
Liberty Media ha inaugurato il 2018 del grande circo della Formula Uno dando prova di eccellere nell’arte di complicare le cose attraverso l’inutile, dapprima eliminando le grid girls, scontentando così quasi tutti, per prime le stesse grid girls, quindi cambiando l’orario di partenza delle gare, un intervento che attendevamo con lo stesso languorino di piacere che proviamo quando siamo in fila all’Agenzia delle Entrate.
Di che domeniche si parlerà, ora che non si potrà più pensare alle belle ragazze sullo starting grid?
E chi ce lo racconterà, dei piloti che pensavano alle belle ragazze, dei segreti dei circuiti, delle indiscrezioni dai box o degli interventi in parco chiuso, ora che la Rai ha abbandonato la Formula Uno?
Eh sì, perché attraverseremo questo 2018 senza la rassicurante mano di Mamma Rai a guidarci, avendo la Tv di Stato rinunciato a trasmettere la Formula Uno in chiaro.
Parafrasando una canzone, verrebbe da dire che non sarà più domenica.
Quel che conta è l’avvenimento, ciò che lascia il segno, la storia, ma non si può sottovalutare l’importanza del racconto e di chi ne è il narratore. Se sono arrivati fono a noi gli echi delle gesta di personaggi del passato, se oggi ricordiamo eventi e avvenimenti ai quali abbiamo assistito da spettatori attraverso il filtro di un televisore o di un giornale, se da bambini gli sportivi – in questo caso i piloti – diventavano i nostri eroi, il merito è anche di chi questi personaggi, questi eventi, questi eroi ce li ha raccontati. Di chi con garbo e professionalità, ma anche con personalità, scendeva in pista accanto ai bolidi e portava nelle nostre case il brivido delle tribune scosse dal rombo dei motori. Di chi ha cercato di trasmettere non solo il mito, ma anche l’uomo: il pilota, l’ingegnere, il tifoso e – non ultimo – il giornalista dietro alla storia.
Gente come Mario Poltronieri, Gianfranco Palazzoli, Gianfranco De Laurentis.
Per decenni questo racconto è stato narrato dalla redazione che la Rai aveva dedicato alla Formula Uno e che ha smantellato, preferendo investire in qualcos’altro. Una presa di posizione che definire scellerata è una concessione alla moderazione, ha, così, privato il popolo della Formula Uno italiano, quello che non può – o non vuole – permettersi abbonamenti a pay tv o biglietti in autodromo, di un patrimonio di conoscenza costruito in più di cinquant’anni di cronache, oltre che del piacere di ascoltare un racconto non spettacolarizzato o soverchiato dallo sfavillare di potenti mezzi e dotazioni, ma più vicino a quello che la gente voleva davvero sentire. Una telecronaca non urlata e autocompiaciuta, che racconta l’azione in pista e non si sovrappone a essa, con approfondimenti mirati, notizie, curiosità, informazioni tecniche rese comprensibili, interviste in quantità, analisi dei casi più controversi, obbiettività.
Con l’abbandono colpevole della Formula Uno da parte della Rai abbiamo perso anche dei compagni di avventure con i quali abbiamo imparato ad apprezzare anche gli aspetti più freddamente tecnici di questo sport meraviglioso e ad applaudire gli avversari anche se tifavamo Ferrari. Compagni d’avventura con i loro limiti, che abbiamo più volte criticato per qualche svarione più o meno involontario, ma ai quali ci eravamo affezionati perché non erano bellissimi, glamour e tecnologizzati, ma perché erano persone come noi, rassicuranti e avvicinabili, e con la stessa nostra passione: Gianfranco Mazzoni, il telecronista di mestiere che scandisce a menadito i ritmi di una telecronaca, dal cordiale saluto all’arrivederci; Ivan Capelli, l’ex pilota nel ruolo di esperto, mai eccessivo; l’ingegner Giancarlo Bruno, l’Alberto Angela dei paddock, capace di rendere attraente un motogeneratore cinetico; Stella Bruno, dotata di una grazia particolare che faceva riuscire tutte le sue interviste, anche le più bizzarre. Il mio preferito, però, resterà Ettore Giovannelli, l’uomo dei box, sempre presente, sempre al posto giusto.
Ricordo bene quando, accanto al mitico Ezio Zermiani – il giornalista al quale Piquet rispose che pensava alle belle ragazze – una domenica qualunque di Gran Premio, sarà stato il ’97 o il ’98, comparve un cronista più giovane, molto abile con il tedesco. Ricordo soprattutto che mia madre squadrò il teleschermo e, con autorevolezza, esclamo: “Ettore Giovannelli? Andava a scuola con tua sorella!”. Ebbene sì: un pezzo della mia infanzia, della mia città e del liceo sui cui banchi mi sedevo io, allora, era in telecronaca diretta accanto a Michael Schumacher e alla Ferrari. Un pezzo di me era nello sport che amavo.
Penso che loro se lo sentissero che la stagione 2017 sarebbe stata l’ultima, perché hanno confezionato una serie di approfondimenti e servizi da ricordare: il giro di pista a Monza su una Formula Uno biposto, la retrospettiva sull’ultima corsa del Re Michael Schumacher o gli speciali dedicati alla Scuderia Ferrari. È stato un cordiale saluto lungo un anno e, ora che ne abbiamo la certezza, qualcuno più razionale dirà che avvicendamenti di questo genere ci sono sempre stati, com’è normale, e che ci abitueremo.
Sarà di nuovo domenica: ci abitueremo al fatto che al celebre binomio hanno tolto le donne e sostituito i motori con un complesso aggregato tecnologico che pochi sanno bene come funziona e che le monoposto correranno con una specie di aureola kitsch, che dovrebbe proteggere da tutti i mali, anche dall’Agenzia delle Entrate.
Quando torneranno i Gran Premi non diremo più che non sarà più domenica. Ma non ci abitueremo.
Un cordiale saluto a tutti e grazie per quei preziosi racconti.