
Quattro super sprint! Tra i più eccitanti nella storia della F1. Proprio sulla pista in cui domenica si scatenerà un’altra dura battaglia per salire sul gradino più alto del podio: l’Hungaroring. Nelson Piquet, Nigel Mansell, Michael Schumacher e Daniel Ricciardo. In un arco di tempo lungo 33 anni hanno infiammato il pubblico di casa con un ritmo di gara vertiginoso, come se non ci fosse un domani. A testa bassa stile toro per andare a rincorrere l’ambito drappo rosso della vittoria. Perle di azioni estreme e adrenalina all’ennesima potenza. Una rarità sul circuito magiaro, dove dal 1986 si disputa ininterrottamente il Gp d’Ungheria.
Teatro, spesso, di ligi trenini tra una vettura e l’altra o di domini incontrastati di un binomio pilota-monoposto. Effetto del layout dell’Hungaroring, una sorta di budello composto da tante curve lente, strette esse e brevi rettilinei dove il sorpasso, anche in epoca Drs, non è manovra affatto semplice. Ma nel 1986 (storico debutto assoluto dello Stato ungherese nel Mondiale), 1989, 1998 e 2014 ciò a cui hanno assistito gli appassionati non è stato certo un lungo corteo dalla partenza fino alla bandiera a scacchi. Bensì un’emozione dietro l’altra in rapida successione. Il tre volte iridato Nelson Piquet, nell’86, è stato il primo ad aprire le danze di questa serie esclusiva confezionata dalla F1. Ingaggia un duello allo spasimo con il grande rivale e connazionale Ayrton Senna, che finirà negli annali di questo sport. Nelson è una furia ed è in piena lotta per il titolo. Dopo il via si mette subito alla caccia della Lotus di “Magic”.
Lo supera all’11° giro ma nel valzer delle soste ai box, Senna riconquisterà il primato. Piquet non demorde. Si mette a tirare come un matto, lo raggiunge e con una manovra folle, all’esterno della prima curva e in controsterzo lo brucia nuovamente andando a trionfare sulla linea del traguardo. Tre anni dopo c’è l’esaltante quanto incredibile cavalcata di Nigel Mansell a bordo della Ferrari. Dopo una qualifica disastrosa che lo vede avviarsi dalla 12° posizione nessuno scommetterebbe un centesimo su di lui, considerando la pista estremamente tortuosa dell’Hungaroring. Invece l’arrembante pilota inglese domenica 13 agosto è in vena. E quando è in vena lui sono dolori per gli avversari. Così inscena una rimonta incredibile, furiosa, tutta cuore e grinta che lo porta, nell’ultima parte del Gp, ad insidiare addirittura il comando della gara mantenuto dalla Mclaren di Senna.
Come con Piquet nel 1986, anche in questo caso è Ayrton a subire un autentico tornado inarrestabile. E finirà allo stesso modo. Con Mansell che, approfittando del doppiaggio di Johansson, svernicia a modo suo Senna cogliendo un successo epico, in una gara senza respiro per lui. Nove anni più tardi all’Hungaroring si consuma un’altra gemma. La offre il grande Michael Schumacher, sempre a bordo della Rossa di Maranello. Terzo dietro le due Mclaren-Mercedes di Hakkinen e Coulthard, il campione tedesco e la Ferrari si rendono conto che, a parità di strategia, le frecce d’argento sono imprendibili. E allora il mago Ross Brawn s’inventa un’altra strategia. Non più due soste ma tre per viaggiare leggeri e velocissimi al fine di annullare il gap dai due davanti e giocarsi il successo. Tattica che impone un ritmo costantemente infernale a Schumacher. In pratica deve correre al massimo pensando di essere in qualifica.
A tutto gas fino alla fine e quel che succede succede. Michael non si fa pregare. Si rimbocca le maniche e spinge come un forsennato. Segna giri più veloci in crescendo rossiniano e dopo il secondo pit di Hakkinen conquista la testa della gara. All’Hungaroring, adesso, c’è un siluro rosso inafferrabile, imprendibile. Percorre la pista a ritmi impossibili per chiunque. Hakkinen intanto manifesta grossi problemi al cambio e viene superato anche dal suo team mate. Concluderà solo sesto. Ma neppure Coulthard, con la monoposto al massimo dell’efficienza, riuscirà a riprendere Schumacher. Che vince con il pubblico in delirio forgiando una delle sue più belle imprese in assoluto. Non prima di aver fatto correre un brivido ai ferraristi con una uscita di pista senza conseguenze. Nel 2014 il circuito ungherese produce un’altra grande rimonta. Quella di Daniel Ricciardo alla guida della Red Bull.
Tra Safety-Car e condizioni meteo variabili, il simpatico pilota australiano si ritrova a guidare il gruppo per diversi giri ma poi perde la leadership al secondo ingresso della vettura dei commissari. Comanda la Ferrari di Alonso ma Ricciardo si riprende il primato quando lo spagnolo rientra ai box. Solo momentaneamente. Perché anche a lui tocca effettuare la sosta. Da questo momento, con gomme più nuove rispetto ai primi, la sua Red Bull è la vettura più performante. Ricciardo aggredisce le curve come nessun altro e si getta all’inseguimento dei primi tre: Alonso, Hamilton e Rosberg. Quest’ultimo si ferma ai box per il pit-stop finale. Davanti a Ricciardo ci sono Alonso e Hamilton ma li raggiunge rapidamente. Ne ha chiaramente di più. Si accoda ai due e inizia lo show. Prima si sbarazza di Hamilton e due giri dopo ha ragione anche di Alonso, che nulla può. La vittoria è sua.