
Liberty Media ha ragione.
Ha ragione quando afferma che il pubblico ha fame di spettacolo e che vuole assistere a imprese sportive sorprendenti, esaltanti.
Ha ragione quando dichiara, per bocca di Chase Carey, che le attrattività turistiche – e commerciali – andranno pesate quando si valuteranno le sedi cui assegnare gare valevoli per il Campionato. E, in quest’ottica, ha perfino ragione quando ventila di voler concedere a Miami di organizzare un Gran Premio a “costo zero”.
Ha ragione, infine, quando, sempre tramite Chase Carey, ci fa sapere che stanno cercando di rendere i sorpassi “una componente ancora più significativa di questo sport”.
Ce lo insegna, del resto, la regola fondamentale dello show business: one for the money, two for the show, come cantava Elvis Presley, illustre conterraneo del board di Liberty Media.
Ma come? Dà ragione ai padroni? Buuuuh!
La Formula Uno è lo sport dei Cavalieri del Rischio! Sacrilegio!
Sei peggio di quelli che strillano in tv perché vogliono più sorpassi! La Formula Uno non è la MotoGippììììììì!
Ma come? Non dovevamo smontare l’Halo e tutta la fuffa appariscente? Venduta!
Cari amici lettori, prima che disertiate queste pagine e, per rappresaglia, vi diate in massa al culto delle fashion blogger, consentitemi di spiegare perché trovare qualcosa di positivo nella Formula Uno Rock’n roll di Liberty Media non è un’eresia. Per prima cosa, non bisogna fermarsi alla lettera delle affermazioni, perché sarebbe come considerare che la canzone sia composta solo dai primi due versi e quindi, dopo il one for the money e il two for the show, non si arrivi al three to get ready, ma soprattutto al don’t step on my blue suede shoes.
No, non mi riferisco a presunte minacce ricevute da quel maleducato di Vettel alla notizia che qualcuno vorrebbe abolire le sue adorate blue flags per movimentare le gare e dare qualche occasione di visibilità in più anche alle scuderie di bassa classifica. Mi riferisco al fatto che Liberty Media, dopo aver investito – money – per offrire un prodotto di successo – show – si trova, ora a dover passare ai fatti – get ready – ma deve, altresì, stare ben attenta a non toccare quel che assolutamente non va toccato – don’t step on my blue suede shoes. Non ho pretese di saperne di più dello spettatore non paraocchiato medio né di essere un’esperta del settore grossi investimenti & grossi guadagni – magari! – né tantomeno credo alla favola del buon padrone che sparge il proprio denaro per il puro ideale di preservare la passione dei suoi spettatori-cosnumatori; vorrei, piuttosto, provare a riflettere sulla questione osservandola dal punto di vista asettico di un investitore.
Quando un’organizzazione come Liberty Media si muove, prendendo dentro uno come Ross Brawn, e punta a qualcosa di importante come la Formula Uno, ritengo che non intenda privarla di ciò che la rende un prodotto di successo. In altre parole, sono certa che Liberty media voglia mungere la mucca Formula Uno, ma non che voglia macellarla, vendendone la pelle e mangiandone la carne: credo che abbia una strategia per spremerne il potenziale ma che sappia bene che non può alienarsi l’affetto degli appassionati – che pagano il biglietto e l’abbonamento alla pay tv – e il sostegno delle scuderie, che, di fatto, “fanno” il Campionato. Liberty Media deve trovare una ricetta che porti la Formula Uno a produrre… latte in maniera duratura, fin quando gli anni, le novità tecnologiche e i mutamenti sociali non renderanno anche questo nuovo modello di business antiquato, com’è stato per quello – geniale, ai suoi tempi – messo su da Mr.E..
Non sarà affatto facile.
Abbiamo uno sport rischioso che ha visto, nel corso degli anni e grazie a una doverosa attenzione per la sicurezza, diminuire drasticamente le conseguenze più terribili del rischio medesimo, vale a dire gli incidenti mortali o molto gravi. Questo è un bene, però la Formula Uno, di quel rischio, ha perso anche la componente adrenalinica dell’imprevedibilità, anestetizzata da una routine di gara fatta di posizioni immutabili, di avvicendamenti al vertice lenti che si traducono in cicli di dominio, di verdetti già scritti ben prima dell’inizio del test e di una quasi totale mancanza di libertà nello sperimentare. Che il trenino si formi a Montecarlo, in attesa di una qualche apocalisse – bufere, errori dei box, Grosjean… – lo posso pure comprendere, ma che i trenini si formino a Spa, a Suzuka o a Silverstone perché i primi sono irraggiungibili e agli altri sono concesse solo le briciole è qualcosa che stride con l’immagine del pilota all’attacco e col coltello fra i denti nei templi della velocità.
Abbiamo un campionato lunghissimo in cui l’affidabilità vince sulla prestazione, per cui può succedere che si corra depotenziati per preservare i motori, altrimenti si incorre in qualche assurda penalità, come se volessimo usare delle Porsche con le regole delle Volkswagen: tagliandi non prima di trentamila chilometri, solo a centomila si cambia la cinghia.
Ossessionati dal contenimento dei costi e dal rispetto delle regole, tuttavia non si puniscono comportamenti palesemente pericolosi o irrispettosi del fair play finanziario per ragioni di convenienza.
Nella foga di rimediare a una deriva tecnologica che ci ha dato macchine spettacolari – come le definisce lo stesso Carey – ma talmente sofisticate che non consentono nemmeno la lotta corpo a corpo, figuriamoci il sorpasso, sono nati obbrobri come l’ala mobile – il famigerato DRS – e le gomme multicolore per comprendere la cui durata bisogna rivolgersi a un bravo astrologo.
Chase Carey in proposito, afferma che:
Stiamo indagando sui problemi legati all’aerodinamica in maniera più approfondita e, anche se non vogliamo rinunciare a quegli aspetti che rendono le monoposto di Formula 1 così spettacolari, sappiamo che c’è la necessità di fare qualcosa per rendere i sorpassi una componente ancora più significativa di questo sport. Tuttavia, non è l’unica cosa che vogliamo fare.
Ecco scoperchiato il vaso di Pandora: i sorpassi. Allo stato attuale, alla voce “Sorpassi” abbiamo: quelli esaltanti da Drs, quelli magnifici dettati dall’usura delle gomme, quelli spettacolari su vetture inferiori attardate di un giro o più, quelli da cineteca effettuati su piste larghe come freeways americane e quelli magistrali che avvengono su tratti con selettivissime vie di fuga in asfalto.
Davvero Liberty Media crede di ridurre la Formula Uno a una questione di auto che si sorpassano?
Vogliamo l’imprevedibilità, l’azzardo. Sportivo e tecnologico. Vogliamo la lotta, in gara e in campionato. Non vogliamo, banalmente, i sorpassi – rispondiamo al signor Chase Carey.
Il quale, però, ha ragione nella premessa, quando lega la carenza di spettacolo ai problemi dettati dall’aerodinamica, che rende difficili gli avvicinamenti, le lotte ravvicinate e, quindi, anche i sorpassi: lo andiamo dicendo tutti da un bel pezzo, del resto. Abbiamo ragione noi, ha ragione Liberty Media.
Vogliamo vivere esperienze uniche, avvicinarci il più possibile ai nostri beniamini ma non siamo disposti a sobbarcarci spese stratosferiche per rimanere relegati tre giorni in una landa inospitale, dove non c’è nulla quando i motori si spengono né servizi per agevolare il soggiorno degli spettatori durante i Gran Premi o – magari – incoraggiarne una sosta più lunga. Benvengano le iniziative collaterali e gli sconti agli organizzatori, se si traducono in agevolazioni per chi, poi, lo show lo manda avanti con la propria passione e la propria presenza sui circuiti. Abbiamo ragione noi, ha ragione Liberty Media.
One for the money, two for the show. Ha senso, così come ha senso dare ai nuovi padroni il beneficio di giudicarli in base ai risultati delle azioni che vorranno esplicitare per rendere il loro prodotto-Formula Uno efficace e attraente. Se ciò si tradurrà in benefici effettivi anche per noi, che abbiamo sopportato le vie di fuga in asfalto, la fine dei test liberi, DRS e Halo, e per la competizione nel suo senso più puramente sportivo, ci avremo guadagnato entrambi.
Ma giù le zampe dalle nostre blue suede shoes, cioè dall’essenza vera di questo sport meraviglioso, cresciuto con le gesta dei cavalieri del rischio, con gli azzardi di tecnici geniali e con la sacra abnegazione dell’appassionato.