
Il campionato è morto, evviva il campionato!
Forse era scritto nelle pieghe di questa stagione che ce l’ha messa tutta, almeno all’inizio, per farci credere che ci sarebbe stato spazio anche per qualcun altro che non fossero loro, gli araldi della supremazia teutonica. Invece le Frecce d’Argento hanno ammazzato il campionato, di nuovo, questa volta con ancora più fragore, perché sono riuscite a farlo anche con quell’altro.
Il campione e quell’altro, così eravamo abituati a sentire apostrofare i due della Mercedes, laddove Lewis Hamilton era designato come il predestinato, colui al quale la rosea Dea della Velocità aveva donato la sua benedizione alla nascita, quello talentuoso, sopra le righe, il personaggio di cui questa Formula Uno agonizzante avrebbe avuto bisogno per attrarre e distrarre un pubblico giovane; quell’altro, Nico Rosberg, era il privilegiato, quello messo nel posto giusto perché figlio di pilota campione del mondo, quello costante, disciplinato, il ragazzo della porta accanto che piace alle figlie, alle mamme, alle zie e alle nonne. In un dualismo alimentato dalla forzata condivisione dello stesso box ma con una ripartizione degli allori decisamente sbilanciata a favore dell’Inglese, dualismo invocato per dare qualcosa in più in pasto al pubblico e che ha scomodato paragoni da veri iconoclasti – a parere di chi scrive – con quelli di altre grandi coppie del passato – come Senna e Prost o Lauda e Hunt – questa volta, al terzo tentativo, l’ha spuntata lui, Nico Rosberg. Il re è morto, evviva il re!
Eppure un interrogativo serpeggia da diverse gare, quando era ormai intuibile che il convoglio dell’iride aveva imboccato lo scambio che portava dritto alla stazione tedesca: Nico Rosberg è davvero un campione del mondo? Sì, lo è: Nico Rosberg ha meritato la vittoria.
Non emoziona, non ha talento come Hamilton. Il talento non è unico, ha molte forme: è un talento spingere al limite la vettura senza oltrepassarlo, saperla comprendere e massimizzare il frutto del lavoro di squadra, talento che Rosberg possiede.
Ha avuto fortuna con i guasti, al contrario di Hamilton che ha subito molti più inconvenienti. Gli stessi che Rosberg ha subito nel 2014 e nel 2015 quando i due lottavano ancora alla pari.
Non è un personaggio, ha poca personalità. Se personalità significa essere indisponente con stampa, colleghi e team oppure voler farsi notare a tutti i costi con atteggiamenti appariscenti, beh, allora d’accordo. Quanto al non essere personaggio, guardate come Nico Rosberg ha ammansito la folla di Monza e impeditevi di esclamare oh ma che grande!
Ha vinto perché guidava la macchina migliore, altrimenti … Altrimenti la Peraltada, Piquet che sorpassa Senna in derapata, Digione ’79, Montoya che fa il record della pista sul vecchio Hockenheim e Schumacher che si regolava gli assetti da solo. Levatevi dalla testa le immagini romantiche della Formula Uno che fu, anche recente: puoi avere un ego che rivaleggia con l’attrazione gravitazionale del Sole, essere il figlio della Velocità o un artista della messa a punto ma, oggi, se non guidi la monoposto che sta costantemente davanti a tutte le altre, non solo non diventerai mai campione del mondo, ma, al massimo, potrai competere per il titolo di minchione del mondo – e se dovessimo giudicare dalle partenze e dalle strategie, Ferrari ed Hamilton si litigherebbero quel disonorevole alloro. Guardate il formidabile, geniale Alonso, guardate il rapace, motivatissimo Vettel: cosa tocca a loro, su monoposto inferiori, se non spartirsi le briciole di un giro veloce a fine gran premio o una vetta al venerdì? Per cui ok, siete dei campioni di indubbio valore, ma sulla monoposto giusta ha vinto Nico. Battendo Lewis, che poteva annichilirlo.
Benvenuto, allora, Nico Rosberg, campione garbato, poliglotta, devoto. Secondo, dopo Damon Hill, a conquistare l’alloro iridato come il padre: Keke Rosberg, che si batté contro grandi avversari – non solo l’indimenticabile Villeneuve, ma anche Watson, Piquet, Prost – e la spuntò con una sola vittoria in stagione.
Destino, predestinazione. Talento, merito.
Il campionato è morto, evviva il campionato.