
È di questi giorni, di queste ore l’ufficializzazione del GP del Vietnam. Sarà il 2020 quando il Paese asiatico ospiterà la prima edizione del GP del Vietnam di Formula 1 sul nuovo circuito cittadino di Hanoi. L’evento motoristico — più che mai capitalista e marcatamente di stampo occidentale — testimonia quel barlume di rinnovamento e rinascita acceso dal controverso Paese asiatico, per decenni martoriato da conflitti (civili e non solo) e ancora governato da un regime totalitario (nella fattispecie, comunista: alla guida, infatti, vi è il Partito Comunista del Vietnam). Una lenta ma graduale (e, speriamo, irreversibile) apertura di un Paese verso un mercato, economico e dell’intrattenimento, globale e tutt’altro che chiuso.
Il tracciato, che riprende passaggi e tratti di altri tracciati storici, misurerà 5,565 km. Il layout è in pieno stile Tilke: lunghi rettilinei, brusche frenate, curve lente alternate a curve veloci. Parimenti agli altri tracciati cittadini moderni, tutto verosimilmente risulterà freddo ed asettico: brutto ed alienante l’effetto dato dalle reti di protezione perimetrali, le quali nascondono alla vista il paesaggio esterno. Si assiste, pertanto, ad una sfilata di vetture all’interno di un infinito “tubo” circondato da grigie e fitte reti metalliche: l’effetto finale richiama alla mente un carcere di massima sicurezza.
Dettagli necessari alla sicurezza di pubblico, piloti e commissari a parte, i circuiti cittadini sono parte integrante della F1. Anzi: incarnano l’essenza più profonda e viscerale del motorismo, a partire dagli albori dello sport del motore. Disprezzare i tracciati cittadini equivale a misconoscere la storia del motorismo a quattro e due ruote.
Le critiche, legittime, piovono feroci. Se la scelta di andare in Vietnam — escludendo, quindi, Paesi più degni di ospitare un GP di F1 (ci riferiamo, oltre all’Europa, al Sud Africa e all’Argentina, ad esempio) — assume i connotati di un enorme punto interrogativo e lascia innegabilmente interdetti (molteplici i flop asiatici di questi ultimi anni: Turchia, Corea del Sud, India), occorre essere più benevoli verso il disegno del tracciato vietnamita.
Un circuito cittadino, inevitabilmente, risulta più vincolato nel disegno rispetto agli autodromi permanenti. A tal riguardo, sono proprio i più moderni impianti permanenti a presentare e palesare peculiarità ormai eccessivamente standardizzate, benché non soggetti ai vincoli stradali cui debbono sottostare gli “improvvisati” circuiti cittadini. Il tracciato di Hanoi, a prima vista, appare riuscito e ben congegnato. Esso ricorda molto da vicino pezzi, stralci, brandelli di tracciati storici che hanno scritto sublimi pagine di motorismo: citiamo i tedeschi AVUS e Norisring, il francese Montlhéry, il nobile e raffinato Circuit de Monaco — probabilmente, il cittadino più rinomato e conosciuto al mondo, protagonista di ben 65 edizioni dell’omonimo Gran Premio —, l’austriaco Zeltweg (ci riferiamo all’autodromo ricavato all’interno dell’aerodromo Fliegerhorst Hinterstoisser-Zeltweg).
Come l’AVUS ed il Norisring, Hanoi si distingue per un disegno estremamente semplice e funzionale. Caratteristiche che ritroviamo in molti circuiti cittadini — del passato e del presente — e in quello che avrebbe dovuto ospitare la prima edizione del GP di Miami, tracciato tanto semplice quanto, per chi scrive, bizzarro, stravagante e affascinante.
La domanda, dunque, è la seguente: perché criticare ferocemente, in modo ossessivo e per partito preso il disegno dei moderni tracciati cittadini e, al contempo, lodare i tracciati cittadini che furono? Perché sparare ad alzo zero sui tracciati di Miami ed Hanoi ed osannare l’AVUS o il Norisring?
Fatto è che la storia dell’automobilismo sportivo e della Formula 1 passa attraverso i circuiti cittadini e i tracciati semi-permanenti, questi ultimi composti, cioè, da tratti permanenti e da tratti normalmente aperti al traffico quotidiano. Spa-Francorchamps (teatro di 51 edizioni del GP del Belgio), ad esempio, ha vissuto tre diversi momenti: cittadino, semi-permanente, permanente. L’ideale, come sempre, è realizzare un calendario ben amalgamato, in cui tracciati permanenti e cittadini si alternino e si abbraccino in sintonia.
Attualmente, il calendario di Formula 1, composto da 21 Gran Premi, contempla la presenza di cinque tracciati cittadini: Albert Park (Australia), Baku (Azerbaijan), Monaco, Montréal (Canada), Marina Bay (Singapore). Tracciati, chi più chi meno, affascinanti, impegnativi, caratteristici, pregni di storia. Certamente, tutti diversi tra loro e decisamente più degni e nobili di uno Yas Marina o di un Sakhir, “circuitoni” permanenti tanto pomposi quanto asettici e sterili.
Un po’ di storia. Rigorosamente in ordine alfabetico ed esclusi i tracciati già citati ed oggigiorno inseriti nel calendario del Mondiale di F1, ecco i circuiti cittadini (e semi-permanenti) protagonisti della storia della F1: Adelaide (Australia: 11 GP dal 1985 al 1995), Ain-Diab (Marocco: 1 GP nel 1958), Automobil Verkehrs und Übungs-Straße, meglio noto con l’acronimo di AVUS (Berlino, Germania: 1 GP nel 1959), Bremgarten (Svizzera: 5 edizioni dal 1950 al 1954), Caesars Palace (Las Vegas, USA: 2 GP nel biennio 1981-1982), Clermont-Ferrand (Francia: 4 GP datati 1965, 1969, 1970 e 1972), Dallas (USA: 1 GP nel 1984), Detroit (USA, 7 GP dal 1982 al 1988), Long Beach (USA: 8 edizioni dal 1976 al 1983), Monsanto (Lisbona, Portogallo: 1 edizione nel 1959), Montjuïc (Barcellona, Spagna: 4 GP datati 1969, 1971, 1973, 1975), Pedralbes (Barcellona, Spagna: 2 edizioni qui corse nel 1951 e 1954), Pescara (1 edizione risalente al 1957), Phoenix (USA: 3 GP dal 1989 al 1991), Circuito da Boavista (Oporto, Portogallo: 2 edizioni datate 1958 e 1960), Reims (Francia: 11 edizioni datate 1950, 1951, 1953, 1954, 1956, 1958, 1959, 1960, 1961, 1963, 1966), Rouen-les-Essarts (Francia: i GP qui disputati sono datati 1952, 1957, 1962, 1964 e 1968), Valencia (5 GP dal 2008 al 2012).
Per fare un confronto. Il calendario 2018 della IndyCar — campionato “made in USA” secondo, per importanza, solo al Mondiale di Formula 1 — prevedeva 17 appuntamenti, di cui quattro disputati in tracciati cittadini: Streets of St.Petersburg, Streets of Long Beach, Belle Isle Park (Detroit) e l’Exibition Place di Toronto, Canada. A questi, si sono aggiunti i seguenti tracciati stradali permanenti: Barber Motorsport Park, Indianapolis Motor Speedway Road Course, Road America, Mid-Ohio, Portland International Raceway e Sonoma Raceway. Immancabili, infine, gli ovali, a testimoniare la straordinaria varietà di tracciati cui dispone il panorama statunitense e, più in generale, nordamericano: ISM Raceway, Indianapolis Motor Speedway, Texas Motor Speedway, Iowa Speedway, Pocono Raceway e Gateway Motorsport Park. In questo senso, la attuale IndyCar — detestabile sotto altri, numerosi aspetti tecnici e sportivi — incarna, ancora oggi, un formidabile esempio da seguire: la alternanza di circuiti stradali permanenti, cittadini ed ovali costituirebbe, per la Formula 1 (quindi, una categoria non in regime di monomarca), una solleticante sfida per tecnici e piloti.
Se negli USA la tradizione dei tracciati cittadini (o, comunque, non permanenti: ad esempio, quelli aeroportuali) è sempre stata tenuta in vita, la Formula 1 (di stampo europeo) ha trascurato per molti anni questa via, lasciando più spazio ai circuiti permanenti. Negli ultimi anni, anche la F1 sta guardando con sempre più interesse ai tracciati cittadini, tirando in ballo possibili e suggestivi Gran Premi tra le strade di Roma, Parigi, Londra, New York (progetto che risale ad oltre 30 anni fa), Miami. Idee ancora in caldo o naufragate le quali, tuttavia, indicano la volontà, da parte degli organizzatori, di “esportare” la F1 tra le strade di tutti i giorni. Operazioni di marketing ancor prima che un autentico tentativo di riallacciare il filo con il più selvaggio e “casereccio” passato motoristico. Cittadini sì, ma attenzione a non eccedere nella dose: il rischio, alto e concreto, è quello di trasformare la F1 in una sorta di Formula E (categoria che disputa i propri E-Prix su tracciati cittadini, eccezion fatta per l’appuntamento del Messico), escludendo, così, storici tracciati permanenti.
Il Vietnam c’è e ci sarà. Vedremo come Liberty Media e la FIA gestiranno e concepiranno i calendari futuri della Formula 1. Sapranno equilibrare circuiti permanenti e cittadini? Sapranno arricchire e preservare la qualità e la storicità dei tracciati? E l’Europa, colonna portante del “mondo Formula 1”, quale carta giocherà: la tradizione dei permanenti o il “glamour” e la mondanità dei cittadini che si snodano tra negozi, sontuosi edifici e alberghi di lusso?