre lo ottiene al secondo appuntamento in Malesia, dove giunge terzo. Pur senza vincere, sfiora il primo posto in ben quattro occasioni, classificandosi 2° ad Imola, Monaco, Hockenheim e Shanghai. Con questi risultati Button chiude il mondiale al 3° posto con ben 85 punti.
Nonostante tutte le buone premesse, il 2005 si rivela uno degli anni più difficili per l’inglese. La BAR parte malissimo in campionato, salvo poi ottenere un podio ad Imola proprio con Button. Una successiva indagine della FIA trova delle irregolarità tecniche sulle monoposto di Button e di Takuma Sato, tanto da squalificare il team non solo ad Imola, ma anche in Spagna e a Monaco.
Turbato da una stagione complicata, a metà stagione Button firma per il tornare in Williams, ma l’operazione di mercato salta in seguito all’opposizione della BAR, trattenendo così il pilota. Pur in una stagione complicata, l’inglese sale due volte sul podio in Germania ed in Belgio.
Gli anni in Honda ed il mondiale con la Brawn
La stagione 2006 si apre con una novità. Così come accaduto nel 2002 con la Benetton, la BAR viene acquistata da un altro colosso dell’automobilismo: la Honda. Pur non modificando nulla all’interno della squadra (fatta eccezione per la denominazione), la squadra giapponese vive di alti e bassi vertiginosi. Insieme a tanti ritiri sbucano anche prestazioni molto positive, alcune addirittura vincenti. E quello che accade a Button nel Gran Premio d’Ungheria rientra tra queste. L’inglese infatti, approfittando di un passo falso della Ferrari e della Renault, balza in testa alla corsa e si porta a casa la prima vittoria in carriera. Il successo del 2006 resterà il primo e l’ultimo di Button nei suoi anni in Honda. Pur militando con il team nipponico fino al 2008, l’inglese non riuscirà non solo a conquistare una vittoria, ma anche a salire sul podio.
Nel 2009 però si consuma una delle pagine più sorprendenti e contestate dell’intera storia della Formula 1. Per la terza volta in carriera, Button è protagonista passivo di un cambio di proprietà del team per il quale corre. Ross Brawn, l’ex team manager della Ferrari, tenta la ribalta da costruttore, acquistando il team Honda. La scuderia cambia nome in Brawn GP, mantenendo la coppia di piloti costituita da Button e Barrichello. Nel 2009 si verifica anche un cambio di regolamenti in Formula 1, molto contestati dai top team per la scarsa chiarezza. Ad intuire con successo il nuovo regolamento è proprio Brawn, che per il 2009 indovina una monoposto quasi perfetta. Nelle prime sette gare della stagione, Button coglie ben sei successi. Grazie a questo filotto di risultati, arricchito da altri piazzamenti a punti nel resto della stagione, Jenson Button si laurea incredibilmente ed inaspettatamente campione del mondo di quell’anno, consentendo al suo team di posizionarsi in testa anche nel campionato costruttori. Il successo è tanto sorprendente quanto breve. Nel 2010 infatti il team cessa di esistere, ed il campione del mondo in carica firma un nuovo e definitivo contratto con la McLaren.
Dai sorrisi alle delusioni: le sfide in McLaren
Dopo aver svolto i test ad inizio carriera, Jenson Button fa il suo ritorno in McLaren nel 2010 non solo da pilota ufficiale, ma anche da campione del mondo in carica. Anche in questa occasione però, la convivenza nel team non è affatto facile. L’inglese deve infatti difendere il titolo iridato non solo dagli attacchi della Red Bull di Sebastian Vettel, ma anche da quelli del proprio compagno di squadra: il temibile connazionale Lewis Hamilton.
Pur non essendo facile, il confronto interno al team non fa sfigurare minimamente Button, che nella sola stagione 2010 vince in Australia ed in Cina, conquistando altrettanti podi ma perdendo il titolo di campione a favore di una Red Bull quasi imbattibile.
Nel 2012 l’inglese si ripresenta più determinato che mai, con una splendida e sofferta vittoria in Canada alla quale si aggiungono le vittorie ottenute in Ungheria ed in Giappone, paese, quello nipponico, a cui Button è molto legato anche per via del matrimonio con la modella nipponica Jessica Mishibata (con la quale si separa però nel 2015).
I risultati ottenuti nel 2011 fanno risalire Button tra i primi tre della classifica mondiale, con ben 270 punti conquistati.
Nel 2012 Button chiude al 5° posto nella classifica iridata, ma ottiene ben tre vittorie in Australia, Belgio e Brasile. Il successo di Interlagos, ottenuto in occasione dell’ultima gara stagionale, sancisce la 15° ed ultima vittoria di Button in carriera.
Nel 2013 infatti, pur trovandosi in squadra un avversario meno ostico come Sergio Perez, Button non riesce nemmeno a salire sul podio.
L’occasione per potersi rifare arriva nel 2014, anno che sancisce l’inizio dell’era ibrida in Formula 1 ed il ritorno della motorizzazione Honda per il team McLaren. Il binomio storico e vincente negli anni ’80 e ’90 risulterà solo un lontano parente della nuova collaborazione tra McLaren ed Honda. Nella prima gara del 2014 però, in occasione del primo e delicatissimo gran premio con le power unit in Australia, Button sale sul terzo gradino del podio. Il piccolo successo di Melbourne sarà il 50° ed ultimo podio di Button in Formula 1. Da quel risultato in poi, la McLaren entra in uno dei periodi più fallimentari della sua storia, con Button che sarà protagonista, suo malgrado, delle stagioni più complicate di sempre tra il 2014 ed il 2016.