
Mia madre ne aveva una bianca con il tettuccio di tela. Quando pioveva, un rivolo d’acqua gocciolava nell’abitacolo e le finiva sul bordo dello stivale, scivolandole fin dentro al piede. D’inverno, l’infido inverno abruzzese, quando partiva prima dell’alba dal mare per raggiungere la città di montagna dove insegnava, la caricava di altri tre colleghi e sperava che l’acqua gettata da un’antica fontana in cima a un curvone non avesse lasciato il solito lastrone di ghiaccio sull’asfalto. Un’estate mio padre non poté accompagnare la famiglia in villeggiatura così, nonostante i borbottii di sua madre, partì con lei, i miei due fratelli e un carico di valigie alla volta di Auronzo di Cadore. Con loro, quindi, fece il giro dei Cinque Passi.
Più di lei, della sua indistruttibile Cinquecento, amò forse soltanto la scattante Mini Minor.
Quella di mio suocero era color acquamarina. Per lui significò indipendenza e futuro. La caricò all’inverosimile di pasta, conserve di pomodoro, pietanze varie e bagagli per quindici giorni, e partì, con la giovane moglie, per andare a trovare i parenti in Belgio, valicando il passo del Gottardo senza usare la galleria. Siccome era il suo viaggio di nozze, pensò che sarebbe stato romantico andare qualche giorno a Venezia e trovò il modo di passare anche di lì.
Oggi, quando può, ridona bellezza e vita a vecchie Cinquecento: un po’ per hobby, un po’ per amore di quella sua prima auto.
Icona di stile, figlia del boom, simbolo di una nazione che cambia. No, davvero, la Fiat Cinquecento è stata molto di più per chi l’ha posseduta: è stata l’auto con la quale superare un viaggio di nozze di oltre milleduecento chilometri equipaggiati con qualche panino e poco più, o quella a bordo della quale affrontare qualsiasi percorso sfidando le maldicenze bigotte sulle donne al volante e il parere discorde di una madre brontolona. Era la libertà, l’inno al ce la posso fare anch’io e ce la farò, con le mie forze, se un bozzolo di lamiera stondata con un piccolo motore può valicare il San Gottardo.
E la piccola auto sorridente ce l’ha fatta, arrivando ai sessant’anni.
Per un curioso caso del destino, questo anniversario s’intreccia all’altro celebre compleanno che interessa l’altra icona dell’italian style motoristico, cioè al settantesimo della Scuderia Ferrari. Ogni volta che vedo una piccola Cinquecento portare la scritta “Da grande diventerò una Ferrari!”, mi viene da pensare che è anche grazie alle piccole auto della Casa torinese se la Casa di Maranello è quel che è diventata oggi: una potenza commerciale, oltre che sportiva. La liason strategica fra Fiat e Ferrari, infatti, ha avuto la portata epocale di quella fra Volkswagen e Porsche, quando, qualche annetto fa, l’auto del popolo si comprò l’auto dei signori. Marchi che grondano leggenda e che incrociano spesso le armi negli sport a motori ai massimi livelli, ma che portano con sé anche la storia di tanta gente comune che con la propria utilitaria, assemblata vicino a quelle fabbriche di sogni su quattroruote, ha costruito la propria vita.
E ne custodisce un geloso, struggente ricordo così come si fa con i membri più stretti della propria famiglia.

Auguri alla Cinquecento e a chiunque abbia posseduto una di queste piccole case mobili dell’anima. Che di questa lunga e solida storia possiamo leggere ancora tanti altri capitoli.
E auguri anche alla Ferrari, perché gli anniversari, quando s’intrecciano con i campionati, diventano lame a doppio taglio, che da occasioni di festa gioiosa possono trasformarsi in fiere delle occasioni perse. Non lasciate che nulla vi distragga e rimanete attaccati all’obiettivo: fate come la Cinquecento, che non aveva paura dei passi dolomitici e faceva arretrare le Alpi.