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    F1 – Nazione che vai, pilota che trovi: i Fratelli d’Italia

    Alessandro PradaBy Alessandro Prada31 Agosto 20161 commento10 Mins Read
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    patrese_monza_f1
    L’entusiasmo per il Gran Premio d’Italia continua a salire man mano che ci si avvicina all’appuntamento di Monza, circuito situato all’interno di un parco dove la storia di questo sport si conserva intatta da anni. Un’atmosfera ideale per piloti e spettatori, anche se la stessa gara di Monza è sempre in discussione per le prossime stagioni. E’ forse questo quello che preoccupa o spaventa di più?

    A detta di molti, compresi gli stessi addetti ai lavori, probabilmente si. C’è comunque un altro aspetto da non sottovalutare, almeno per quanto riguarda noi italiani appassionati di F1. Da parecchi campionati, ormai, la griglia di partenza non presenta alcun pilota di nazionalità italiana. Il futuro ci fa ben sperare (Fuoco, Marciello e Giovinazzi potrebbero un giorno entrare nel circus della F1), ma allo stato attuale si arriva all’appuntamento di Monza senza un pilota tricolore.
    Eppure, nonostante questo dato purtroppo innegabile, la storia dei nostri piloti è ricca di successi, di sfortune, di campioni e di altri che avrebbero potuto diventare iridati. In poche parole, questa è la storia dei “Fratelli d’Italia” in Formula 1, con la speranza di poter un giorno riabbracciare un altro talento italiano DOC.

    Nel mondo dei costruttori la Ferrari domina la scena di questo sport praticamente da sempre, sia per quanto concerne un discorso squisitamente storico, di fascino e successi. Nell’universo dei piloti, l’Italia ha fornito alla Formula 1, dal 1950 ad oggi, ben 82 piloti, due dei quali si sono laureati campioni del mondo.
    Basta infatti dare un’occhiata all’albo d’oro dei titoli iridati per accorgersi che il primo campionato della storia venne conquistato da un pilota italiano: Giuseppe Farina. Il torinese, al volante dell’italianissima Alfa Romeo, vinse infatti la prima stagione ufficiale della F1, sbarazzandosi della concorrenza.
    Per Farina si trattò del primo ed ultimo successo iridato della carriera, ma successivamente i colori italiani tornarono ben presto sulla scena internazionale. Nel 1952 e nel 1953 infatti, al volante dell’ormai lanciatissima Ferrari, il milanese Alberto Ascari, figlio d’arte, riuscì nell’impresa di aggiudicarsi un prestigioso bis. Soprannominato “Ciccio” per il suo fisico non proprio atletico, Ascari conquistò letteralmente il cuore degli appassionati italiani fino al 1955. Persona gradevole ma superstiziosa, Ascari si presentò a Monza durante le prove private dell’amico Eugenio Castellotti. Il milanese chiese di poter fare un giro sull’Alfa di Castellotti, rinunciando, per una volta, ad indossare il suo casco ed i suo indumenti da gare che gli portavano fortuna. Per uno scherzo del destino, Ascari fu vittima di un gravissimo incidente che gli costò la vita. In quell’anno, l’Italia perse non solo uno degli sportivi più amati, ma anche l’ultimo pilota ad aver vinto un campionato di Formula 1. Ancora oggi, la curva Ascari è così denominata per ricordare il grande campione.
    Eugenio Castellotti invece, dal canto suo, non riuscì mai a vincere un gran premio. Egli infatti rientra in quella ristretta cerchia di piloti, insieme a Bruno Giacomelli, Andrea De Cesaris e Teo Fabi, ad aver conquistato almeno una pole position in carriera senza aver mai vinto una gara valida per il campionato.
    Così come fu per l’amico Ascari, Castellotti morì nel corso di test privati nel 1957. Un incidente che stroncò prematuramente ogni possibile tentativo di vincere. Il bresciano Giacomelli salì una volta sul podio nel 1981, ma non sul gradino più alto. Fece meglio di lui il romano De Cesaris (anche lui purtroppo scomparso di recente), con ben 5 podi conquistati in una carriera funestata da una serie interminabile di ritiri, che ancora oggi costituiscono un record negativo in Formula 1. Tutti questi piloti appena citati conquistarono solo una pole nel corso della loro carriera, facendo “peggio” del milanese Teo Fabi. Pur con meno gran premi alle spalle, Fabi riuscì a conquistarsi ben 3 pole position nel corso degli anni ’80.

    Questi sono i campioni che si sono distinti in qualifica, ma l’Italia, nel corso della sua storia, ha consegnato a questo sport altri piloti capaci di vincere almeno un Gp. Negli anni ’50, oltre ai campioni iridati Farina ed Ascari, Luigi Fagioli, Piero Taruffi e Luigi Musso fecero felici gli sportivi italiani in più occasioni. Nel decennio successivo, altri tre piloti di casa nostra portarono i colori italiani sul gradino più alto del podio: talenti come Giancarlo Baghetti, Ludovico Scarfiotti e l’amatissimo quanto sfortunato Lorenzo Bandini, vittima di uno spaventoso incidente durante il Gp di Monaco. Una nota particolare va comunque a Scarfiotti, pilota capace di vincere il suo unico Gp proprio in Italia, a Monza. Ebbene si, ma il torinese è stato l’ultimo pilota italiano ad aver vinto il Gran Premio d’Italia nell’ormai lontano 1966.

    In tantissimi ci provarono dal 1966 in poi, ma nessuno riuscì nell’impresa. Soltanto Michele Alboreto sfiorò, nel 1988, un’incredibile vittoria a Monza, contribuendo comunque ad una doppietta Ferrari senza attaccare il compagno di squadra austriaco Gerhard Berger. Un successo, l’unico non firmato dalla McLaren in quel 1988, dettato dal destino, in quanto avvenuto a pochi giorni di distanza dalla morte di Enzo Ferrari. Alboreto, pilota milanese carismatico ed incredibilmente a modo, fu anche l’unico italiano a lottare seriamente per la conquista del titolo mondiale nella seconda metà degli anni ’80, non riuscendo nell’impresa solo per problemi di affidabilità della sua Ferrari.
    Su suolo italiano, soltanto Riccardo Patrese (che detiene il record di partecipazioni ai Gp tra la pattuglia italiana) riuscì a vincere in una sola occasione, ad Imola nel 1990. Ma la sua vittoria, per quanto memorabile, non è inserita nell’albo d’oro del Gp d’Italia, dato che la gara in questione era valida all’epoca per il Gp di San Marino.
    Prima delle vittorie del padovano, anch’egli in lotta più volte per il mondiale ma mai quanto Alboreto, soltanto un altro pilota italiano si aggiudicò, in modo incredibile in Austria, un Gp di F1. Si tratta del brianzolo Vittorio Brambilla, curiosamente soprannominato dalla stampa britannica “The Monza’s Gorilla” ed unico pilota tricolore ad aver vinto una gare nel corso di tutti gli anni ’70.
    Nel decennio successivo, oltre alle vittorie di Alboreto e di Patrese (che si protrassero per quest’ultimo anche negli anni ’90), altri due piloti “Made in Italy” si qualificarono vincitori in F1: il romano Elio De Angelis (destinato ad una carriera probabilmente ancor più vincente se non fosse stato per l’incidente mortale a Le Castellet nel 1986), ed il senese DOC Alessandro Nannini. Nannini, fratello della famosissima cantante Gianna, ottenne il suo unico successo in Formula 1 nel 1989, ma a tavolino. Il toscano avrebbe potuto vincere ancora nella massima serie negli anni a venire, ma nel 1990 si ferì gravemente in seguito ad un incidente con il suo elicottero, mettendo fine alla sua avventura in F1.

    Negli anni ’90 l’unico a vincere resta dunque Riccardo Patrese, ma proprio in quel periodo l’Italia presenta altri due piloti di belle speranze: un altro romano che risponde a nome di Giancarlo Fisichella, ed un abruzzese dal nome di battesimo finlandese, Jarno Trulli. Entrambi colsero importanti successi solo negli anni 2000. Fisichella vinse in tre occasioni, la prima delle quali ottenuta in modo clamoroso in Brasile nel 2003, quando la sua vittoria venne confermata ufficialmente solo nel gran premio successivo per un errore del sistema di cronometraggio ufficiale. Gli altri due gradini più alti vennero scalati nel 2005 e nel 2006, anni in cui Fisichella fece ottime gare al volante di una super competitiva Renault. Trulli invece ottenne solo un successo in carriera, anch’egli al volante della Renault nel 2004, ma in grande stile. In un campionato dominato dalla Ferrari di Schumacher, Trulli ottenne pole position e vittoria nell’ambitissimo Gran Premio di Monaco, ripetendo il successo di un italiano nel Principato proprio dopo l’incredibile vittoria di Patrese nel 1982.
    Dotato di ottime qualità sul giro secco in qualifica, Trulli restò in Formula 1 fino al 2011. Con la sua uscita di scena dai riflettori di questo sport, insieme al siciliano Vitantonio Liuzzi, da quell’anno la F1 non ha mai più registrato piloti italiani.

    Un capitolo a parte è dedicato ai quei campioni del mondo o vincitori di Gran premi che nella loro carriera, pur avendo una nazionalità diversa da quella italiana, si possono considerare “Fratelli d’Italia” per via delle loro origini firmate “Made in Italy”.
    Prima ancora che arrivasse l’epoca d’oro di Michael Schumacher, il pilota che deteneva il record del maggior numero di titoli mondiali vinti era l’argentino Juan Manuel Fangio. Pur essendo nato in Sudamerica, Fangio ha chiarissime origini italiane. Come tantissimi italiani, i genitori di Juan Manuel fecero il grande passo di andare a vivere in Argentina. Il padre e la madre lasciarono infatti due paesini in provincia di Chieti per stabilirsi definitivamente a Balcarce.
    Discorso leggermente diverso per un altro prodotto italiano: Mario Andretti. Campione del mondo nel 1978, Andretti si trasferì negli Stati Uniti con la famiglia, acquisendo quindi la cittadinanza statunitense con la quale si laureò campione in F1. Il suo comune di nascita è però quello di Montona, che nel 1940 (anno di nascita di “Piedone”) faceva ancora parte del Regno d’Italia, prima di passare sotto la Jugoslavia prima, e Croazia poi, dal 1947.
    Il tre volte campione del mondo brasiliano Ayrton Senna sarà per sempre considerato come uno dei piloti più amati e talentuosi di sempre non solo nella sua terra, ma anche in Italia. Nato a San Paolo, Ayrton ebbe sempre un rapporto particolare con gli italiani e con il nostro paese. Questo è dovuto forse all’influenza della madre, appartentente ad una famiglia di origini napoletane.
    Se Senna fosse stato di nazionalità italiana, Napoli avrebbe avuto un altro idolo sportivi da ricordare per sempre oltre a Diego Armando Maradona.

    Dal Brasile, oltre al campionissimo Senna, altri due piloti di epoche recentissime presentano cognomi che li collegano inevitabilmente con il nostro paese solo per le origini: Rubens Barrichello, di lontane origini venete (Treviso), e Felipe Massa , che corre nel campionato attuale con un cognome derivato dal nonno foggiano di Cerignola (Puglia).
    Entrambi i piloti, pur correndo per i colori carioca, sono inevitabilmente riconducibili all’Italia, così come per altri due francesi con il cognome storpiato da una pronuncia transalpina. Entrambi sono accomunati da una “i” finale molto accentata, ma i cognomi sono squisitamente italiani. Didier Pironi è infatti nato in territorio francese da madre friulana, proveniente dalla provincia di Gorizia.
    Bisogna invece spostarsi più a sud, in Sicilia, per risalire alle origini di Jean Alesi, figlio di un meccanico trapanese sposatosi con una donna di Caltanissetta.
    Curiosamente, i due piloti sono anche accomunati da due team con i quali corsero entrambi in epoche diverse: la Tyrrell e la Ferrari.
    Nell’elenco dei piloti stranieri di sangue italiano, manca solo un nome: quello del sorridente Daniel Ricciardo. Pur essendo nato in Australia, e pur facendo ancora fatica a parlare la nostra lingua, Ricciardo è siciliano da parte di padre e calabrese da parte di madre.
    Anche lui, così come per tutti gli altri citati fino ad ora, si può considerare “fratello d’Italia”, perchè anche se si nasce sotto una bandiera diversa, non si possono negare le proprie origini e le proprie provenienze.
    In attesa di rivedere una bandiera tricolore nell’elenco dei piloti in pista, mettetevi comodi domenica 4 settembre, e l’86° edizione del Gran Premio d’Italia.

    ascari farina italia monza piloti
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    Alessandro Prada
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    Alessandro Prada | Appassionato da una vita di sport e di F1 in particolare. Cresciuto tra le vittorie di Schumacher e la leggenda di Senna con la Ferrari sempre nel cuore.

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