
La Ferrari ha perso il Mondiale.
Non è certo una notizia dell’ultimo minuto ma bisogna cominciare ad abituarsi. Ad alimentare le flebili speranze del popolo rosso e una certa letteratura sportiva c’è la mancanza della condanna matematica. Può ancora succedere di tutto! Eh, sì, stoca…stico! Stocastico, cioè casuale nel linguaggio probabilistico, indica, appunto, che un evento imprevedibile potrebbe rimescolare le carte. Si tratterebbe comunque di un allungamento dell’agonia e, di fronte a certe situazioni, sono per una pietosa e definitiva eutanasia.
Come e perché la Ferrari ha perso questo Mondiale?
Farei qualche doverosa considerazione preliminare.
Avendo a che fare con personalità preminenti, il cui richiamo è amplificato oggi dalla foga di condivisione social che fa da contraltare a una chiusura molto poco metaforica dei paddock “reali”, siamo portati a dimenticare che questo è uno sport di squadra. Uno sport di squadra molto complicato, al quale non basta un campo, una rete e un pallone per esprimersi; uno sport di squadra dalle grandi risorse, sia economiche che umane, se consideriamo quanto numerose e quanto settorialmente specializzate siano le figure richieste alla voce “personale”; uno sport di squadra, insomma, in cui qualcosa come trecento persone lavorano incessantemente perché un uomo speciale, un pilota, compia un giro perfetto in un minuto e poco più o termini una gara perfetta in un tot di giri. Uno sport di squadra in cui competono altre squadre, che hanno tutte le stesse ambizioni, la stessa fame e le stesse urgenze, in un mondiale lunghissimo che viene spesso deciso dalla più efficace combinazione di affidabilità e velocità, combinazione che vale sia per l’uomo che per la macchina.
Se vuoi vincere in uno sport del genere devi avere la migliore monoposto, che garantisca risultati anche quando le gare si mettono male e gli altri vincono; il pilota giusto, anzi: la giusta coppia di piloti, affidabile e compatibile; non ultimo, l’atteggiamento vincente, che non è presentarsi spavaldi in griglia di partenza e ignorare l’avversario, ma lavorare per obiettivi, senza permettersi involuzioni. E l’obiettivo è uno: vincere, con la monoposto, i piloti e la squadra tutta.
Per questo non si può imputare la vittoria o la sconfitta in un Mondiale solo a un pilota o solo alla macchina, perché ci sarà sempre qualcosa che farà pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’uno o dell’altro. In un Mondiale lungo e giocato veramente alla pari, laddove la parità sia stata verificata e non dedotta nelle fasi alterne del campionato, anche un episodio sfortunato può essere decisivo. La sfortuna non esiste, d’accordo, ma esistono cose che non si sanno o non si possono prevedere, come incidenti, guai ai pit stop, guasti improvvisi o sbandamenti a livello organizzativo che possono rompere il legame nel team. Questo vale per ogni scuderia che compete in Formula Uno, quale che sia l’obiettivo che si pone di raggiungere.
E poi c’è la Ferrari, dove tutto è più magnificamente complicato che altrove, perché si tratta, appunto, della Scuderia con la S maiuscola.
Non è facile vincere con la Ferrari: in 68 edizioni del Campionato piloti, ci sono riusciti solo 15 uomini.
Non è, del resto, facile perdere con la Ferrari: c’è chi se n’è andato sbattendo la porta, consumato da risultati che non arrivavano mai; chi ha mollato per seguire lidi più propizi, economici e sportivi; chi è stato beffato per qualche curva e non ha mai più avuto un’occasione o chi è stato da subito nient’altro che un numero due e, pertanto, destinato a inanellare solo sconfitte.
Ed ecco che la Ferrari ha perso il Mondiale 2018, Piloti e Costruttori, nel momento in cui è mancata la macchina, vale a dire quando la SF71H ha iniziato a non essere veloce e a divorare le gomme. La Ferrari ha perso il Mondiale perché, nonostante abbia riportato delle incontestabili vittorie in piste in cui per anni ha subito o non ha mai brillato – come Montreal, Silverstone o Spa – non ha vinto né convinto su quei tracciati che rappresentavano, per contro, suoi punti di forza – come Budapest o Singapore. La Ferrari ha perso il Mondiale perché gli evidenti miglioramenti in qualifica non sono stati continui e sono stati spesso vanificati da gare gestite discutibilmente, da piloti e squadra.
La Ferrari ha perso il Mondiale quando, per l’insieme di tutte queste ragioni, gli errori di Sebastian Vettel sono diventati irrimediabili e spiace davvero che ciò abbia messo in ombra un uomo che è invece stato – ed è – fondamentale per Maranello.
La Ferrari ha perso il Mondiale perché, più o meno dal 2013, fra teste che saltano, sedie che ruotano, scelte progettuali fallaci e figure di riferimento che, per motivi anche tragici, restano per troppo poco tempo al loro posto, non ha quella stabilità tecnico-organizzativa di lungo periodo che, invece, è indispensabile per superare le difficoltà e approdare al successo. Pensate proprio alla Mercedes, quando, agli inizi di questa sua seconda avventura in Formula Uno, viaggiava a metà gruppo in pista e non sembrava tutta questa gran cosa; intanto, in fabbrica, si lavorava per costruire un team stabile, unito e soprattutto un progetto di lungo termine, per farsi trovare pronti – e vincenti – all’alba dell’era turbo ibrida.
Viene da dire che, alla luce di ciò, la Ferrari abbia compiuto un’impresa quasi sovrannaturale per arrivare dov’è ora, ma questo non deve distrarre dal fatto che è sempre stata all’inseguimento, anche nel 2018. Inseguimento al vertice, ma sempre tale perché, se commetti errori di assetto, se una qualifica bagnata sbaraglia le tue certezze, se ti manca l’autorevolezza nelle riunioni che contano o se gestisci malamente degli avvicendamenti interni anche fisiologici, significa che sei in affanno, a causa della corsa senza sosta che stai compiendo per stare a pari con gli altri.
La Ferrari, quindi, ha perso perché gli altri sono stati più bravi. Sotto tutti i punti di vista: monoposto, squadra, piloti.
I migliori sono loro. Ancora.
Questo è uno sport in cui i secondi, anche se si battono con valore, sono i primi perdenti. Rammaricarsi perché si voleva lottare fino all’ultima gara è come preferire di essere colpiti alle spalle da una secchiata di acqua gelata, invece che in faccia uno schizzo alla volta: non è che sia chissà quanto piacevole, tant’è che i ferraristi sanguinano ancora per quanto successo nel 2010 e nel 2012. Per non parlare del 2008.
Con tutto il rispetto per la delusione degli appassionati, però, trascorrere ogni giorno da qui a un mese e mezzo cavalcando illazioni e prendendosela, anche esageratamente, con chi, a tutti i livelli, ci ha messo professionalità, impegno e cuore ma, ciononostante, ha perso, è un esercizio che ha lo stesso rilievo pratico dell’augurarsi che un qualsiasi accidente probabilistico colpisca la Mercedes di Lewis Hamilton nelle prossime 4 gare.
Stocastico, appunto.