
6 settembre 2020, il giorno del XCI Gran Premio d’Italia. Una corsa che — non è retorica — ha scritto la storia dell’automobilismo sportivo, dei Gran Prix e della Formula 1.
Su 70 edizioni a partire dalla ufficiale istituzione del Mondiale Piloti (1950), ben 69 sono state disputate presso l’Autodromo Nazionale di Monza. Solo nel 1980, il GP d’Italia si trasferisce a Imola.
Monza, dunque, è il luogo in cui nasce, cresce e si sviluppa il mito del Gran Premio d’Italia. In tanti anni di sfide, i lunghi rettilinei e le veloci curve del tracciato brianzolo hanno visto e conosciuto Gran Premi dall’esito affatto scontato. Successi clamorosi, tutt’altro che pronosticabili, autentici fulmini a ciel sereno.
A Monza, si sa, conta il motore. Avere tanti cavalli a disposizione, indubbiamente, agevola e non poco. Dal 1950 al 1958, a trionfare sono sempre monoposto alle quali la cavalleria non manca: Alfa Romeo 158, Ferrari 375, Ferrari 500 F2, Maserati A6GCM, Mercedes W196s, Maserati 250 F, Vanwall VW 5.
Nel 1959, Stirling Moss (già vincitore a Monza nel 1956 e 1957) firma un’altra perla. Questa volta, però, al volante di una vettura sulla carta sfavorita. L’Asso britannico, infatti, è alla guida della Cooper T51-Coventry Climax gestita dal RRC Walker Racing Team. Il 4 cilindri in linea aspirato di 2500cc installato sulla leggera, semplice e compatta monoposto inglese eroga poco più di 220 CV a 6750-6800 giri/minuto. Pochi se paragonati agli oltre 280, a 8000-8500 giri/minuto, erogati dal V6 di 65° di 2417cc della Ferrari D246.
Ma le Cooper, nel biennio 1959-1960, sono capaci di tutto. Anche di segnare pole-position e vittoria a Monza! Moss, in qualifica, fa segnare il giro più veloce: alle sue spalle la Ferrari di Tony Brooks, la Cooper T51-Coventry Climax del Cooper Car Company di Jack Brabham, la pletora di Ferrari rispettivamente affidate a Dan Gurney, Phil Hill, Olivier Gendebien, la altrettanto potente BRM P25 di Harry Schell e l’ultima delle cinque Ferrari D246 al via, quella condotta da Cliff Allison.
Moss e P.Hill si alternano al comando della corsa; dal giro 33 e sino al 72° ed ultimo passaggio, Moss prende la testa del GP per non lasciarla più. Vince davanti alla Ferrari D246 di P.Hill e alla Cooper T51 di Brabham.
La F1 vive, per tanti anni, sull’eterno duello tra la Ferrari e le numerose scuderie di scuola Commonwealth. In questo scenario, i diffusi V8 Cosworth DFV, benché meno potenti dei propulsori Ferrari, riescono ad imporre una globale egemonia vincendo nel 1968 (Hulme, McLaren M7A), 1969 (Stewart, Matra MS80), 1971 (Gethin, BRM P160), 1972 (E.Fittipaldi, Lotus 72D), 1973 (Peterson, Lotus 72E), 1974 (Peterson, Lotus 72E).
È ancora il fenomenale Ronnie Peterson a firmare un altra vittoria clamorosa in quel di Monza. Lo fa nel 1976. Lo svedese è al volante della March 761-Cosworth DFV V8 del March Engineering. Una monoposto nel complesso valida, molto diffusa tra i team privati ma, tuttavia, non di primissima fascia. Eppure, il biondo svedese riesce spesso a piazzare la sua rossa-bianca-celeste March nelle prime posizioni.
Dopo tante ottime qualifiche ma GP costellati da incidenti e ritiri per noie tecniche, ecco che a Monza tutto gira nel verso giusto. Scattato al via con l’8° tempo, Peterson va in testa già all’11° passaggio. La pioggia livella le prestazioni e rimescola le carte più volte, la bruta potenza del motore viene meno. Ad emergere è la sensibilità del singolo pilota.
Il capolavoro è realizzato, Peterson — per gran parte della corsa in lotta con Patrick Depailler (Tyrrell P34-Cosworth) — porta al successo la March: per il costruttore inglese si tratta del terzo ed ultimo successo in Formula 1. Lo svedese precede alla bandiera a scacchi, per soli 2 secondi, la Ferrari 312T2 di Clay Regazzoni e la Ligier JS5-Matra di Jacques Laffite, autore della pole-position. Entrambe le vetture sono spinte da unità a 12 cilindri.
L’11 settembre 1988 va in scena un’altra edizione del GP d’Italia entrata nella storia. Capitolo di F1 attorno al quale è stato detto e scritto molto. La doppietta Ferrari — tanto inattesa quanto commovente — è il classico “imprevisto” all’interno di una stagione dominata dalle McLaren Mp4/4-Honda condotte da Ayrton Senna ed Alain Prost.
McLaren che, in quella domenica di settembre, sono costrette a sventolare bandiera bianca. Prost è tradito dalla rottura del V6 Honda RA168E, Senna, al 50° giro dei 52 previsti, incappa in un contatto con la Williams FW12-Judd di Jean-Louis Schlesser, doppiato.
Da questo improvviso marasma, le Ferrari F187/88C condotte da Gerhard Berger e Michele Alboreto corrono libere verso la bandiera a scacchi, a segnare una doppietta impensabile sino ad una manciata di chilometri dalla fine.
1999, un’altra vittoria clamorosa in quel di Monza è servita. Ad aggiudicarsi l’ambito GP è, infatti, Heinz-Harald Frentzen, al volante della Jordan 199-Mugen Honda. Già dalle qualifiche si intuisce che qualcosa di “anormale” sarebbe accaduto: la prima fila, infatti, è composta dalla McLaren Mp4/14-Ilmor/Mercedes di Mika Hakkinen e, appunto, dalla Jordan di Frentzen, ormai costantemente al vertice. Le Ferrari F399 di Mika Salo ed Eddie Irvine arrancano, rispettivamente col 6° e 8° tempo, ad inseguire anche le Williams di Alex Zanardi e Ralf Schumacher.
Hakkinen vola in testa ma, al 29° giro, l’imponderabile. E, come nel 1988, è ancora la prima chicane a decretare il ritiro della McLaren al comando della corsa. Il testacoda del finlandese ed il pianto a bordo pista costituiscono importanti stralci di storia della Formula 1.
Frentzen, quindi, balza in testa al GP: il tedesco vincerà, precedendo di poco più di 3 secondi Ralf Schumacher (Williams FW21-Supertec) ed un ottimo Salo.
Dal 1999 al 2008 il passo è breve. In un weekend contraddistinto da maltempo, un giovane Sebastian Vettel dipinge il Gran Premio perfetto: pole-position e vittoria, dominando. Un capolavoro, tuttavia, firmato al volante della Toro Rosso STR3-Ferrari, monoposto di centro classifica che, però, il tedesco è in grado di far volare.
Nei GP antecedenti a quello italiano, infatti, Vettel va a punti a Monaco, Valencia (GP d’Europa) e in Belgio. A Monza, Vettel raggiunge la perfezione: pole-position e corsa dominata con sensibilità ed attenzione, lasciando il comando ad Heikki Kovalainen (McLaren Mp4/23-Mercedes) per soli 4 giri su 53 passaggi totali. Alla bandiera a scacchi, Vettel precede Kovalainen e Robert Kubica (BMW Sauber F1.08).
Quel GP d’Italia 2008 è, di fatto, l’ultimo esempio di “vittoria impossibile” in quel di Monza.
Tra pochi giorni, le Mercedes F1 W11 di Hamilton e Bottas partiranno coi favori del pronostico. Red Bull, Racing Point, Renault e McLaren a giocarsi le migliori carte nelle vesti di outsider.
La Ferrari, dopo la pole-position di Raikkonen nel 2018 e la sinfonia di Leclerc nel 2019 (pole e vittoria), difficilmente potrà infastidire le Mercedes. Ma la storia delle “vittorie impossibili” ci insegna che nulla è scontato.
Una vittoria Mercedes sarebbe la normalità. Un trionfo Red Bull costituirebbe un mezzo “imprevisto”. Ma un eventuale successo da parte delle altre scuderie, beh, in quel caso prepariamoci ad allungare la lista delle vittorie “impossibili”…