
Ha ragione Lewis Hamilton. In una situazione davvero paradossale e, per molti aspetti, ridicola, il sei volte campione del mondo aveva invocato il Re Denaro nella giornata di giovedì e le sue parole riguardo la presenza della Formula 1 ad Albert Park, in un momento così delicato, si sono rivelate giuste e giustamente dure.
Nella settimana australiana se ne sono sentite di ogni riguardo la gestione del week end di gara da parte degli organizzatori locali e della F1 vera e propria, ma l’unica costante è stata l‘ipocrisia: a partire proprio dalla mini conferenza stampa del giovedì a ranghi ridottissimi per evitare quanto più possibile gli assembramenti in sala stampa, nell’intento di raccogliere le dichiarazioni dei piloti alla vigilia di un Gran Premio che, fino a qualche ora fa, avrebbe dovuto ospitare quasi 300.000 persone durante l’arco del week end. La prima di una lunga serie di follie.
I fatti che più è possibile criticare sono i tempi e la disastrosa gestione del flusso di informazioni: nella mattinata australiana, la serata europea, si sono rincorse più volte voci di annullamento dell’appuntamento, poi corrette con un “si corre” per poi essere ulteriormente smentite sino all’annuncio ufficiale dell’azienda di cancellazione dell’evento. Un annuncio giusto, per carità, ma che è arrivato decisamente troppo tardi per essere credibile nel suo contenuto: la motivazione ufficiale, ovviamente, è stata quella di salvaguardare la salute delle persone, dal pubblico ai media, dai componenti dei team ai marshall; ma allora che senso ha far andare in circuito tutta quella gente per le prima sessione di prove libere prima di prendere una decisione, in fin dei conti, facile e scontata? La sicurezza dei cittadini non è stata messa al primo posto.
Paradossale e immagine perfetta di tutta questa confusione anche il momento delle spiegazioni ufficiali di Chase Carey, l’americano patron del Circus, che ha indetto una specie di conferenza stampa all’aperto, facendo però ammassare giornalisti, fotografi e spettatori a caccia delle ultime dichiarazioni; l’annuncio della cancellazione del Gran Premio d’Australia, in un mondo ideale, sarebbe dovuto arrivare immediatamente dopo l’evidenza di contagio da Covid-19 di un uomo dello staff McLaren che ne ha decretato l’inevitabile rinuncia a partecipare all’evento. Tutti i team avrebbero dovuto, in fondo, essere solidali con la scuderia inglese e fare le valigie per tornare a casa, ma così non è stato; continui tira e molla che non hanno fatto altro che far crollare la reputazione di questo sistema che, siamo costretti a dirlo, di sportivo ha ben poco.
Se si vuole parlare di questa situazione è bene, quindi, che non si parli di sport, qui non c’entra davvero nulla: come al solito gli interessi economici, come da stessa ammissione di Carey, sono stati messi in primo piano ed hanno influenzato moltissimo la riflessione sull’annullamento o meno della gara. Alla fine la decisione che tutti aspettavano è arrivata, per fortuna, anche se con colpevolissimo ritardo e con modalità al limite dell’idiozia umana. In una situazione grave di portata mondiale, i tifosi stessi hanno messo da parte la loro passione e la loro voglia di Formula 1, di azione in pista, un’occasione di svago da questo momento difficile, appellandosi al buon senso di chi sta al capo del Circus che, però, non ha risposto presente. Insomma, che fosse stato il momento di fermarsi lo avevano capito un po’ tutti da tempo ma, come al solito, il famoso Dio Denaro di Hamilton ha voluto ancora dire la sua. Che pagliacciata.