
Un sorriso stampato in faccia, sempre e nonostante tutto. Nonostante un mondo che non faceva per lui; lui così incline alla bellezza, alla forma, allo spettacolo e poco attirato dalla cinica e dura verità, dai fatti, dalle vittorie, dai punti. Una sublimazione della forma sulla sostanza, l’ultimo baluardo del dandysmo alla guida. Talvolta, l’ultimo romantico.
Quanto lo aveva capito Enzo Ferrari… Quel Drake che raramente dava confidenza ad uno dei suoi piloti ma che, con Gilles, fece inevitabilmente un’eccezione. Inevitabilmente, perché non amare il canadese era impossibile, davvero: immaturo a livelli inimmaginabili e altrettanto costoso per le tasche della squadra che aveva l’arduo compito di rimettere insieme i pezzi delle auto da lui distrutte.
Ma come si faceva a dargli la colpa? Come si poteva solamente essere un po’ arrabbiati con uno come lui? Uno che affrontava una curva come se ci fosse in gioco la sua vita. Perché quella era la sua vita, era nato per quello, sapeva fare solo quello ed era un disastro in tutto il resto.
Sembrava vivere in una bolla di sapone, fatta di sogni, di velocità, di amicizie e di immaturità; fino ad Imola 1982, fino a quell’aspro duello con Didier Pironi che ha sbattuto in faccia la cruda verità delle corse che Gilles era riuscita a tenere nascosta in tutti quegli anni. Si arriva a Zolder, Belgio, e la cruda verità diventa implacabile e fatale: un volo, l’ennesimo e l’ultimo dell’Aviatore. Era il momento di andarsene e lo ha fatto ancora una volta, a modo suo, al limite.
Sono passati ormai 37 anni da quando il pilota Villeneuve è diventato il mito Gilles. Per tutti.