
Non partirò dalle sacrosante rivendicazioni sulla parità di genere né pontificherò sulle conquiste del femminismo. Non ho intenzione di traboccare investendo temi giganteschi come la discriminazione sessuale o meno che mai la violenza. Si parla di sport, di donne e di motori, o meglio: di donne negli sport a motori; è un argomento lieto, leggero, se vogliamo, al confronto con le gravi questioni sopra citate, ma dal forte valore simbolico.
Lo sport significa innanzitutto riscatto, perché allo sport, se hai talento, non interessa se sei alto, magro, basso, brutto, timido, antipatico, povero, uomo o donna. Lo sport se ne sbatte se non entri in una taglia trentotto, se non puoi comprarti le scarpe firmate o se non la pensi come chi ti circonda: lo sport ti premia se vali. Lo sport ti valorizza anche se nella tua città nessuno ti conosce o se i principali mezzi di informazione ti snobbano perché non sei un calciatore da copertina. Lo sport è selezione, abnegazione, sfida. Lo sport non è solo l’importante è partecipare, ma è anche e soprattutto altius, citius fortius: più in alto, più veloce, più forte. Nei campi di atletica di provincia, dove le attrezzature sono assemblate alla bell’e meglio, così come negli autodromi internazionali, luccicanti e tecnologici, lo sport spinge chi compete a esprimersi al massimo delle proprie possibilità , che ci sia in palio il titolo di campione regionale di salto in lungo o il titolo del mondo di Formula Uno poco cambia.
Lo sport è esempio. Pensate a quanti ragazzini guardano ai campioni dello sport e a essi si ispirano, traggono coraggio dalle loro storie e, ispirati da loro, cercano di imitarli, talvolta superandoli. Esistono migliaia di storie di sport che sono edificanti romanzi di formazione, molto più coinvolgenti di certi testi che ci costringono a studiare, e chi le conosce si rende molto bene conto del potere di persuasione che abbiano.
Questa lunga premessa è per condividere un sentimento vago che ha iniziato a serpeggiare in me dal momento in cui ho appreso che l’illuminata Fia – nel senso di istituzione oculata, non di setta occulta, cosa andate a pensare… – ha eletto Carmen Jorda rappresentante nella Commissione Donne. Ora, già il fatto che esista una Commissione Donne nella Fia mi pare la trasposizione istituzionale di celeberrime battute circa l’estrema difficoltà di capire le donne, nella fattispecie il loro ruolo nel motorsport: cosa facciamo per abbattere tale difficoltà ? Orbene, creiamo una Commissione! Tuttavia, considerazioni risibili a parte, quel che ha fatto assumere al sentimento vago che provavo i contorni ben definiti dello scoraggiamento è stata la constatazione che, con questa nomina, si è saliti a bordo di un’auto da corsa e si è letteralmente passati sopra a qualunque idea di riscatto, sfida o esempio, trovando un utilizzo per le Pirelli Hard: appiattire al suolo ogni aspirazione che la questione delle donne negli sport a motori venisse trattata in maniera autorevole.
Abbandonando il porto sicuro del sarcasmo, mi permetto di citare Pippa Mann, autrice di un tweet diventato virale che esprime, con la perfetta sintesi del la sintassi propria dei social media, un pensiero che condivido appieno

Non critico la scelta di Carmen Jorda perché, oltre a essere un pilota – sì, ho scritto proprio un pilota: non si tratta di un errore ma di un manifesto – è una donna attraente e molto ricercata come testimonial. La critico perché nel suo campo ha dimostrato poco in termini di partecipazione e risultati. E la critico perché nel motor sport non ci sono solo piloti, ma anche ingegneri, manager, professionisti della comunicazione, medici, imprenditori… molti dei quali sono donne che hanno dimostrato il loro valore. Donne che occupano posizioni e conseguono obiettivi perché sono capaci e non perché sono donne.
Perché, cari signori della Fia, peggio della discriminazione c’è solo il fatto di avere qualcosa di garantito solo per il fatto di appartenere a una categoria protetta. Siamo donne, certo, ma siamo persone che hanno scelto coscientemente di competere in ambienti selettivi, difficili, maschilisti; siamo essere umani che competono per ottenere qualcosa e dimostrare il proprio merito, non per avere una radura riservata dove nessuno ci dia fastidio, come i panda. E Carmen Jorda, fra le altre cose, ritiene che le donne possano avere spazio nel motorsport solo correndo in una categoria a loro riservata. Una radura per panda con le vie di fuga di breccia, toh, giusto per riaffermare che noi donne sappiamo fare tutto meglio degli uomini.
Quando un rispettabilissimo amante della tradizione impedì a Maria Teresa de Filippis di prendere parte a un Gran Premio perché donna, i suoi colleghi maschi, i cavalieri del rischio, presero le sue parti. Non si trattò di galanteria ma di rispetto, un rispetto che lei si era guadagnata gareggiando alla pari, in un’epoca in cui della parità non c’era neanche l’ombra. Lella Lombardi corse 17 gran premi e arrivò a punti negli anni ’70, guidando monoposto che erano demoni imbizzarriti da domare, non prodigi tecnologici che risultano guidabili anche da ragazzini molto giovani.
E Liberty Media cosa fa, per non essere da meno? Propone l’abolizione delle grid girls perché offrirebbero uno spettacolo retrogrado e maschilista. Punti di vista. Sapete qual è il mio? Le grid girls non mi interessano. Non mi sento sminuita da una modella in abiti più o meno succinti, né trovo offensivo che una donna, nel pieno possesso delle sue capacità di intendere e di volere, accetti di esporre la propria avvenenza su una griglia di partenza di un Gran Premio. Trovo invece retrogrado e maschilista che professioniste come giornaliste, ingegneri e scrittrici – sì, mi ci metto anche io nel mucchio – vengano apostrofate e considerate solo con il metro della bellezza e non con quello della professionalità , blandite con un tesoro, non intendevo questo se, durante una discussione a tema motoristico, dimostrano di saperne di più della controparte uomo. Tesoro. Ma, certo, come dicono Rossbròn, BaffoCheConquista e Quellaltro, il problema sono le grid girls.
E sapete anche cosa ho trovato offensivo? Quei grid boys che lo zio Bernie fece comparire sullo starting grid di Monaco, un paio d’anni fa. Perché? Perché se mi porti in griglia dei bambolotti che scimmiottano i veri uomini tu offendi me, che amo questo sport. I veri uomini ci sono già : sfidano sé stessi, gli avversari e la velocità vestendo una tuta da pilota a bordo di una monoposto.
Ho scelto di scrivere di uomini, che fanno cosa da uomini in un mondo di uomini, in mezzo a colleghi uomini e donne. Lo faccio perché ho qualcosa da dire e per dimostrare il mio valore. Non mi dispiace la galanteria, anzi: la trovo un segno di rispetto. E rispetto molto chi mi apprezza per quel che scrivo e non perché, alle volte, sono fotogenica. Degli altri, di quelli che mi chiamano tesoro quando li colgo in fallo, invece, non so davvero cosa farmene.