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    Gli strani e talvolta controversi destini di Ferrari e Alfa Romeo in Formula 1

    Paolo PellegriniBy Paolo Pellegrini27 Febbraio 2019Nessun commento10 Mins Read
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    La storia disegna ricami e trame spesso imprevedibili. Incroci di destini bizzarri si susseguono senza soluzione di continuità. Ferrari ed Alfa Romeo intrecciano le proprie storie come fossero attirate da una invisibile calamita, alternando periodi di aperta e sana belligeranza sportiva (non solo in Formula 1) a momenti di alleanza.

    Ed è proprio una alleanza a sancire la prima, embrionale unione tra Alfa Romeo e Ferrari: le Alfa Romeo della allora Scuderia Ferrari (siamo negli Anni ’30) incarnano, ancora oggi, un binomio tanto leggendario quanto irripetibile. A questo frangente storico seguiranno decenni di aperta e sana rivalità. In Formula 1, i due Marchi si fronteggiano nel biennio 1950-1951 (a spuntarla è la veterana Alfa Romeo) e dal 1979 al 1985, anni in cui il Marchio del Biscione cerca, invano, di rinnovare i fasti del passato. Al livello aziendale, Ferrari ed Alfa Romeo incrociano i propri destini nel 1986, allorché il Marchio lombardo entra a far parte della galassia FIAT dopo i tanti anni (dal 1933 al 1986) trascorsi sotto l’ombrello della (spesso controversa) gestione statale. La Ferrari, dal canto suo, veniva acquistata dalla FIAT già nel 1969.

    Da quel 1986, Ferrari ed Alfa Romeo non si sono più scontrate in Formula 1. Da un lato la Casa del Cavallino, in Formula 1, dall’altro l’Alfa Romeo, impegnata su più fronti (ricordiamo, ad esempio, le trionfanti stagioni nel DTM e nei massimi campionati, nazionali ed internazionali, riservati alle vetture turismo), compreso l’ostico campionato CART (Championship Auto Racing Teams) dal 1989 al 1991 solo in qualità di motorista. Ferrari ed Alfa Romeo, miti che generano miti. Come quelli che vedono protagonisti il V8 Alfa Romeo CART ed il primo V10 F1 Ferrari (1996). Leggenda vuole che il V8 Turbo Alfa Romeo CART sia nato dalle ceneri del V8 Turbo Ferrari CART (il progetto Ferrari-Indy approntato alla metà degli Anni ’80) e che il primo V10 Ferrari F1 (75°, 3000cc) derivi dal V10 1035 installato a bordo della “mitologica” Alfa Romeo 164 ProCar e della altrettanto “misteriosa” Alfa Romeo Gruppo C (nata con la sigla di Abarth SE048). Quella stessa Alfa Romeo Gruppo C che, accantonato a malincuore il progetto del V10 di 72°, accoglierà in via sperimentale il già avviato e collaudato V12 Ferrari derivato dalla unità di F1. Ferrari e Alfa Romeo ancora strette da un abbraccio tanto controverso quanto indissolubile. Gocce di verità miste a leggende che solo Marchi gloriosi sanno distillare.

    Strade diverse, percorsi tecnici e sportivi assai differenti. I destini di Ferrari e Alfa Romeo sembrano non incrociarsi più. Ma così non è stato.

    Quanto segue è cronaca di questi mesi, stretta attualità di una odierna Formula 1 a caccia di simboli evocativi — più o meno genuini — che sappiano richiamare pubblico appassionato, attenzione mediatica, sponsor.

    Nel 2018, l’Alfa Romeo Sauber F1 Team rinnova quel legame che unisce il Marchio di Maranello a quello di Milano. Si tratta di un ritorno — quello del Marchio Alfa Romeo in F1 — molto mediatico ma povero di contenuti sotto il profilo squisitamente tecnico. La interessante Sauber C37 è, infatti, una vera e propria Sauber (costruttore svizzero che vanta un curriculum tecnico e sportivo a dir poco invidiabile) mascherata da Alfa Romeo. A spingerla, la “power unit” Ferrari.

    La collaborazione tecnica tra Ferrari ed Alfa Romeo si rafforza in questo 2019. La nuova Alfa Romeo C38, iscritta sotto le roboanti insegne dell’Alfa Romeo Racing ed ancora spinta dalla “power unit” Ferrari, è frutto della rinnovata sinergia tra i due prestigiosi Marchi del gruppo FCA. Alfa Romeo C38? Sarebbe più corretto (ed onesto) chiamare la originale monoposto col nome di Sauber C38, giacché sulle fiancate campeggiano ancora le scritte “Sauber Engineering”; inoltre, la sigla — C38 — palesa nomenclatura e sequenza numerica crescente tipicamente Sauber (la “C” seguita da numeri in ordine crescente: dalla C12 del 1993 alla C38 del 2019). Insomma, cosa c’è di realmente Alfa Romeo nelle monoposto quest’anno condotte da Kimi Raikkonen e Antonio Giovinazzi? Nulla. Siamo in presenza, dunque, di una ennesima (la storia delle competizioni è colma di operazioni simili a quella Sauber/Alfa Romeo) sceneggiatura ben concepita ed architettata sin dai tempi di Sergio Marchionne intesa a riportare in auge il Marchio Alfa Romeo attraverso la porta principale: quella grande vetrina di contenuti ed apparenze chiamata Formula 1. Marketing, adesivi su una carrozzeria, nulla più. Sad but true.

    E qui entrano in gioco le dinamiche della moderna Formula 1. L’Alfa Romeo Racing altro non è che una sorta di “junior team” Ferrari. Rivali ma alleati allo stesso tempo. In questo quadro, si inserisce anche il Rich Energy Haas F1 Team; la compagine italo-americana (a realizzare le nuove VF-19 motorizzate Ferrari e condotte da Romain Grosjean e Kevin Magussen è, infatti, ancora la Dallara) costituisce, sin dal proprio esordio datato 2016, un autentico team satellite della Scuderia Ferrari. Quest’ultima, pertanto, sta realizzando ciò che Red Bull fa, dal 2006, con Toro Rosso. “Junior team”, indipendenti ma pur sempre legati al “team madre”.

    La Formula 1 del presente poggia su queste sinergie ed alleanze. Dinamiche inedite che tratteggiano una F1 in cui gli avversari sono anche “alleati” e partner. Curioso.

    Fatto è che se da un lato abbiamo una Ferrari che non tradisce la propria indipendenza e la propria identità, dall’altro abbiamo una Alfa Romeo priva di sostanza e contenuti. Un vero peccato. Nulla a che vedere con la vera Alfa Romeo del biennio 1950-1951 e del periodo 1979-1985: nessun Reparto Corse, nessun telaio o motore realizzato dalla Alfa Romeo, bensì solo un freddo cambio di nome di quella Sauber che, a turno, catalizza l’attenzione delle Case. Ai tempi del Gruppo C/Category 1 era la volta della Mercedes (Casa che, invero, ci metteva parte della faccia realizzando i motori), quindi della BMW in Formula 1 tra il 2006 ed il 2009 (il Marchio bavarese, almeno, realizzava i motori in collaborazione con la italiana Oral Engineering; le monoposto erano le F1.06, F1-07, F1.08 e F1.09), infine della Alfa Romeo. Ma stavolta, di Alfa Romeo, non c’è nemmeno una vite.

    Ferrari, Sauber/Alfa Romeo, Haas: la “pattuglia Ferrari” è nutrita e ben attrezzata e, tra i team provvisti di scuderie satellite ed alleate, sembra quella messa meglio. La pattuglia italiana impegnata in F1 in questo 2019 si completa con la Toro Rosso-Honda (come noto, emanazione faentina di quella che fu la Minardi) ed il già citato Antonio Giovinazzi, probabilmente la più gradita novità per noi italiani.

    Come si manifesterà, in pista e nello sviluppo delle rispettive monoposto, la alleanza tra Ferrari, Sauber/Alfa Romeo e Haas? Sinora, il travaso tecnico tra il team madre — la Ferrari — ed i team alleati-satellite— Haas prima, Sauber/Alfa Romeo poi — si è palesato in forma tangibile ma non eccessivamente invasivo. L’indipendenza progettuale di ciascun team è stata ed è preservata, benché alcune idee di fondo, alcuni tratti generali di progetto e alcune soluzioni siano molto similari tra loro. Di certo, anche a fronte di “power unit” e retrotreno in comune, la Ferrari SF90 (curata da Mattia Binotto ed Enrico Cardile) e la Sauber/Alfa Romeo C38 (curata da Simone Resta e Luca Furbatto) appaiono evidentemente differenti, ad iniziare da quelle macro-aree esternamente visibili: muso, fiancate, presa dinamica. Il medesimo discorso vale per la Haas VF-19, vettura la quale palesa soluzioni più simili alle Ferrari del periodo 2017-2019 ma ulteriormente personalizzate mediante variazioni sul tema.

    La sinergia tra la Ferrari e le ormai cosiddette “ferrarine” non ha raggiunto, sinora, i livelli toccati da Red Bull e Toro Rosso; sebbene spesso spinte da motori diversi rispetto a quelli scelti dalla Red Bull, le Toro Rosso, almeno sino al 2010, altro non erano che Red Bull appena modificate. La diversificazione delle Toro Rosso rispetto alle “mamme” Red Bull ha rappresentato e rappresenta un positivo sintomo di maturità progettuale.

    Queste palesi sinergie tra team sulla carta avversari aprono un dibattito attorno ai massimi sistemi che governano e plasmano la Formula 1. La F1 del presente e del futuro sarà composta da team madri attorno ai quali gravitano “scuderie satellite”, sì costruttori indipendenti ma, nella sostanza, legati a doppio filo ai suddetti team madre? Siffatto meccanismo può generare logiche di sudditanza dei team satellite nei confronti dei team madre? C’è il rischio (o la possibilità) che i team satellite si tramutino sempre più in autentici “test team” finalizzati allo sviluppo di quelle soluzioni da applicare ed esportare — qualora offrano riscontri positivi — alle vetture dei team madre? In tal senso, alla luce dei futuri regolamenti tecnici ancor più restrittivi (leggi scatola del cambio unificata a partire dal 2021), è verosimile che questo interscambio di soluzioni tra team madre e team satelliti subisca una netta accelerazione, deleteria, invero, ai fini della immagine e della essenza della F1.

    Non è tutto. C’è il rischio che i team satellite — nei quali i team madre “parcheggiano” i propri giovani piloti, possibili, futuri titolari nei team madre stessi — costituiscano esclusivamente dei meri comprimari, dei gregari al servizio dei team madre? Questo rischio esiste e si è già concretizzato: ricordiamo, infatti, i recenti casi di palese sudditanza della Force India/Racing Point verso “mamma Mercedes”. Sudditanza che ha visto sempre Esteban Ocon nel ruolo di discutibile protagonista: dapprima al GP di Monaco, durante il quale agevolava in modo alquanto servile il passaggio delle Mercedes, quindi al GP del Brasile, corsa nella quale, benché ormai doppiato, si esibiva in una inutile resistenza ai danni di Max Verstappen, leader della corsa. Volavano polemiche e spintoni.

    Anche la Ferrari ha intrapreso il percorso già tracciato da altri costruttori quali Red Bull e Mercedes. L’interscambio tra Scuderia Ferrari e Sauber/Alfa Romeo investe anche i piloti: Kimi Raikkonen, sino allo scorso anno in Ferrari, accasato in Sauber/Alfa Romeo; Giovinazzi, pilota di casa Ferrari, anch’egli in Sauber/Alfa Romeo. Charles Leclerc chiude il cerchio: pilota della FDA (Ferrari Driver Academy) passato da Sauber/Alfa Romeo a titolare Ferrari.

    Il rinnovato ruolo del Marchio Alfa Romeo in Formula 1 appare ancora sfocato, evanescente. Il legame con Ferrari e la mancanza di reali contenuti Alfa Romeo rischia di tramutarsi in un boomerang. Le fanfare e le suggestioni non bastano. Il ruolo di “team satellite” appare decisamente inadeguato ed incoerente: può andar bene nel caso di una Racing Point qualsiasi, non nel caso di un Marchio glorioso quale Alfa Romeo.

    Le speranze, ovvie, sono le seguenti: che Ferrari e Sauber/Alfa Romeo dividano saggiamente le proprie strade e spezzino — almeno in Formula 1 — questa alleanza per certi versi innaturale e che può sfociare in impopolari, controproducenti conflitti di interesse tecnici e sportivi; che Alfa Romeo — in questo caso, occorre la determinante e coraggiosa volontà del gruppo FCA — crei un nuovo Reparto Corse realmente indipendente e che, quindi, Ferrari ed Alfa Romeo tornino a sfidarsi in un clima di autentica concorrenza. Il recente passato ci racconta di memorabili sfide Audi vs Porsche nel World Endurance Championship. Due Marchi facenti parte del medesimo gruppo (Volkswagen) ma protagonisti, in pista, con vetture tecnicamente agli antipodi…

    Scritto da: Paolo Pellegrini

    2019 Alfa Romeo c38 F1 Ferrari SF90 haas pellegrini
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    Paolo Pellegrini, Classe '82, amante della velocità a 360°, che sia un'auto, una moto, un aereo o i 10 secondi di un 100 metri. Disegnatore di auto e moto da corsa estreme.

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