
“Motorsport is dangerous”
Una frase che abbiamo sentito chissà quante volte nell’ambiente delle gare automobilistiche. Una frase che ci fa riflettere, perché se è vero che il motorsport ci appassiona e ci esalta, è altrettanto vero che il fattore “pericolo” è sempre una costante da non sottovalutare, nonostante i passi da gigante fatti per aumentare gli standard di sicurezza.
I piloti sono i primi a sapere quanto il mondo delle corse sia rischioso per la propria incolumità, e sanno perfettamente che gli incidenti sono parte del mestiere.
Certo è che se gli stessi incidenti si possono evitare, è naturale che siamo tutti più contenti e rilassati. E ciò non vale solo per noi spettatori, ma anche e soprattutto per quegli stessi ragazzi che salgono nell’abitacolo delle rispettive monoposto e spingono sul gas, fino a superare la barriera dei 300 km/h.
Il brivido del pericolo non manca mai dunque, ma non deve essere escluso nemmeno uno spiccato senso di responsabilità verso i propri colleghi. Se questi due valori si abbinano alla perfezione, ecco allora che i piloti accettano e calcolano i rischi con più “serenità”, consapevoli che gli altri protagonisti in pista siano più ragionevoli ad evitare situazione sgradite.
Non sempre però è così. Quando altri piloti decidono, più o meno volontariamente, di alzare l’asticella del pericolo, ecco allora che il cuore inizia a battere più forte, conscio che la fortuna e l’abilità del pilota sono le uniche due varianti utili per scampare ad un disastro.
Questo è ciò che è successo esattamente a Pierre Gasly nell’ultimo gran premio in Azerbaijan. Con l’aggravante di percorrere un circuito cittadino incredibilmente veloce e stretto, il francese della Toro Rosso ha sperimentato sulla sua pelle l’esperienza più oscura della Formula 1: il pericolo dell’alta velocità abbinato alle manovre scorrette dei colleghi.
Per il povero Gasly i brividi sono corsi lungo tutta la sua schiena addirittura in due occasioni, all’interno dello stesso weekend che non dimenticherà tanto facilmente.
Tutto comincia in Q1, ovvero la prima sessione di qualifiche. Il numero 10 della scuderia di Faenza è in pista per migliorare il suo tempo sul giro, ma davanti a lui non sa che proprio il suo compagno di squadra, Brendon Hartley, procede lentamente a causa di una foratura.
Il neozelandese (protagonista di un contatto proprio con Gasly in Cina), pur accorgendosi del problema, decide comunque di proseguire la marcia non ai lati della pista (come andrebbe fatto in questi casi), ma al centro.
La manovra di Hartley è rischiosissima anche per il contesto in cui viene effettuata, ovvero su un tratto di pista molto stretto come quella di Baku. Proprio in quel momento sopraggiunge a tutta velocità Gasly, che si ritrova davanti a sé il compagno di team a velocità ridotta.
Soltanto grazie agli eccezionali riflessi del francese, che scarta verso destra ad un soffio da un potenziale incidente, evitano il peggio.
Meglio non pensare a quali sarebbero state le conseguenze se si fosse verificato un urto, a quelle velocità, e su un tracciato cittadino, circondato com’è da palazzi e muri.
“Solo” un grande spavento per il malcapitato Gasly, ma le montagne russe della paura ha in serbo un altro pesantissimo test per la tenuta dei suoi nervi e del suo cuore.
Mentre tutti hanno assistito al mancato incidente in qualifica, in gara la regia internazionale non ha seguito un altro momento decisamente pericoloso, che ha visto di nuovo Gasly come protagonista.
Al termine della seconda safety car (e quindi nei giri conclusivi della gara), il pilota della Toro Rosso si trova negli scarichi della Haas di Kevin Magnussen. Favorito dal distacco ridotto e dalla possibilità di utilizzare l’ala mobile in prossimità del rettilineo del traguardo, il francese inizia a preparare il sorpasso ai danni del danese.
Quando la manovra sembra compiersi con successo, ecco che si verifica l’imprevisto: Magnussen, determinato a difendere la propria posizione, stringe senza pietà Gasly verso il muretto, con le due monoposto che vengono addirittura a contatto. Pur puro caso, nonostante la velocità elevatissima, i due piloti riescono a proseguire la gara, a tal punto che Gasly ritenta ancora una volta il sorpasso poco più avanti.
Anche in questo caso, Magnussen chiude la porta in faccia al francese, stringendolo di nuovo contro il muretto, questa volta senza contatti.
Una manovra incredibilmente scorretta e da brividi, degna del peggior pilota della domenica. Un tentativo di difesa che nulla ha a che vedere con quelle che dovrebbero essere le regole di combattimento della Formula 1 più onesta e nobile, e che fa ricadere la credibilità di Magnussen, già protagonista di azioni simili in passato.
A farne le spese è stato ancora una volta Gasly, il quale ha sperimentato che cosa vuol dire correre in Formula 1 con piloti incoscienti.
Un conto è gareggiare ed accettare i rischi del mestiere, e su questo ogni pilota andrebbe rispettato come sportivo e come uomo.
Un altro conto è correre con la consapevolezza che la tua incolumità può essere messa seriamente in bilico a causa di mancanza di responsabilità altrui.
Fortunatamente oggi parliamo di due rischi sventati e di un enorme spavento per Gasly, ma la dea bendata può voltare improvvisamente le spalle.
Ecco perché la Federazione dovrebbe intervenire con più severità per arginare questi episodi, scoraggiando i piloti più “caldi” a riproporre condotte di gare così discutibili.
“Motorsport is dangerous”. Attenzione però a scherzare con il fuoco.