
Siamo abituati a parlare di immortali, qui, su questa pagine. Immortali al volante, vati della velocità, personaggi eccezionali delle cui imprese ci siamo innamorati, da piccoli, e che sentiamo parte della nostra vita perché qualche volta li abbiamo visti da dietro un recinto girare in pista oppure siamo riusciti a strappar loro un sorriso, un autografo. Molto più spesso, abbiamo goduto della luce riflessa dell’immortalità degli eroi della Formula Uno perché ne abbiamo vissuto le gesta da un apparecchio televisivo o da una radio, perché qualcuno ce le faceva vedere e ce le raccontava quando non era possibile. Qualcuno che è diventato parte delle nostre vite, delle nostre famiglie, come un vecchio amico. Qualcuno la cui voce è un pezzettino di quella stessa immortalità che raccontava. Qualcuno come Mario Poltronieri.
Da ieri sera al mio lungo elenco di rimpianti personali si aggiunge una voce: non essere riuscita a conoscerlo, nemmeno per via “mediata” dai vari social media. Eh sì, perché Mario Poltronieri conosceva e usava i social network – aveva account su Twitter a Facebook – ne aveva capito il potenziale e non si era lasciato intimidire “dall’Internet e dalle sue cose” come tanti nati all’epoca delle macchine da scrivere e della carta carbone. Mario Poltronieri era una di quelle persone che guardavano sempre avanti, proiettate verso il futuro; è vero, aveva vissuto l’epopea degli anni d’oro della Formula Uno e contribuito a farla tale con le sue telecronache, ma non si era trincerato dietro la nostalgia. Continuava a essere presente, a raccontare, a suo modo, il presente.
Oggi è un giorno triste perché abbiamo perso per sempre qualcosa. No, non le memorie dei tempi che furono, perché grazie alla voce di Mario Poltronieri, che rivive nelle migliaia di registrazioni audio e video delle sue telecronache, quelle memorie non andranno perdute. Oggi abbiamo perso un narratore. Uno di quelli che sapeva essere un ponte fra chi stava da un lato del teleschermo e chi stava dall’altro. Un professionista che sapeva come raccontare. Sottolineando le azioni più significative, selezionando i gesti degni di nota e alle volte anche … inventando i dettagli, come accadeva quando i potenti mezzi della televisione di Stato mettevano a disposizione solo stanzette senza finestre con monitor in bianco e nero, per raccontare di gare tumultuose fra monoposto multicolore. Mario Poltronieri raccontava senza mai sovrapporre se stesso al racconto, senza permettere alla propria personalità di sconfinare e offuscare i fatti con vuoti sfoggi di parole. Abbiamo perso qualcosa di inestimabile e, forse, irripetibile: un’arte di fare cronaca che non solo informava, ma anche educava lo spettatore. A distinguere i fatti dalle opinioni, a riconoscere e ad apprezzare uno stile. Perché un racconto non vive soltanto nei fatti in sé, ma anche e soprattutto nelle parole che vengono scelte per divulgarlo.
I narratori di sport sono considerati figli di un Dio minore, gente che ha scelto di raccontare cose “futili” come un Gran Premio invece che un importante fatto di cronaca o una guerra. Quel che fa parte della nostra vita di spettatori non sono, però, i grandi eventi mondiali, che spesso ci passano accanto senza sfiorarci, piuttosto sono le piccole cose che ci lasciano segni indelebili perché legate a ricordi personali, rituali domestici come le domeniche in famiglia, le domeniche di Gran Premio. Quelle che passavamo assieme a Mario Poltronieri.
Mario Poltronieri oggi siede fra gli immortali che ha contribuito a rendere tali, facendoli diventare parte dei nostri ricordi più cari. Tardivo – e forse utile più a chi scrive che ad altro – ti giunga l’apprezzamento per aver rappresentato con onore chi sceglie di stare da una parte del teleschermo, quella dalla quale può affacciarsi in milioni di case, senza mai dimenticare come si stava dall’altra.