
Il LXXIII British Grand Prix è uno di quei Gran Premi che gli appassionati di Formula 1 ricorderanno a lungo. Una corsa che — semmai ce ne fosse ancora bisogno — ha ribadito un concetto fondamentale: l’imprevedibilità è un ingrediente imprescindibile delle competizioni motoristiche.
Il circuito di Silverstone, come più volte accaduto nella sua lunga e gloriosa storia, ha distillato puro agonismo. Un GP interessante ma regolare e senza particolari sussulti (“spezzato” solo dagli incidenti occorsi a Kevin Magnussen e Daniil Kvyat) sino ad una manciata di chilometri dal termine, da cardiopalma allorché gli pneumatici anteriori sinistri delle vetture di Valtteri Bottas, Carlos Sainz e Lewis Hamilton hanno deciso di cedere in rapida successione.
Il finale thrilling è da cineteca. La fortuna sembra aver sposato Hamilton: la foratura e la conseguente, graduale distruzione dello pneumatico anteriore sinistro non hanno impedito al campione inglese di conquistare la sua 87a vittoria in carriera. Hamilton taglia il traguardo su tre ruote, tallonato da un Max Verstappen che gusta già una inaspettata vittoria: un epilogo non pronosticabile, un epilogo che è già Storia del motorsport.
Ricapitolando: Hamilton passa da gomme C2 Yellow Medium usate a gomme C1 White Hard nuove al giro 13, operazione che eseguono anche Bottas e Sainz (quest’ultimo, però, sostituisce le C3 Red Soft usate con C1 White Hard nuove). Al giro 50 dei 52 previsti, cede la anteriore sinistra di Bottas; al giro 51 è la volta di Sainz, infine il medesimo inconveniente tecnico rischia di compromettere la impeccabile corsa di Hamilton.
Usura eccessiva (ossia, pneumatici impiegati per un numero di giri superiore rispetto a quello consigliato da Pirelli) o forature dovute ai detriti di ala anteriore seminati dalla Alfa Romeo C39 di Kimi Raikkonen? Sarà la Pirelli ad accertare la verità.
Dove risiede la bellezza del GP di Gran Bretagna appena vissuto? La risposta è presto detta: nella imprevedibilità degli accadimenti.
L’imponderabile e l’imprevedibile costituiscono fattori essenziali, vitali oseremmo dire. Fattori che, nel moderno motorsport, vengono sovente calpestati e annullati da regolamenti che tendono ad appiattire e livellare artificialmente contenuti tecnici e sportivi.
Il recente GP di Gran Bretagna, dunque, è la proverbiale “prova provata” che lo “spettacolo” non è dato solo ed esclusivamente dai (più o meno genuini e inflazionati) “sorpassi” o da duelli mordi e fuggi.
La componente tecnica, pertanto, rappresenta la vera chiave di volta.
Strategie libere (anche rischiose), libera scelta di pneumatici, regolamenti tecnici liberi e all’insegna della varietà, incognita affidabilità (oggi sopita a causa di regolamenti tecnici e sportivi che, nei fatti, “impongono” una innaturale e costosissima iper-affidabilità di molte componenti meccaniche, ad iniziare dai motori).
Ecco, dunque, i punti cardini che sono in grado di offrire autentico spettacolo e di scrivere la parola “imprevedibilità” su ogni GP.
È verosimile che le forature occorse a Bottas, Sainz e Hamilton siano dipese da un numero di giri superiore rispetto a quello consigliato dalla Pirelli? Possibile. E sarebbe questo — paradossalmente — un punto a favore di Mercedes e McLaren, i cui muretti box avrebbero osato (rischiando) strategie molto “aggressive”.
Toto Wolff (Team Principal Mercedes) ha dichiarato che era in discussione una seconda sosta per Hamilton e Bottas: una sosta che avrebbe fatto guadagnare terreno a Max Verstappen (in quel frangente 3°). Seconda sosta o no? Il box Mercedes ha optato per proseguire, rinunciando ad un “comodo” e conservativo secondo pit-stop.
Azzardi che fanno onore ad un qualsivoglia team e che, appunto, danno quel tocco di imprevedibilità ai GP. Del resto, la schiavitù dei pit-stop programmati e quasi imposti e delle strategie spesso standardizzate è un fattore (tra i tanti) che ha reso meno imprevedibili i GP di F1.
Rischio, diversificazione tecnica e sportiva, azzardo: ciò che serve alla F1 attuale ma, ahinoi, tutto ciò che i vertici del motorsport moderno vogliono anestetizzare, per non dire eliminare.
La storia del motorsport è colma di esempi in cui il fattore affidabilità ha reso imprevedibile e spettacolari i più disparati eventi motoristici.
Come non ricordare, rimanendo in tema di pneumatici, l’esplosione della posteriore sinistra della Williams FW11-Honda di Nigel Mansell, in procinto di laurearsi campione del mondo. Adelaide, Australia, anno 1986.
L’epilogo è, sportivamente parlando, drammatico: Alain Prost (McLaren Mp4/2C-Porsche) vince la corsa, scavalcando per soli 2 punti l’avversario inglese, ritirato. 72 punti vs 70. L’imponderabile, la variabile tecnica e non “i sorpassi” a scrivere la storia di un Mondiale mitologico.
Anno 2016, 24 Ore di Le Mans. L’imponderabile ci mette lo zampino. La Toyota TS050 #5 condotta da Anthony Davidson/Sébastien Buemi/Kazuki Nakajima si avvia verso una storica, inedita vittoria assoluta. In testa dal giro 266 (in alternanza con la Porsche 919 Hybrid #2) e al comando con margine a partire dal giro 316, si appresta a tagliare il traguardo in prima posizione.
Siano al giro 383: il tempo sta per scadere, manca solo 1 giro alla fine. Ad un tratto, la Toyota #5 inizia inesorabilmente a rallentare. Al volante vi è Nakajima. In corrispondenza del rettilineo del traguardo, il Prototipo nipponico si ferma, immobile. A causare la fatale perdita di potenza, la rottura del condotto che collega il turbocompressore all’intercooler.
Passa la Porsche 919 Hybrid #2 condotta da Marc Lieb/Romain Dumas/Neel Jani (al volante vi è Jani): la vittoria è sua. Il pubblico ha appena assistito, tanto incredulo quanto eccitato, ad una delle più elettrizzanti edizioni della celebre corsa della Sarthe.
Imponderabili episodi che valgono una vittoria o una sconfitta. Imprevedibili episodi che valgono più di cento, mille sorpassi.