
Domenica 27 novembre 2017: una data che si avvicina sempre più, e che segnerà un appuntamento cruciale per la Formula 1. Ad Abu Dhabi si correrà infatti l’ultimo gran premio di questo campionato, già deciso sia nella categoria piloti che costruttori. Ma non solo.
Il caldo tardo pomeriggio degli Emirati Arabi farà tramontare il sole sulla stagione, sulla carriera di un pilota come Felipe Massa, e su uno dei binomi più fallimentari che la storia di questo sport abbia mai conosciuto: quello tra la McLaren e la Honda.
Un tempo sinonimo di vittorie e di conquiste a ripetizione di titoli mondiali, il matrimonio tra il team inglese e la casa motoristica nipponica terminerà ufficialmente all’esposizione della bandiera a scacchi, poggiando una pietra definitiva su un rapporto burrascoso, contestatissimo, e per certi aspetti anche sportivamente vergognoso.
Le righe appena scritte non sono frutto di una considerazione personale, ma sono un puro dato di fatto. Tre lunghissime stagioni costellate di delusioni, ritiri e totale inaffidabilità tecnica che hanno fatto sprofondare uno dei team più titolati ed avanzati di sempre in fondo alla classifica, a lottare al pari di scuderie afflitte da difficoltà economiche.
Un capitolo oscuro per la storia della McLaren (mai così in basso da quando è in Formula 1), per la credibilità dei propulsori giapponesi, ed anche per la carriera di un pilota già campione del mondo come Fernando Alonso, l’emblema più evidente e significativo di una dèbacle sportiva quasi senza precedenti. Una storia, che per quanto possa essere paragonabile ad un “horror” a quattro ruote, vale la pena di esser rivissuta. Con la speranza che simili risultati non si ripetano con la nuova motorizzazione Renault (e che la Honda non riesca a peggiorare la situazione nel 2018 in Toro Rosso). Ne potrebbe scaturire una crisi di nervi per Alonso.
Si scherza, certo. Ma è meglio non prendere l’abitudine delle batoste.
2015: l’anno della svolta
Il 2015, secondo anno dell’era delle power unit, si preannunciò come una delle pre-stagioni più interessanti di sempre. Al centro del mercato piloti si verificano infatti operazioni di grande valore: su tutte l’addio di Fernando Alonso dalla Ferrari. Lo spagnolo, stanco dei risultati poco felici con il “cavallino rampante”, decise infatti di lasciare Maranello (che nel frattempo prese Vettel e rivoluzionò anche l’assetto societario e del gruppo sportivo) per sposare una causa molto invitante:
a ventitré anni di distanza dai gloriosi successi ottenuti con la motorizzazione Honda, il marchio giapponese strinse un accordo per la fornitura di power unit con la McLaren, la quale abbandonò la partnership con la Mercedes. Disponendo di un buon telaio, e tornando a fare affidamento su motori storicamente vincenti come quelli della Honda, Alonso accettò l’offerta della McLaren, firmando dunque il contratto che prevedeva la sua permanenza a Woking per tre stagioni.
Così facendo, la McLaren poté finalmente inserirsi nella lotta al titolo. O almeno, queste erano le convinzioni.
Il riscontro nei primi test invernali fu, clamorosamente, a dir poco disastroso. La vettura segnalò subito gravi problemi tecnici, legati principalmente al malfunzionamento dei motori. In diversi casi, addirittura, la McLaren non riuscì nemmeno a scendere in pista per le sessioni cronometrate. Come se non bastasse, lo stesso Alonso fu vittima di un incidente stranissimo, mai del tutto chiarito ancora oggi. Lo spagnolo finì addirittura in ospedale, pur non destando gravi preoccupazioni, ma la riabilitazione lo costrinse a saltare l’esordio ufficiale con la McLaren in Australia. Rientrato regolarmente in Malesia, l’incubo di Alonso in McLaren iniziò, di fatto, dalla seconda gara del mondiale 2015.
Insieme al compagno di squadra Jenson Button, i due collezionarono complessivamente 12 ritiri (cinque per Button e sette per Alonso), quasi tutti legati ad improvvise perdite di potenza dei motori Honda. La classifica finale piloti mostrò un esito a dir poco inquietante: Button chiuse il mondiale al 16° posto, una posizione avanti rispetto ad Alonso. Il miglior risultato di quell’anno fu il 5° posto dello spagnolo ottenuto in Ungheria, l’unica piccola soddisfazione in un mare di delusione e frustrazione.
Fu proprio in questo periodo che i team radio del pilota spagnolo divennero famosi per frasi ironiche rivolte al team, apparentemente divertenti per il pubblico ma colme di malcontento per l’intero ambiente della McLaren.
2016: meglio, ma non troppo
Le infinite scuse e l’incredibile imbarazzo degli ingegneri giapponesi di fronte ai risultati impietosi del 2015, spinsero la Honda a cambiare marcia nel 2016. In effetti, classifica finale alla mano, i piazzamenti migliorarono sia per Alonso che per Button, ma non di molto.
Lo spagnolo, oltre a cogliere tre ritiri, non fu nemmeno fortunato sul piano personale. Un bruttissimo incidente subito in gara a Melbourne lo costrinse a non prendere parte al GP del Bahrein, dove per l’occasione venne sostituito dal suo attuale compagno di squadra Stoffel Vandoorne (il belga sarebbe poi giunto 10° al traguardo, conquistando punti iridati al suo debutto in F1). Ad ogni modo, grazie a diversi piazzamenti nella zona punti, Alonso riuscì a migliorare il rullino di marcia dell’anno precedente, chiudendo 10° nella graduatoria generale. Grazie al suo 5° posto nel GP di Monaco e degli USA, il pilota delle Asturie fu ancora una volta protagonista del miglior piazzamento stagionale.
Andò peggio al suo compagno Button: l’inglese, al suo ultimo anno in F1, incassò addirittura sei ritiri, e quei rari gran premi che lo videro terminare in zona punti gli consentirono di terminare l’anno al 15° posto.
Il 2016, così come il campionato prima, fu caratterizzato da un impressionante accumulo di penalità in griglia di partenza, scaturite dalle continue sostituzioni di componenti tecnici: su tutte, proprio la power unit ed il cambio.
2017: gli ultimi incubi prima di Abu Dhabi
Più volte pronto a lasciare la McLaren in seguito ai risultati catastrofici, il 2017 di Alonso è stato un altro anno da dimenticare. Con sette ritiri difficili da digerire, e con un 6° posto in Ungheria come miglior risultato stagionale (almeno per il momento), la popolarità di Alonso non è certo diminuita. Anzi. Non prendendo parte al GP di Monaco per partecipare alla 500 Miglia di Indianapolis (dove, ironia della sorte, romperà il motore Honda al termine di una gara coi fiocchi), lo spagnolo ha dimostrato di che pasta è fatto a tutto il mondo ed al pubblico americano. Al termine di questa esperienza, non sono state poche le voci che avrebbero voluto Alonso in una categoria diversa dalla F1.
Alla fine, nel 2018, lo vedremo ancora in McLaren insieme al compagno Vandoorne, ma con un nuovo motore. L’anno prossima arriverà in soccorso del team inglese (si spera davvero) la Renault, mentre la Honda andrà alla Toro Rosso.
Uno scambio di motori che metterà la parola “fine” sulla terribile esperienza giapponese. Uno scambio che risulterà decisivo per il futuro della McLaren e per il suo pilota più rappresentativo, determinato a dimostrate tutto il suo valore cancellando questi tre anni complicati.