
Il 10 febbraio è la data che consegna alla storia dell’Italia il “Giorno del Ricordo”. Istituito ufficialmente nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre, esso rappresenta il ricordo di uno dei massacri più gravi, dolorosi e strazianti della nostra storia avvenuto a danno di migliaia di italiani da parte delle milizie appartenenti all’ex Jugoslavia di Tito.
Ancora oggi le testimonianze ed i racconti di coloro che si sono salvati dalle pulizie etniche, non possono cancellare un ricordo così doloroso, nonostante siano passati molti anni da allora (il 10 febbraio 1947 venne infatti firmato il Trattato di Pace che consegnò l’Istria e gran parte del Venezia Giulia alla Jugoslavia).
Anche il mondo dello sport italiano partecipa a questa giornata, insieme ai suoi tanti atleti che riuscirono a salvarsi da quelle circostanze terribili e disumane, trovando una nuova speranza in territori diversi da quelli d’origine.
Tra questi, c’è un uomo che ha saputo far parlare di sé per i grandi successi ottenuti in Formula 1 ed in varie categorie automobilistiche: Mario Andretti.
In occasione del Giorno del Ricordo, ripercorriamo la splendida avventura di “Piedone”, tra le sofferenze di un profugo istriano e la gloria ottenuta sulle piste di tutto il mondo.
Dall’Italia agli Stati Uniti
Mario Andretti è cittadino statunitense dal 1964, ma le sue origini e la sua infanzia risalgono all’Italia martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale. Nato a Montona il 28 febbraio 1940, la sua infanzia è inevitabilmente segnata dal grande esodo degli istriani, i quali lasciano le proprie terre per non cadere nell’orrore delle foibe. E’ infatti ancora un bambino quando la sua famiglia decide di abbandonare Montona, stabilendosi nel campo profughi di Lucca, quest’ultimo meta di moltissimi suoi conterranei. Fu proprio in Toscana che Andretti iniziò ad avvicinarsi al mondo delle corse e dell’automobilistico, lavorando in un’officina situata nella città che lo aveva accolto. In ogni caso, la permanenza della sua famiglia fu piuttosto breve, dato che nel 1955 si trasferì definitivamente negli Stati Uniti, e più precisamente a Nazareth (Pennsylvania).
L’America segna un momento decisivo per la vita e per la carriera di pilota di Mario. La sua nuova terra gli permette di credere nei suoi sogni e di sperare in una vita comunque migliore rispetto a quella vissuta in Italia.
I successi nelle categorie americane ed il salto in F1
Coltivando la sua passione per l’automobilismo sportivo, Andretti inizia a gareggiare nei campionati minori americani a partire dagli anni ’60. In questo decennio, l’italo-americano vince a ripetizione ovunque, imponendosi addirittura nella 12 Ore di Sebring 1967 (successo che ripeterà altre due volte nel 1970 e nel 1972) e nella prestigiosa 500 Miglia di Indianapolis del 1969.
I tempi sono ormai maturi per il definitivo salto nella classe regina delle competizioni a ruote scoperte: la Formula 1.
Dopo qualche apparizione senza acuti nel biennio 1968/69 al volante di una Lotus, Andretti passa alla March nel 1970. Anche se le sue partecipazioni ai gran premi saranno soltanto cinque (a causa dei vari impegni in altri campionati), coglie un incredibile podio nel Gran Premio di Spagna, giungendo 3° al traguardo.
Il rendimento sempre più convincente di Andretti in tutti i campionati ai quali prende parte convince anche Enzo Ferrari. Il “Drake”, che con l’italo-americano aggiunge in bacheca la 12 Ore di Sebring, promuove lo stesso Andretti anche nel proprio team di Formula 1 per il 1971. Come se non bastasse, l’incredibile talento di “Piedone” emerge subito dalla prima gara in calendario, con una vittoria ottenuta nel Gran Premio del Sudafrica. Anche se questo sarà l’unico successo dell’istriano al volante di una Ferrari in Formula 1, Andretti contribuirà al raggiungimento di prestigiose vittorie nella 6 Ore di Daytona, nella 1000 Km di Brands Hatch, nella 6 Ore di Watkins Glen, ed ancora una volta nella 12 Ore di Sebring. Obiettivi tutti raggiunti nel glorioso 1972.
Dal periodo “nero” in Parnelli al nero vittorioso della Lotus
Al termine del 1972, il rapporto tra la Scuderia Ferrari e Mario Andretti si conclude con un divorzio. In assenza di un sedile libero per il 1973, l’italo-americano è costretto a seguire quel campionato dalla televisione. L’occasione per tornare in Formula 1 si concretizza però l’anno seguente, nel 1974. Ad offrirgli un volante è il neonato team americano Parnelli, che però fa il suo esordio nella parte conclusiva del mondiale. La vettura quindi non si rivela competitiva, con Andretti che sfiora però il podio in diverse occasione nel 1975. Le prestazioni del pilota istriano attirano l’attenzione di Colin Chapman, che per il 1976 gli offre un contratto per poter tornare a gareggiare con la sua Lotus.
Così facendo, “Piedone” torna con il team inglese nel 1976, partecipando per la prima volta ad un intero campionato di Formula 1. In occasione dell’ultima gara della stagione, Andretti (dopo aver ottenuto due podi) si aggiudica il Gran Premio del Giappone.
L’era d’oro ed il titolo mondiale
Nel 1977 la Lotus presenta una vettura che farà da apripista ad una delle auto più vincenti della storia della Formula 1. In quell’anno infatti, Andretti vince quattro gare ed ottiene cinque podi totali, ma la competitività della sua Lotus non può ancora nulla contro la Ferrari di Niki Lauda, ormai ristabilitosi dal terribile incidente dell’anno prima.
Ad ogni modo, i tecnici della Lotus sono ormai pronti per svelare al mondo una soluzione aerodinamica che non lascerà scampo ai propri avversari: nel 1978 infatti, fa la propria apparizione l’effetto suolo.
Con questa invenzione aerodinamica e tecnica, le Lotus di Andretti e dello svedese Ronnie Peterson si trasformano in due bolidi incontrastabili.
La lotta per il titolo mondiale è riservata solo a loro due. Alla vigilia del Gran Premio d’Italia, l’italo-americano si presenta con sette podi e sei vittorie, e con la grande occasione di poter chiudere definitivamente il discorso del campionato. Alla partenza della gara di Monza si scatena una paurosa carambola, nella quale rimane coinvolto proprio il compagno di squadra Peterson. Anche se ferito, in un primo momento le condizioni fisiche dello svedese non destano particolari preoccupazioni, ma è comunque necessario un ricovero in ospedale a Milano. Più tardi, grazie alla ripartenza, Andretti taglia il traguardo al 6° posto, ma è quanto basta per laurearsi campione del mondo per la prima ed unica volta in carriera. Ma mentre il destino sorride a “Piedone”, lo stesso non si può dire per Peterson. Lo svedese infatti muore tragicamente in sala operatoria durante un intervento chirurgico.
Il declino
La vittoria nel Gran Premio d’Olanda 1978 rappresenta anche l’ultimo successo di Mario Andretti in Formula 1. Negli anni successivi infatti, la Lotus non è più la macchina potente e temuta come quella dell’anno d’oro di Andretti, ed i risultati cominciano a scarseggiare pesantemente. Tra il 1979 ed il 1980, lo statunitense conquista un solo podio in Spagna. Troppo poco per poter definirsi competitivi. E così, al termine del 1980, Andretti saluta definitivamente la Lotus per cercare maggior fortuna ancora una volta in Italia, questa volta sulla sponda milanese dell’Alfa Romeo. Anche in questo caso, “Piedone” non va oltre un 4° posto ottenuto nella gara d’esordio, decidendo così di lasciar perdere con la Formula 1.
In realtà c’è ancora tempo per il gran finale. Nel 1982 infatti, dopo una sola partecipazione al volante della Williams, viene chiamato nuovamente dalla Ferrari per sostituire l’infortunato Didier Pironi nelle ultime due gare della stagione. A Monza, di fronte al proprio pubblico, conquista una clamorosa pole position, dimostrando di essere ancora in grande forma. In gara giungerà poi 3° al traguardo, ottenendo il suo ultimo podio in carriera e ritirandosi definitivamente al termine dell’ultima gara in campionato a Las Vegas. Con l’exploit di Monza, Andretti contribuì non poco alla conquista del titolo costruttori della Ferrari.
Andretti “l’indistruttibile”
Terminata la carriera in Formula 1, Andretti proseguì comunque la sua avventura in America ed in altre gare di valore. Da buon americano, continuò la sua avventura nel campionato CART, vincendolo nel 1984 e restandoci fino al 1994! Nel 1995 decise di dire “basta” alle monoposto a ruote scoperte, ma non rinunciò a grandi eventi come la 24 Ore di Le Mans, vinta per giunta proprio in quell’anno. Le partecipazioni di Andretti nella famosa gara di durata francese dureranno fino al 2000, chiudendo una gloriosa ed interminabile carriera durata 897 gare.
Nel 2003, quando spegne le 63 candeline, tenta addirittura un clamoroso quanto incredibile ritorno per la 500 Miglia di Indianapolis di quella stagione, ma un incidente occorso nelle prove private lo costringe a cambiare idea. Oggi, a quasi 77 anni, è ancora impegnato a compiere qualche giro sull’ovale di Indianapolis in una vettura biposto, utilizzata per far provare le emozioni della velocità a comuni “passeggeri”.
Inoltre, nel 2012, ha compiuto qualche giro sul circuito di Austin a bordo della sua amata Lotus, con la quale vinse il titolo nel 1978.
Padre dell’ex pilota di Formula 1 Michael Andretti e nonno dell’attuale pilota IndyCar Marco Andretti, oggi “Piedone” si dedica alle carriere dei propri cari, senza mai rinunciare all’amore incondizionato verso l’automobilismo.
Inserito con ampio merito nell’Automotive Hall of Fame nel 2005, Mario Andretti non ha mai dimenticato le sue origini, conservando sempre un affetto particolare nei confronti dell’Italia e degli italiani.
Non a caso, nel 2006 venne nominato Commendatore della Repubblica Italiana, mentre l’anno successivo venne nominato sindaco del comune libero di Montona.
Una storia tutta ricca di emozioni, di un istriano fuggito dagli orrori delle foibe per scalare la vetta del mondo. Tutto questo è rappresentato da una sola persona: l’indistruttibile Mario Andretti.
Gran Premi disputati: 128 24 Ore di Le Mans: 1 (1995)
Vittorie: 12
Podi: 19
Pole position: 18
Giri veloci: 10
Punti conquistati: 180
Titoli mondiali: 1 (1978)Vittorie in altre categorie
Campionati USAC (American Open-Wheel): 3 (1965, 1966, 1969)
Campionati CART (IndyCar): 1 (1984)
500 Miglia di Indianapolis: 1 (1969)
Daytona 500 (Nascar): 1 (1967)
12 Ore di Sebring: 3 (1967, 1970, 1972)
6 Ore di Daytona: 1 (1972)
1000 Km di Brands Hatch: 1 (1972)
6 Ore di Watkins Glen: 1 (1972)
1000 Km di Monza: 1 (1974)
International Race of Champions: 1 (1979)
Campionato US Midget: 1 (1964)