
Il gelo della lunga attesa invernale inizia a sciogliersi con le presentazioni delle prime livree e monoposto per la stagione 2019, un campionato che sulla carta presenta numerosi spunti di interesse: nuove vetture, nuove coppie, nuove gomme, nuovi colori, nuovi – e vecchi – duellanti…
Ma qual è il valore dell’attesa in Formula 1? Possiamo misurarlo in termini di frazioni di secondo, nei tempi di reazione allo spegnimento delle luci del semaforo o nel centellinare di un cambio gomme; si esprime nell’anelito al riscatto, dal primo dei piloti fino all’ultimo dei meccanici, per un anno andato storto da raddrizzare; pesa come un tradimento, quando si traduce nelle speranze andate in fumo di chi aveva puntato tutto su un uomo, un motore, un progetto, un team rivelatisi fallaci.
Che il vostro metro segni istanti oppure anni, sapete perfettamente che attesa si coniuga con desiderio, ambizione, orgoglio, ispirazione, gioia e dolore. Ogni anno attendete l’inizio del campionato, i test o quella particolare gara; ogni anno covate un desiderio particolare e sperate che l’attesa che si avveri finisca presto.
Che siano campioni affermati o giovani esordienti, ogni pilota attende il momento in cui afferrare, assieme al volante, le redini delle proprie aspirazioni, in questo strano sport in cui non ci si allena, non si prova, non c’è spazio per correggere gli errori e ogni gara suona come una sentenza definitiva. L’attesa, allora, è un bene prezioso vissuto nel segreto di un reparto corse, fatto di febbrili e meticolosi incastri: uomo e macchina, pilota e squadra, power unit e componenti, telaio e motore, anima e calcoli.
Fra tutti i partecipanti al Campionato 2019, mi piace soffermarmi su due contendenti che ben conoscono il peso dell’attesa: Ferrari e Williams. La prima è chiamata a interrompere il supplizio di Tantalo che dura da qualche anno, scansando i proclami e dando il giusto merito al talento messo in campo a tutti i livelli. La seconda ha il dovere di concretizzare un riscatto improrogabile, per la storia che ha scritto, per l’immensa passione, per le persone coinvolte.
Anima e calcoli, si diceva. Esattamente quarant’anni fa iniziava il Campionato 1979, i cui allori vennero contesi proprio da Ferrari e Williams a colpi di… minigonne ed episodi assurti a vere e proprie pagine iconiche del motorsport, come la danse diabolique di Digione. Un campionato che andò alla Ferrari di Scheckter, Villeneuve e Forghieri e che segnò l’inizio di quella che è stata l’Attesa per antonomasia: vent’anni per strappare il Costruttori, ventuno per riprendersi il titolo Piloti, privati perfino della consolazione della cifra tonda. Quando la Ferrari di Scheckter si ritrovò costretta a vincere per assicurarsi il titolo, in quel fatale 1979, fu a Gilles Villeneuve che la squadra si rivolse: gli chiesero di aiutarlo, di lavorare per lui e per la squadra, di rimandare le sue aspirazioni, di prolungare la sua attesa, insomma. In un’epoca in cui un’esitazione poteva significare la differenza fra la vita e la morte di un pilota, il valore di quell’attesa era inestimabile, ma i calcoli andavano fatti.
Nessun problema, noi abbiamo molto tempo e so che avrò la mia occasione – rispose Villeneuve, che ci mise l’anima.
Quanto vale, oggi, quarant’anni dopo, l’attesa di un pilota? Quanto costa oggi il sacrificarsi per un obiettivo che non è la propria personale vittoria, in questo strano sport dove spiccate individualità si strizzano in un abitacolo affinché il lavoro di centinaia di persone abbia un senso? Quanto pesano le tappe bruciate, i debutti accelerati, i talenti che esplodono prima che i caratteri maturino?
Possiamo calcolarla in termini di secondi o anni, scandirla al ritmo del valzer dei pit stop – o degli avvicendamenti negli organigrammi – oppure misurarla in punti di share o di condivisioni su Twitter. Vale tutto, purchĂ© ai calcoli si abbini l’anima. Recuperiamola, tutti.
Buon 2019!