
E’ inutile tenercelo nascosto: per quanto possa far male la realtà dei fatti, quanto accaduto a Montreal domenica scorsa è di sicuro uno dei punti più bassi toccati in tutta la storia della F1. Certamente, il più basso per quanto riguarda quella nicchia di questo sport che risponde alla facoltà di dover applicare le leggi dal regolamento alla pista.
La penalità inflitta a Vettel ha giustamente sollevato un polverone di polemiche per l’eccessiva severità dei giudici di gara, fermi e decisi nel condannare una manovra apparsa naturale per chi di mestiere fa il pilota.
Naturale, appunto. Un concetto che rientra nella cultura della F1, da sempre sinonimo di prestazioni massime ed estreme nel mondo dell’automobilismo. Come si può infliggere una penalità simile resta ancora difficile da comprendere, ancor più se si concretizza all’interno di una competizione storicamente nota per il suo DNA costituito sì dallo spettacolo, ma anche e soprattutto dal rischio e dal brivido.
Noi tutti vorremmo che la F1 fosse orchestrata da uomini che indossano il casco e che “mangiano” la pista, e non da coloro che vestono in giacca e cravatta. Gli stessi che analizzano, spulciano ogni dettaglio, ogni frame, e snaturano lo spirito della velocità, del guizzo di follia tipico dei piloti, dello show.
Si fa fatica a capire il vero motivo che ha condotto i giudici ad un verdetto tanto discutibile quanto deplorevole per l’immagine della F1. Senza prendere le parti di nessuno, e senza scagliarci contro i singoli facendo ricorso ai numerosi precedenti, una domanda sorge spontanea: come si è arrivati a questo punto?
La risposta è semplice, e soprattutto racchiude un concetto nobile ed insindacabile: la ricerca della sicurezza in pista. Bisogna essere onesti: negli ultimi decenni il movimento della F1 ha mosso passi da gigante per migliorare la qualità e gli standard di sicurezza sulle piste del circus. E’ grazie agli innumerevoli sviluppi nella tecnologia che si è riusciti a ridurre sensibilmente non solo gli incidenti, ma anche e soprattutto il numero di morti. La triste conta tipica degli albori della F1, proseguita tragicamente fino alla prima metà degli anni ’80, ha subìto una battuta d’arresto sensibile con il continuo perfezionamento delle misure di sicurezza. Negli ultimi 25 anni, tre piloti hanno purtroppo perso la vita al volante: Roland Ratzenberger, Ayrton Senna, e più recentemente il compianto Jules Bianchi.
Proprio la scomparsa del pilota francese ha spinto la FIA ad adottare misure di sicurezza ancor più rigide, rafforzando un sistema regolamentare già limitante per i puristi della F1 (su tutte, la controversa introduzione della Virtual Safety Car).
In nome della sicurezza si è passati da gare spettacolari, ricordate ancora oggi per qualche sana ruotata o per qualche segno sulla carrozzeria, a “trenini” in cui non è consentito il minimo azzardo.
Tutto questo in uno sport che prevede e tollera sane “bastardate” tra piloti, gente che certo non si fa scrupoli a buttarsi in uno spazio apparentemente impossibile per noi comuni mortali e che premette, accetta il rischio dell’incidente, dell’infortunio, e anche della morte.
La F1 non è il balletto (con tutto il massimo rispetto per la danza). Nessun ballerino sale sul palcoscenico con una paura inconscia di poter morire. Chi sfida il limite a più di 300 km/h invece lo sa, non ci pensa, ma ne è conscio, e non è costretto a farlo.
La sicurezza è una priorità, e nessuno può essere contrario a questo concetto. Nessuno vuole vedere scene cruente o manovra che possano mettere a serio pericolo l’incolumità di un essere umano. Ma da qui si è diventati “ossessionati” dalla sicurezza: vie di fuga in asfalto interminabili al posto della ghiaia, norme create per limitare ad un pilota di potersi difendere da un sorpasso, regolamenti complessi anche per chi vive nel quotidiano la F1 e che proprio per questo diventano poco chiari, interpretabili a seconda del soggetto e non a seconda del caso specifico.
Siamo così passati rapidamente da una F1 “selvaggia” ad una sequela di gare ovattate, in cui ogni mossa al limite viene punita un giorno sì e l’altro no, senza una spiegazione logica. Un po’ come concedere ad un bambino di giocare a calcio, mandandolo in castigo se si sbuccia un ginocchio.
C’è una via d’uscita a tutto questo?
A nostro avviso sì! A patto che si agisca subito per rimettere in sesto elementi che non funzionano, “debellando” regolamenti confusi e penalizzanti per lo sport. Non vogliamo una F1 costruita dalla politica, ma modellata sulla passione di chi la vive e di chi la segue spendendo soldi, viaggiando per recarsi ai circuiti e respirare l’aria di un sorpasso da urlo.
A tutto c’è rimedio, ma aprendo subito ad una F1 più legata alle sue origini e meno “ingabbiata” da una rete disgustosa di regolamenti più contabili con altri sport.
Se così non fosse, la credibilità stessa del Circus rischia d’incorrere nella sanzione peggiore: il disinteresse totale di coloro che hanno sempre amato la categoria più famosa, spettacolare ed estrema dell’intero globo.
Voltiamo pagina adesso nel grande libro dei regolamenti, prima che sia troppo tardi.