
Il Gran Premio di Cina è ormai una realtà vicina, da assaporare e vivere già a partire da questo venerdì. Per i ferraristi però, oltre alla volontà di assistere ad una conferma dopo la splendida vittoria di Melbourne, la Cina rappresenta anche qualcos’altro. Un sentimento di nostalgia romantica che si mischia inevitabilmente ad una grigia malinconia, un po’ come il colore del cielo che spesso copre Shanghai.
Perché proprio su questo circuito, a quasi undici anni di distanza (all’epoca si correva nella seconda metà della stagione, diversamente dagli ultimi campioni), andava in scena l’ultima vittoria di una carriera straordinaria, e per certi aspetti inarrivabile: quella di Michael Schumacher.
Sì, perché nessun altro è riuscito ad emozionare i tifosi della rossa come invece ha fatto lui. Quando arrivò a Maranello nel 1996, con alle spalle due titoli mondiali vinti con la Benetton, in molti credevano che l’ingaggio miliardario di Schumi fosse, senza essere blasfemi, l’arrivo del tanto atteso “Messia”. La concretizzazione dei sogni, la promessa fatta a uomo per riportare ai vertici della piramide automobilistica una Ferrari che, proprio in quei tormentati anni ’90, rischiava la discesa negli inferi sportivi ed economici.
Ed infatti, seppur tra mille difficoltà, quel 1996 fu l’inizio di una rimonta, di una rinascita e di una storia tra le più entusiasmanti che la Formula 1 abbia mai vissuto, figuriamoci in quel di Maranello.
Con Schumacher al volante, e con uomini di assoluto valore nella Gestione Sportiva, la Ferrari ha compiuto il miracolo: ben sei titoli mondiali costruttori consecutivi vinti tra il 1999 ed il 2004, e cinque titoli iridati conquistati dal tedesco tra il 2000 ed il 2004.
Fu lui, il “Kaiser”, a far tornare una corona d’alloro nella bacheca ferrarista dopo 21 anni di digiuno, cancellando per sempre il ruolo involontariamente scomodo affidato a Jody Scheckter, che fino all’8 ottobre 2000 era stato l’ultimo alfiere del “Cavallino Rampante” ad essersi aggiudicato un mondiale piloti. Ventun’anni possono essere pochi nella vita di una persona, ma quando questi rappresentano un digiuno sportivo, specialmente quando ti chiami “Ferrari”, possono diventare un ingombrante eternità.
La rossa più amata dagli italiani, e forse anche dall’intero resto del mondo, ha quindi vissuto momenti di sconforto, di crisi, ma anche di gioia e di grandissimi successi. Pur rispettando tutti i campioni che si sono seduti al volante della monoposto emiliana, non c’è alcun dubbio che l’era di Schumacher sia stata quella più brillante, trionfante e ricca di successi in tutti i settant’anni di storia ferrarista.
I grandi sogni e le favole sportive non possono comunque durare in eterno. La pista è talmente magica quando incredibilmente crudele, e come tutte le cose nella vita si deve affrontare il momento dell’arrivederci, anche se fa male.
Nel caso di Schumacher, il giorno dell’addio puramente agonistico dalla Ferrari si presenta puntuale nel Gran Premio del Brasile 2006, ultimo appuntamento della stagione e, soprattutto, ultima gara del tedesco con la rossa di Maranello. Ad Interlagos la Renault di Fernando Alonso vince la gara ed il titolo mondiale, ma nel dopo-gara accade qualcosa di unico: Schumacher infatti, che fino all’ultimo poteva ancora lottare per il titolo, viene completamente stretto dall’abbraccio immaginario di tutto il mondo.
Un pianeta intero che lo saluta con il più caldo e commosso dei tributi, perché proprio in quegli attimi si rende conto che la leggenda di Schumy è praticamente finita. Il più grande campione (per molti) che la Formula 1 abbia mai conosciuto deposita l’elmo del guerriero, il suo casco, per non indossarlo mai più. L’ultimo capitolo della sua carriera è talmente epico che in molti si scordano di festeggiare il nuovo campione del mondo, Alonso appunto, e che tutti i giornali e telegiornali tedeschi mettono in prima pagina il ritiro di Schumacher, declassando per un giorno anche le notizie riguardanti un altro illustre tedesco di quegli anni: Joseph Ratzinger, meglio noto come Papa Benedetto XVI.
Poco importa se la vittoria non arrivò quel giorno (con Schumacher 4° al termine di una gara spettacolare), e poco importa se l’appuntamento con l’ottavo titolo mondiale (!) non si concretizzò, e addirittura poco conta se nel 2010 tornò ancora una volta nel grande Circus, stavolta con la Mercedes, per allungare una carriera già mitica di suo, ma avara di successi dal 2010 al 2012.
Quel che ha più valore è l’essere entrato nel cuore di ogni ferrarista, che ancora oggi lo ringrazia per il sogno vissuto insieme ogni domenica.
Ognuno ha un idolo nel suo cuore, ma per la fredda statistica si potrebbe dire che Michael Schumacher è stato il più grande di tutti. La maggior parte dei record in Formula 1 portano la sua firma, compresa quella stampata sul primato di maggior numero di vittorie conquistate: 91!
Sì, 91! Un record vicinissimo alle tre cifre, e che non toccò quota 100 solo a causa di gare sfortunate o di ritiri dovuti ad un raro momento d’inaffidabilità della sua Ferrari.
Il giorno in cui il tedesco decise, suo malgrado, di salire per l’ultima volta sul gradino più alto del podio avvenne il 1° ottobre 2006. Una domenica come tante altre, con l’Italia intera che si alza al mattino per seguire il Gran Premio di Cina, consapevole di assistere alle ultime gare di Schumacher, conscia di spingere più che mai il proprio beniamino a sconfiggere il nemico: Fernando Alonso.
L’impresa non è facile: lo spagnolo conquista la pole position, lasciandosi alle spalle proprio il tedesco, che conquista comunque la prima fila. Shanghai, inoltre, è uno dei circuiti più indigesti da Schumacher. Nel 2004, anno in cui si svolge il primo gran premio in Cina, è vittima di un testacoda in qualifica che lo costringe a partire dall’ultimo posto. In gara si classificherà solo 12°. Andrà ancor peggio nel 2005, quando non raggiunse nemmeno il traguardo a causa di un altro rarissimo testacoda.
Il riscatto avverrà solo nel 2006, superando il rivale Alonso con una bellissima manovra all’interno della prima curva. Una leadership conquistata così, e che rimarrà sua fino al traguardo.
Nessuno ancora può saperlo, ma l’immagine di Schumacher che passa sotto il muretto box con il pugno alzato resterà l’ultima, indelebile foto capace di ritrarre la gioia della vittoria. La 91° ed ultima di una carriera straordinaria, l’ultima di una favola irripetibile con la Ferrari.
Da undici anni a questa parte restano solo ricordi ancora vivi nel nostro cuore, ma sbiaditi nella nostra memoria dal passare del tempo e dalla nostalgia, grigia il destino crudele capitato proprio a Schumacher e come il cielo di Shanghai.