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    I quarant’anni dell’immortale Niki Lauda

    Laura Di NicolaBy Laura Di Nicola1 Agosto 2016Nessun commento4 Mins Read
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    “Non volevo morire, così ho combattuto.”

    Stringato, efficace, stordente. Come sempre del resto.

    Niki Lauda merita l’appellativo di Immortale più di ogni altro, io credo, nella storia della Formula Uno di tutti i tempi, per una serie di motivi: è stato uno dei protagonisti dell’epoca d’oro della massima serie del motorsport, quando la superiorità della Formula Uno sugli altri tipi di competizione era incontestabile e innegabile; è stato un precursore, un esteta della messa a punto e del lavoro di squadra, uno dei primi a comprendere e ad apprezzare l’aspetto tecnologico delle monoposto, del cui sviluppo non era affatto disinteressato ma ne era parte attiva; quando ancora non esisteva il politically correct che oggi soffoca sul nascere ogni pretesa di diversificazione, lui si distingueva già allora per la sua salace, quasi obbligata sincerità, con la quale sverniciava anche fuori pista avversari e colleghi. E poi, beh, Niki Lauda è tornato: ha corso, ha vinto, si è ritirato, ha ripreso a correre, ha vinto ancora e poi si è ritirato. Definitivamente? No, Niki è ancora lì, sornione burattinaio della scuderia più vincente dell’era turbo ibrida. Niki Lauda, soprattutto, è sopravvissuto alle fiamme del Nurburgring, quaranta anni fa; anzi, no: Niki Lauda non è un semplice sopravvissuto, Niki Lauda ha spento quelle fiamme con il suo spirito indomabile ed è ancora qui, con le sue osservazioni senza filtro e l’ironia caustica, che, qualche volta, gli si ritorce contro, ma tant’è.

    Lo chiamavano “il computer”, per la sua fredda e distaccata indole da calcolatore e la sua estrema precisione; in un’epoca di sfasciacarrozze a vario titolo, ma adorabili – e adorati – cavalieri di un rischio che li faceva sentire vivi, utili, amati, certamente spiccava l’Austriaco che non aveva esitato, in barba a ogni scaramanzia, a farsi stimare come un immobile o un oggetto antico, per ottenere un controvalore monetario con cui comprarsi un sedile al sole della Formula Uno. Proprio così: per uno strano caso, uno dei piĂą grandi piloti di tutti i tempi è stato un pagante. Del resto, s’era giĂ  capito che Niki Lauda è unico, no?

    Difficile amarlo, ancor più difficile ignorarlo, diventò un eroe non dopo l’alloro di campione del mondo, ma quando dopo una manciata di giorni, dopo essere risorto dalla morte, tornò a gareggiare, spogliato addirittura delle proprie carni e di ogni velleità di freddo distacco: quel giorno, a Monza, Niki Lauda non si curò delle ferite aperte e della vista non ancora perfetta, del clamore giornalistico o del parere dei medici, ma si calò nell’abitacolo della sua monoposto e impersonò nel modo più perfetto quello che di meno razionale, computeristico, ironico o critico albergava in lui, vale a dire la passione, l’amore per le corse. E la gente portò in trionfo Niki l’umano, gli perdonò il ritiro al Fuji, quando ancora si giocava il titolo del mondo, e sorride ancora oggi quando lo vede comparire in tv, sotto all’onnipresente cappellino rosso.

    Niki Lauda oggi compie quarant’anni di questa sua seconda, memorabile vita. Niki l’Immortale non piacerà a tutti, non avrà sempre ragione – giusto così, del resto lui è il primo che non se ne cura – ma è una leggenda vivente della Formula Uno. Qualcuno dirà che era talmente insopportabile che perfino i diavoli dell’Inferno Verde l’hanno rimandato indietro e facciano pure, ma non dimentichino che, se da quel rogo infernale Niki Lauda è tornato, lo deve a un angelo di nome Arturo Merzario, il quale, quel giorno di quarant’anni fa, non vide le fiamme, i punti iridati, la gara che continuava, ma vide solo un altro se stesso, un pilota, che dava un senso alla propria vita correndo una vita al limite.

    Auguri, Niki Lauda, l’Immortale. Grazie per aver combattuto.

     

    P.s.: oggi è il compleanno della mia mamma. Se oggi so scrivere un pochettino è perché quello che una volta scrivevo non le andava mai bene e, pur di farmi dire brava da lei, ho finito per imparare qualcosa.

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