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    La Formula 1 che non piace: il presente e il futuro di questo sport

    Paolo PellegriniBy Paolo Pellegrini13 Novembre 2014Updated:13 Novembre 20143 commenti11 Mins Read
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    Gp Russia F1

    Prima o poi doveva capitare. Eccoci, dunque, a commentare l’accalorato sfogo di uno dei nostri lettori più cari, Blade Runner.

    Le sue esternazioni, riportate in “A pensar male si fa peccato, ma non ci si sbaglia. La F1 vista da un lettore di CircusF1”, costituiscono interessante tema di dibattito. Procediamo con ordine.

    Il GP del Brasile, disputatosi sul tracciato di Interlagos, incarna al meglio (pardon, al peggio…) l’essenza stessa della attuale (e per attuale intendiamo del recente passato) Formula 1: primi pit-stop già al 5°-6° giro (ve ne saranno tre nell’arco dei 71 giri, coperti in 1h 30min 02,255sec), sorpassi e duelli “telefonati” grazie ad un DRS implementato nelle sue prestazioni rispetto agli anni scorsi nonché sovente “ingozzati” grazie alle snervanti soste ai box, pneumatici – come al solito nell’era Pirelli – già allo sbando dopo appena 6 passaggi e segnati da profonde linee di usura (specie sulla anteriore destra), sintomo di mescole volutamente poco durevoli.

    I mali della Formula 1 del presente li conosciamo tutti. Anzitutto, ci troviamo in presenza di regolamenti tecnici maldestramente concepiti e redatti. In tal senso, le responsabilità ricadono tanto sui legislatori federali quanto sui team, complici di una FIA da anni decisamente e manifestamente fuori di senno, pronti ad avallare le scellerate decisioni della FIA stessa, nonché in prima fila nel contribuire alla stesura dei regolamenti (sbagliati) stessi.

    Come non bastassero già le follie messe in atto da legislatori federali e team, ecco che il gommista di turno (oggi la Pirelli, domani chissà…) – su precisa disposizione della FIA e dei team stessi – regge il diabolico gioco, sfornando pneumatici che debbono durare poco. Lo chiamano “spettacolo”…

    Regolamenti, pertanto, che hanno trasformato la Formula 1 da fucina e palestra di varietà tecnica e idee ad un campionato tecnicamente “chiuso”, imbrigliato, congelato, uniformato in nome di un sedicente e demagogico contenimento dei costi e della forzosa ricerca di equilibrio tra le vetture. Scelte che, nella teoria, avrebbero dovuto favorire l’altrettanto sedicente “spettacolo” (palesemente artificiale, finto, come effettivamente si manifesta in pista) ma che, nei fatti, hanno prodotto solo ed esclusivamente un irrefrenabile – forse anche irreversibile – scadimento della categoria.

    Dunque, regolamenti tecnici errati, cervellotici, fatti di incomprensibili divieti gli uni accavallati sugli altri da una parte, regolamenti sportici – anche con ricadute tecniche – altrettanto farraginosi, eccessivamente complicati, sovente contraddittori, infarciti di insensate imposizioni e punizioni (dal “parco chiuso” alle penalità relative alla sostituzione del motore e così via) e artifici assortiti intesi a creare pathos (leggi, su tutti, punteggi raddoppiati in occasione del GP di Abu Dhabi) dall’altra.

    Tutto questo, pertanto, ha prodotto una Formula 1 non genuina, tecnicamente e sportivamente statica e prevedibile, inutilmente nevrotica ed esagitata, ad uso e consumo di un pubblico – maggioritario – poco esigente, ormai assuefatto al concetto di “monomarca” e di corse intese come “conta dei sorpassi”.

    La stagione 2014, quindi, va inserita all’interno di tale scenario. Una annata di Formula 1, come sappiamo, caratterizzata principalmente dalla introduzione di nuovi motori turbocompressi ibridi (le cui caratteristiche fondamentali, purtroppo, vengono dettate, imposte dal regolamento tecnico) e da vesti aerodinamiche-estetiche ulteriormente modificate, al ribasso e in peggio.

    L’analisi tecnica della stagione 2014 merita, tuttavia, un articolo a parte. Anticipiamo solo qualche goccia relativa ai contenuti: se da un lato siamo stati alle prese con una pochezza ed una contraddittorietà tecniche imbarazzanti, dall’altro – con onestà intellettuale e ferma obiettività – va riconosciuto ai tecnici di aver svolto un egregio lavoro, benché alle prese con motorizzazioni non facili da mettere a punto, una aerodinamica ulteriormente “azzoppata” ed un nuovo sistema di frenata assistita al posteriore di rognosa messa a punto. Molti si attendevano e ci si attendeva, sotto molti aspetti, una sorta di Caporetto, invece i risultati, in termini di affidabilità e prestazioni, sono andati oltre ogni più rosea aspettativa.

    E veniamo al punto più spinoso dell’intero sfogo del nostro lettore: la sensazione che il dominio Mercedes sia, per così dire, non genuino, frutto di un disegno politico.

    In questo frangente, ci sentiamo di dissentire. Ecco le ragioni.

    Purtroppo, questo è un canovaccio che si ripete da anni, forse da sempre: chi vince, dominando e stritolando la concorrenza, desta quasi sempre dei sospetti. Sospetti quasi sempre ingiustificati.

    Il recente passato, ahinoi, è colmo di sospetti. Nel 2009, è il turno della Brawn GP, vettura assolutamente legale (tale costruttore, parimenti ad altri – come Williams e Toyota – interpretarono da subito astutamente e con scaltrezza il regolamento, riscoprendo il profilo estrattore “double decker”, soluzione non inedita, bensì già vista negli Anni ’90 su Benetton e Williams) ma considerata, ancora oggi, non conforme. Il vantaggio tecnico offerto da un maggior carico aerodinamico – realizzato attraverso una soluzione che coglieva in contropiede gran parte dei team, i quali interpretavano troppo alla lettera il regolamento – ha fatto sì e fa tuttora sì che la Brawn GP BGP 001 fosse e sia considerata illegale.

    Passano gli anni, ma la storia non cambia. Ed ecco che le Red Bull della quaterna firmata Vettel vengono, come da prassi, ritenute illegali, sebbene non vi sia una sola area della vettura che violi il regolamento. Anzi, è vero il contrario: la FIA ha cercato in tutti i modi – a suon di divieti e regolamenti modificati ad arte non solo di anno in anno, ma anche a campionati in corso – di arginare la supremazia Red Bull, vietando il legale e qualsiasi astuzia tecnica che, a macchia d’olio, è stata, in seguito, adottata da tutti i team.

    Fortunatamente, tutti i tentativi imbastiti dalla Federazione Internazionali al fine di uccidere la Red Bull e l’ingegno di Adrian Newey hanno fatto miseramente cilecca.

    In questa sterile, ideologica battaglia chi ne è uscita sconfitta è, ancora una volta, la Formula 1, privata di soluzioni tecniche interessanti, le quali potevano trovare vitale applicazione anche nella rinnovata era Turbo.

    Ora, è la volta delle Mercedes F1 W05, monoposto che nelle mani di Hamilton e Rosberg hanno dominato in lungo e in largo la stagione di F1 2014, eccezion fatta per le tre vittorie conseguite da Ricciardo (Red Bull-Renault). Che avrebbe di illegale la Mercedes? Nulla.

    La “colpa” della Mercedes è una sola: aver lavorato meglio della concorrenza. La F1 W05 è equilibrata in ogni sua area: telaio, aerodinamica efficiente, una “power unit” – viscida terminologia anglofona con la quale si definisce il complesso motore endotermico-sistemi ibridi – più potente e al contempo sfruttabile delle concorrenti Ferrari e Renault. Del resto, in stagioni di profondi cambi regolamentari – tanto più se il regolamento tecnico non consente ampi spazi di manovra ai tecnici per cercare di colmare il divario, come oggi – è facile che vi sia un costruttore (o un motorista) che, con merito, palesi un vantaggio rispetto agli avversari. Successe nel 1961, quando fu la Ferrari 156 a trarre giovamento dal passaggio dai motori 2500cc a 1500cc aspirati, accade oggi, nel 2014, con la Mercedes F1 W05. Una vettura, ribadiamo, completa.

    I legislatori – e questo è un fenomeno di vecchia data – fanno i conti senza l’oste. I tecnici ne sanno una più del diavolo, pertanto riescono – e l’avranno sempre vinta – ad aggirare i regolamenti, anche quando questi ultimi consentono una moderata azione progettuale. Ed è un bene che ciò accada. I legislatori la spunteranno solo in presenza di un monomarca dichiarato o di imposizioni non aggirabili. Prospettive, future e presenti, decisamente non allettanti.

    Verosimilmente, nel 2015, potrebbe verificarsi il processo inverso; vale a dire, appiattimento delle prestazioni, in virtù di auto e motori nuovamente ripogettabili. Se ciò non si verificherà e se la Mercedes sarà ancora la vettura mattatrice, allora saremo in presenza di un ennesimo, nuovo ciclo. D’altra parte, la storia della Formula 1 è stata scandita, generalmente, da cicli, ossia costruttori o motoristi che hanno imposto degli “imperi”, durati più o meno anni.

    Insomma, su questo fronte la Formula 1 è ancora terra di meritocrazia: chi ne ha di più, chi riesce a realizzare il miglior compromesso vince. È compito della concorrenza cercare di risalire la china, al contempo, è compito del team di riferimento mantenere il predominio tecnico.

    Ed ecco, allora, che ci si riallaccia ad uno dei mali della Formula 1 attuale. Regolamenti alla mano, è sempre più difficile, per gli inseguitori, colmare il divario con il team che, meritatamente, primeggia. A nulla valgono gli affinamenti aerodinamici – descritti come risolutivi ma che, nei fatti, altro non sono che logici adattamenti ai vari circuiti o, nel peggiore dei casi, semplici placebo messi in opera nel disperato tentativo di smuovere una situazione forzosamente incancrenita – o altri tipi di interventi “periferici”, anche sui motori (laddove concessi).

    Dunque, gli inseguitori possono solo sperare e confidare nell’invasività dei legislatori, i quali, carta canta, possono recitare il ruolo di unico artefice dell’eventuale sovvertimento dei valori in pista.

    Un potere che esercitano mediante la modifica dei regolamenti – volta a colpire il team di vertice allo scopo di riequilibrare, artificiosamente, le prestazioni tra le vetture – a campionato in corso o di stagione in stagione.

    I tecnici, col solo regolamento, possono fare ben poco, ormai. Se non cercare di copiare al meglio ciò che fa e produce il team di riferimento. Un esercizio che, però, non sempre offre esiti positivi.

    La Formula 1, come ogni categoria motoristica, è terra di gente capace, di piloti con gli attributi che, detta papale, papale, se la guidano (se c’è una cosa che non è mai scaduta in basso in F1 è proprio la qualità dei piloti), di valenti tecnici, ma non di santi e benefattori.

    Ma è sempre stato così, signori. I team hanno la capacità di creare e distruggere i piloti a seconda di simpatie interne e altri fattori di convenienza (Vettel va in Ferrari e, guarda caso, non ha gli aggiornamenti di motore che hanno dato a Ricciardo…), sovente comandano a bacchetta i piloti stessi attraverso i tentacoli di uffici e addetti stampa a dir poco militareschi, senza dubbio oggi più di ieri.

    I motoristi, rimanendo in casa Mercedes, fanno i loro giochi e calcoli. Non c’è da meravigliarsi se la Mercedes stessa, alla luce dell’accordo tra McLaren e Honda in ottica 2015, non offra più la medesima assistenza che dispensa – ovviamente! – a se stessa e ad altri clienti, come la rediviva Williams.

    In questa sede, è stato detto più e più volte: la Formula 1 potrà tornare ai suoi antichi fasti solo ed esclusivamente mediante una profonda revisione dei regolamenti, tecnici e sportivi.

    Si fa fatica a trovare contenuti all’interno di questa F1: non parliamo di episodi, anche tristi e che scaldano gli animi come l’incidente di Bianchi, di toccatine innocue, di duelli e sorpassi “programmati” a tavolino, di presunti casi, di 5 punti guadagnati qui e altri 3 persi là o di musi che mutano nelle forme in relazione ai cambiamenti regolamentari.

    No, parliamo di sostanza, di “ciccia”, di contenuti, tecnici e sportivi, che realmente siano in grado di scrivere la storia.

    La Formula 1, dalla sua, ha ancora un bacino di pubblico sconfinato, una gestione economica apparentemente in salute ed un Marchio, la Ferrari, che tiene in vita l’intera baracca ma che, allo stesso tempo, è complice del tracollo tecnico della F1 stessa parimenti a tutte le altre scuderie.

    E se la F1 perde pezzi e due team di ultima fascia rischiano di non presentarsi ai blocchi di partenza nel 2015 (Caterham e Marussia), poco importa, afferma il pubblico imbarbarito. L’importante è vedere lotta tra tre, quattro scuderie di vertice, il resto sono “paracarri”, auto di contorno, feccia, afferma l’appassionato medio, ignaro del fatto che il motorismo sportivo si è retto e si reggerà non grazie alle Case (o presunte tali…), bensì grazie ai piccoli team.

    Per cambiare la F1, servono le persone (sì, lo scriviamo in corsivo per impreziosirlo di significato) interessate a farlo, persone che conoscano la storia della vera Formula 1 e vogliano riallacciare con essa il filo spezzato ormai troppi anni fa.

    Ma i dati, ahinoi, parlano di categorie motoristiche, europee e non solo, a ruote scoperte e non, impegnate a copiarsi a vicenda. Non nei pregi, ma nei difetti, ossia in tutti quegli aspetti – tecnici e sportivi – volti ad appiattire, uniformare (anche complicare, paradossalmente, specie sotto l’aspetto sportivo), rendere apparentemente tutto a portata di telecomando e, perdonate l’espressione alquanto diretta, a prova di scemo.

    La domanda da farsi è: dove sono queste persone?

    Scritto da: Paolo Pellegrini

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    Paolo Pellegrini
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    Paolo Pellegrini, Classe '82, amante della velocità a 360°, che sia un'auto, una moto, un aereo o i 10 secondi di un 100 metri. Disegnatore di auto e moto da corsa estreme.

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