
“Date ad un bambino un foglio di carta, dei colori e chiedetegli di disegnare un’automobile. Sicuramente la farà rossa”.
Caro Commendator Ferrari,
mi sono permesso di aprire questa lettera con una delle sue frasi più belle, famose e significative. Quella che rappresenta perfettamente, come tante altre, il mito che circonda la sua più grande invenzione: quell’auto rossa che dal 1947 è entrata a far parte nel cuore e nei sogni di tutti. Dai più piccini a più grandi, dai disegni e dai modellini di ogni bambino fino ai desideri dei potenti, dei ricchi del pianeta e di ogni pilota che si rispetti.
Da qui in poi non la chiamerò per nome, cosa che peraltro non apprezzava particolarmente, ma utilizzerò alcuni dei suoi soprannomi che Lei stesso amava per appellarla.
Perché le scrivo, Ingegnere? Prima di tutto, mi permetta di farle gli auguri di buon compleanno. Oggi infatti è il 18 febbraio e, come ben sa, nello stesso giorno di 120 anni fa, lei nacque in una gelida e nevosa giornata modenese, circondato dall’amore e dall’affetto di un umile famiglia emiliana dedita al lavoro. Un tempo “da lupi”, non certo il giorno più bello e comodo per venire al mondo e per iniziare una straordinaria avventura di vita, di successi, di emozioni, ma anche di sacrifici.
Certo, Commendatore, non potranno mai essere degli auguri pienamente gioiosi e felici, e non saprò mai se questi miei pensieri potranno mai raggiungerla da qualche parte. Non so nemmeno se Lei avrà modo di vedermi da lassù, mentre scrivo queste righe dedicate ad un uomo che non ho mai avuto la fortuna di vedere all’opera da quando esisto. Purtroppo, così come nacque in un giorno freddo, se ne andò in uno altrettanto torrido, nel cuore dell’estate 1988, quasi quattro anni prima che io nascessi. Da quel triste momento della sua scomparsa, avvenuta il 14 agosto, sono passati trenta lunghissimi anni.
Come Le dicevo, io sono uno dei tanti ragazzi che non ha avuto l’onore di poter esser testimone diretto della sua storia. Io, come molti altri in Italia e nel mondo, non potrò mai sedermi un giorno e raccontare ai nipoti una favola imbevuta di realtà, talmente meravigliosa da sembrare un romanzo.
La sua esistenza, caro “Drake”, è stata l’esempio più straordinario ed incredibile di come la forza della passione e della perseveranza possa creare un mito, una leggenda, partendo da zero, dal nulla. La sua è la storia di un ragazzo, di un uomo e di un impreditore nato alla fine dell’800, ma con il dono di possedere una mentalità talmente unica e moderna da consentirle di viaggiare a 300 km/h in un nuovo secolo, superando ostacoli apparentemente insormontabili.
Il ‘900 è stata un’era difficile. Se lo ricorda, vero? Rivoluzioni, guerre mondiali, cambiamenti radicali nella cultura e nella società italiana. Chi avrebbe mai pensato di poter inventare un marchio automobilistico d’eccellenza planetaria nel bel mezzo di questo trambusto storico?
Nessuno, tranne Lei.
Se la Ferrari è la realtà aziendale che oggi conosciamo, molto lo si deve al “Cummendatur” (come La chiamava il grande Gianni Brera), se non tutto.
Si ricorda di quel 1947, caro Ingegnere, di come era ridotta l’Italia intera alla fine della guerra?Distruzione, morte, bombardamenti, ed un clima economico e politico-sociale completamente da ristabilire, da ricostruire. In questo contesto complicato, Lei varcò i cancelli della sua fabbrica di Maranello a bordo di una 125 S. Una Ferrari, la sua prima creatura marchiata con il cavallino rampante, immutato simbolo del riscatto e dell’inizio di una nuova era.
Un modello strepitoso, l’incarnazione meccanica della filosofia futurista che lasciò a bocca aperta ogni passante, in quel breve tratto di strada (all’epoca priva di asfalto) che collega la capitale italiana dell’automobilismo ai più alti livelli con la limitrofa Formigine.
Da quel giorno, da quella stessa fabbrica incastonata in un piccolo comune modenese, molte altre auto avrebbero fatto le loro rispettive comparse in strada, o sulle piste di tutto il mondo. E dalla “mamma” Maranello, sarebbero poi andate incontro da sole a numerose vittorie, successi ineguagliati ed invidiati dai colossi delle quattro ruote, che riguardi la Formula 1 o altri campionati non ha importanza.
Ma la Ferrari non è solo sinonimo di grandi traguardi raggiunti negli autodromi. Le sue auto leggendarie, che rappresentano un mix inimitabile di raffinetezza, performance elevatissime e cura certosina in ogni dettaglio, le hanno consentito di superare i confini della sua amata Emilia, dell’Italia, colpendo dritto al cuore ogni facoltoso signore sparso in ogni parte del mondo: attori, semplici benestanti, cantanti, monarchi, capi di stato, ricchi ereditieri. Nessuno, ma proprio nessuno riesce, e mai riuscirà, a resistere al fascino ed all’incanto delle sue vetture. Nemmeno il grande Maestro e direttore d’orchestra Herbert von Karajan riuscì a non esprimersi di fronte al lusso ed alla potenza del Cavallino Rampante, commentando così i suoi motori: “Nessuna orchestra riuscirà mai a riprodurre la melodia di un motore a dodidi cilindri Ferrari”.
Le sue auto sono il desiderio di ogni appassionato, dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’Europa ed il Medio Oriente, accomunando e mettendo d’accordo tutti i popoli sull’indubbia bellezza delle proprie creazioni, simbolo dell’eccellenza e dell’orgoglio del Made in Italy.
Il lavoro le ha dato tutto, non facendole mancare niente (o quasi) in termini di soddisfazioni personali.
In tanti avrebbero voluto immedesimarsi in Lei anche solo per un minuto, ed altri l’hanno indicata come l’uomo del secolo. Persino gli anglosassoni, che masticano cultura automobilistica da tempi immemori, l’hanno riconosciuta tale a seguito di un sondaggio effettuato dalla celebre rivista “Autosport”. Basta pronunciare il Suo cognome all’estero per far sciogliere il cuore di ogni interlocutore straniero, rapito dalla maestosità di un prodotto italiano famosissimo ed inarrivabile.
Ma altrettante persone preferivano condurre la propria esistenza, commentando il suo carattere, i suoi modi di fare e di vedere il mondo senza risparmiarsi, mancandole anche di rispetto.
Dai suoi collaboratori e dai suoi piloti pretendeva sempre il massimo dell’impegno, dando la sensazione di essere una persona complicata, estremamente riservata, insensibile e addirittura cattiva, a tal punto da incutere timore a molti.
Chi afferma o ha affermato ciò, criticandola addirittura di rimanere impassibile di fronte agli incidenti mortali che videro coinvolti i suoi piloti (come fece un noto giornale di stampo cattolico, che senza cortesie la definì un “Saturno ammodernato che continua a divorare i suoi figli”), forse non sanno o non si sono resi conto di chi fosse Lei realmente.
Un uomo che dietro ad un atteggiamento freddo e ruvido, con uno sguardo misterioso nascosto da un paio d’occhiali, nascondeva infinite emozioni e dolori.
“Metto le lenti scure perché non voglio dare agli altri la sensazione di come sono fatto dentro”.
Diceva questo, Commendatore, per non far capire gli altri ciò che ha dovuto subire e passare nella sua vita, in novant’anni di esistenza condizionati da grandi affermazioni ma anche da altrettante sofferenze.
Ancora in giovane età, perse tragicamente il padre ed il fratello nello stesso anno, nel 1915. Più avanti, dopo il matrimonio celebrato con sua moglie, Laura Garello, ebbe un figlio: il suo amato Dino.
Lei ha vissuto forse il dolore più grande che la vita può riservare ad una persona: la morte di un figlio. Si rese presto conto che la malattia del povero Dino era talmente grave e seria che nessuna terapia e nessun medico esperto avrebbero potuto raddrizzare le sorti di un destino tragicamente segnato.
Condusse il resto della Sua vita con il rimorso di non aver fatto abbastanza per salvare il povero Dino. Un dolore indicibile, che la segnò nell’animo più di ogni altro evento luttuoso, e che distrusse il cuore di sua moglie fino al giorno della sua scomparsa.
Commendatore, Lei non ha mai esternato a nessuno le sue emozioni più sincere, se non ai familiari più stretti. Non amava nemmeno rilasciare interviste, nonostante la sua enorme passione per il giornalismo. Nessuno di noi potrà mai sapere quali fossero le sue reazioni di fronte alla morte di un suo pilota. C’è chi l’ha accusata di essere cinico, di rimanere sorprendentemente freddo a seguito della notizia di incidenti gravissimi come quello di Niki Lauda, quando pensò prima al suo sostituto e poi s’interessò delle condizioni di salute dell’austriaco.
Ha ammirato ed apprezzato pochi dei suoi piloti, e con molti di loro manteneva un rapporto strettamente basato sulla professionalità, senza concedersi sorrisi o grandi pacche sulle spalle.
Ci piace ricordare che con alcuni di loro ha anche stabilito un rapporto quasi paterno, come fu con il mitico Gilles Villeneuve, dimostrando di essere un uomo capace di smentire le critiche sulla sua personalità e sul suo carattere estremamente chiuso. Se così non fosse, non avrebbe mai detto pubblicamente, a proposito del piccolo, grande canadese: “Io gli volevo bene”.
Lei non c’è più dal 1988, ma la sua presenza è ancora viva. Lo si può capire attraversando i corridoi della sua azienda, passeggiando nelle vie della sua Maranello, ma anche e soprattutto scovando la sua filosofia nei dettagli delle vetture rosse più amate del mondo.
Qualsiasi direttore, presidente, pilota o dirigente che approderà in Ferrari dopo di Lei, lo farà accettando una tradizione che persiste dal 1947, e che risponderà sempre e direttamente al suo nome.
La Ferrari, oggi, è il risultato di quella che è stata sua idea, un suo sogno, ed una sua grande opera d’arte.
Così come ho aperto questa lettera, la chiudo citando una frase che la rappresenta a pieno:
“Io sono uno che ha sognato di essere Enzo Ferrari”.
Auguri, Commendatore!
E soprattutto grazie per averci regalato un sogno!