
L’avevamo attesa. A lungo, assetati dopo una traversata nel deserto, fiaccati da un campionato nervoso più che avvincente, fra incidenti di gara – pochi, spettacolari e privi di conseguenze, vivaddio – e incidenti regolamentari – eccessivi o troppo lievi, senza via di mezzo – trascinandoci nell’attesa di un colpo del ko che non avviene mai ed è stato rimandato all’ultima gara. Alla fine è arrivata, la pioggia. Dissetati da una gara che finalmente ha restituito emozioni a questo sport fiaccato da un tecnicismo arido e da una sovraesposizione di regole sterili, finalmente ci sediamo e riflettiamo. Ma cosa abbiamo visto, ieri sera, mentre la furia di Giove Pluvio si vendicava del Paese del Sole e del Samba?
Una spaventosa contraddizione, innanzitutto: il motorsport è pericoloso, sissignore, però lodevoli sforzi sono stati fatti affinché la sua massima espressione, la Formula Uno, diventasse meno rischiosa; però a Interlagos, ieri sera, le gomme da bagnato estremo erano meno affidabili delle mie gomme invernali vecchie di quattro anni e tanti, troppi piloti segnalavano di non trovare differenza con le intermedie. Clamorosa, in questa chiave di lettura, la protesta di Grosjean, polemicamente impastatosi durante il giro di schieramento per manifestare la sua insufficiente soddisfazione verso le italiche coperture versione full wet. Una … sicurezza, davvero.
Del resto, la deriva aerodinamica delle attuali monoposto, se, per un verso, è affascinante, dall’altro rende minimo il delta di variazione degli assetti fra asciutto e bagnato, dove, una volta, neanche troppo tempo fa, si poteva fare la differenza per rendere una monoposto più efficiente, quindi più spettacolare, e più affidabile, quindi più sicura. Una volta erano possibili aggiustamenti, test, modifiche; oggi, salvo disastri, fra il sabato e la domenica si passeggia al parco. Sì, al parco chiuso.
E poi è scesa la pioggia, dicevamo, copiosa e democratica. È scesa sui professionisti del bagnato e sui personaggi da Mediocrity Award, è scesa sulla pitlane al giro 49, come se il cielo di Interlagos stesse, anche lui, commosso, salutando Felipe Massa: obrigado, figlio mio! Così noi siamo passati dalla sottile linea rossa che separa una gara entusiasmante da una gara estenuante alla invadente bandiera rossa che separa una direzione gara in crisi permanente di stabilità da piloti sull’orlo di una crisi di nervi. Armiamoci e partite. Anzi no, fra un po’. Che dico, subito. Piove troppo. Ma anche no. Fermate la gara. Fateci correre. Ma fate un po’ come vi pare, cioè come al solito.
Mentre i giri si avvicendavano lenti e singhiozzanti come a una campestre invernale, un esemplare di cocciuto, sfrontato, villano e talentuoso animale da pista ha, all’improvviso, scelto di percorrere una pista diversa da quella che percorrevano gli altri e ha dato un senso a tutto quello sciabordare. Max Verstappen passava dove gli altri non passavano e proseguiva dove gli altri si giravano. Abilità, certo, una molto ben bilanciata monoposto, la migliore del lotto, superiore forse anche all’imbattibile panzer di Stoccarda, e fortuna, diciamolo, una gran fortuna. Quella che aiuta gli audaci. Ben fatto.
E poi, dopo il diluvio in pista, è arrivato il diluvio di opinioni. Di paragoni, soprattutto. Ecco il nuovo Senna! Ecco il nuovo Schumacher!
Io, sarò provinciale, ma la penso così: se fossi Max non vorrei essere semplicemente un nuovo qualcun altro ma vorrei essere pienamente me stesso, cioè qualcosa di veramente diverso e nuovo e non la riedizione speculare di qualcosa di già visto e vissuto, benché bellissimo. E direi che lui è già su quella strada.
È Monaco ’84! È Barcellona 96! Meravigliose suggestioni ma niente di più. Perché io guardo la Red Bull numero 33 e mi chiedo dove sarebbe stato Verstappen a bordo di una Toro Rosso o di una Force India, monoposto meno brillanti sotto tutti i punti di vista. Mi chiedo quali sorpassi azzardati e quali giri veloci avrebbe segnato su una modesta Toleman sponsorizzata da un’azienda di frigoriferi o su una Ferrari modello Lamborghini – nel senso di trattore. Perché, miei cari amici, dove finisce la monoposto inizia l’uomo, il pilota, per cui se è pur vero che Verstappen ha riportato, per qualche ora, l’uomo al centro della Formula Uno, come chiosava Pino Allievi, lo ha fatto a bordo di una magnifica Red Bull.
I Senna e gli Schumacher lo facevano a bordo di qualunque cosa.
Ecco. L’ho detto. Tanto tuonò che piovve.
P.s.: a proposito di nuovi Senna, avete saputo che Hamilton ha vinto l’ennesima gara, sì?